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venerdì 8 febbraio 2019

Sinodalità come stile di Chiesa e di vita religiosa


Consacrazione e Servizio n.1 (2019)
(Cettina Militello)

Synodos è parola greca da tradursi alla lettera con-cammino; meglio: camminare con; e meglio ancora: camminare insieme.
Giovanni Crisostomo – e lo ha citato papa Francesco, il 17 ottobre 2015, nel suo Discorso a cinquant’anni dalla istituzione del Sinodo dei Vescovi - afferma lapidariamente: synodon estin onoma, ossia “sinodo è il suo nome”.
L’appassionato vescovo di Costantinopoli si riferisce alla Chiesa, all’assemblea ecclesiale, che nelle dinamiche del suo raccogliersi mostra fisicamente in atto l’azione del “con-venire”.
Ciò che il raduno dice, nella sua dinamica fenomenologica, indica dunque la realtà vera, il nome proprio dell’ekklesia - alla lettera: assemblea, congregazione -.
Il camminare insieme è certamente metafora dell’esistenza umana. Tutti, infatti, in ogni dove e in ogni tempo, siamo in itinere e lo siamo – ci piaccia o no - “insieme”. Cammino è la vita, dalla nascita alla morte. Cammino è quello della comunità credente che va incontro a Cristo che torna.
La Scrittura più e più volte mostra la contestualità del cammino tutt’uno con la stessa esperienza di fede. Abramo, l’esodo, l’esilio, il ritorno sono tutte immagini veterotestamentarie di cui si appropria la comunità dei credenti in Cristo Signore. Lui stesso, d’altra parte, assolve al suo ministero peregrinando, accompagnato dai suoi e dalle folle che ne aspettano i gesti e le parole di vita. E se del cammino egli stesso è la meta, del cammino ci si fa compagno. Si rilegga il suo proclamarsi Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14,6) o il racconto di Emmaus, il suo camminare insieme con i discepoli delusi e affranti (cfr. Lc 24). Lui, meta finale del credente, nel cammino gli si fa pane di vita nel tramite della parola e del suo corpo.

Sinodalità e Collegialità

Richiamo queste cose ben sapute solo per sottolineare come sia strano che ci si ricordi della sinodalità, quasi la si stesse scoprendo ora.
Questo, però, ci è spia di quanto ci si sia allontanati da uno stile che avrebbe dovuto contrassegnare la comunità ecclesiale.
Purtroppo, lentamente e inesorabilmente, si è interiorizzato e metabolizzato uno stile di diseguaglianza e di disgiunzione, così smarrendo la consapevolezza d’essere, tutti e tutte, popolo di Dio in cammino. Da qui la sterile contrapposizione sociologica tra chierici/religiosi/laici. Da qui la perdita dell’esercizio comune del sensus fidei (cfr. LG12), della comune dignità profetica regale sacerdotale (cfr. LG 10-11).
Una spia di una visione di Chiesa, dura a scomparire, è, ad esempio, la lettura della sinodalità in chiave elitaria e non comunionale. Sinodalità, infatti, sembra sinonimo di collegialità e avalla questa lettura l’istituzione post-conciliare del Sinodo dei Vescovi. Si tratta invece di due cose ben diverse.
Quando al Vaticano II ci si aprì alla collegialità - si legga LG 22 - certamente si recuperava una visione di Chiesa al cui interno i vescovi non erano separati gli uni dagli altri, ma, al contrario, riproponevano insieme il collegio apostolico. La stessa dottrina tradizionale, d’altra parte, parlava di successione non diretta di un vescovo dall’altro, ma di successione all’interno del collegio episcopale. Se questo recupero fu singolare nella prospettiva di un correttivo necessario all’enfasi sul primato propria del Vaticano II. Si trattava di recuperare l’autorevolezza dei vescovi e la loro collegialità effettiva ed affettiva, ossia la responsabilità verso la propria Chiesa inseparabile da quella verso le altre Chiese, mancò tuttavia il coraggio di riflettere su quello che costituiva il supporto della corresponsabilità episcopale, ossia l’indole sinodale della Chiesa tutta, al cui interno non esistono sudditi, ma soggetti segnati dall’exousia battesimale e crismale, sigillata dalla partecipazione all’eucaristia. Essere cristiani infatti vuol dire essere “unti”, perciò portatori, nella forza dello Spirito, del triplice munus di Cristo stesso.

La sinodalità del Popolo di Dio

Mancò insomma il coraggio di affermare e declinare la sinodalità del popolo di Dio, benché – è bene ricordarlo – l’intero capitolo VII della Lumen gentium ne tematizzi l’indole peregrinante. L’attenzione però non fu diretta né ai tratti costitutivi della sinodalità ecclesiale né allo stile sinodale come autentica espressione della Chiesa nel suo incedere nella storia.
E, d’altra parte, Synodos è termine che ha indicato il manifestarsi normativo della Chiesa universale e locale. Synodos è sinonimo di Concilio e difatti, nella storia, ritroviamo il termine in non pochi incipit di documenti conciliari o al loro interno. Il Sinodo è altresì l’espressione viva di ogni Chiesa locale che analogamente si raduna per autocomprendersi e resettarsi, ossia volgersi al futuro secondo una progettualità pastorale riconosciuta come specifica e propria.
Già il Concilio di Trento aveva stabilito tempi brevi per la convocazione dei Sinodi diocesani. Il loro svolgimento, i loro atti, ci forniscono materiali preziosi circa l’autocomprendersi delle Chiese locali. È però prevalsa una gestione gerarcologica delle Chiese. Da qui l’abbandono di questa pratica importantissima, ripresa poi nel nostro immediato postVaticano II. Il percorso sinodale ha contrassegnato, infatti, diversissime Chiese, anche in Italia. E, più a monte, il Decreto Ecclesia Sancta, attuativo del Vaticano II, ha istituito gli organismi sinodali, ossia quelle forme concrete di rappresentanza volte a potenziare la partecipazione di chierici, religiosi, laici nel vissuto concreto delle Chiese locali, regionali, nazionali, continentali.

Per non equivocare

L’equivoco relativo alla sinodalità resta comunque duplice. Da una parte il confonderlo, come si diceva, con la collegialità e dunque considerarlo ambito proprio del servizio episcopale; dall’altra l’aver connotato l’istituto sinodale, si trattasse del Sinodo dei vescovi o del Sinodo diocesano assegnandogli un valore meramente consultivo. Di fatto cioè – penso al caso del Sinodo diocesano – qualunque cosa fosse emersa nel discernimento del popolo di Dio, qualunque diagnosi, qualunque proposta pastorale fosse stata avanzata, avesse pure raccolto un voto di larga maggioranza, il vescovo non era tenuto a recepirla. Era sua la decisione ultima, come pure quella di indire il Sinodo o chiuderlo quasi senza averlo celebrato, come pure è accaduto in diverse diocesi nel passaggio da un vescovo a un altro. La discrezionalità ha riguardato anche il Sinodo dei Vescovi. Esso si è limitato, tranne l’ultimo, a formulare propositiones, le quali sono state anche fatte cadere, restando ultima la parola del successore di Pietro, espressa tempo dopo mediante una esortazione post-sinodale. Solo il Sinodo a venti anni dal Vaticano II ha formulato un documento proprio. Discorso in qualche modo analogo è quello dell’ultimo Sinodo, quello sui giovani, che ha elaborato, prima di chiudersi, il suo documento conclusivo.
Se il Sinodo, in tutte le sue forme, ha un valore meramente consultivo, ossia non vincolante, è evidente come possa risolversi in un evento solamente celebrativo, quasi fine a se stesso, e perciò poco incisivo nel vissuto concreto delle Chiese. Cose tutte ora assai sfumate nel documento di papa Francesco che ne rivede la normativa nella Costituzione Appostolica Episcopalis Communio (18 settembre 2018). È, infatti anche previsto che le decisioni prese possano avere un valore propriamente deliberativo. 

Avviare un autentico stile sinodale

Per importante che sia – e lo è – il problema però non tocca il solo istituto sinodale. La sinodalità, infatti, allora sarà effettiva quando il popolo di Dio sarà riconosciuto soggetto attivo nella interezza del suo munus profetico regale sacerdotale.
Il nodo vero, quello che davvero potrà cambiare il modello di Chiesa e avviare un autentico stile sinodale, è quello del riconoscersi fratelli e sorelle, segnati alla pari dal sigillo battesimale-crismale, che li fa idonei a cibarsi del corpo e sangue di Cristo ed essere cristiani pleno iure. L’iniziazione cristiana ci conferisce autorità, soggettualità, diritti e doveri da esercitare verso la comunità tutta in reciprocità, quali membra del medesimo corpo da condurre insieme alla pienezza del disegno di Dio.
Purtroppo, le nostre comunità sono ben lontane da questa consapevolezza. La corresponsabilità richiede impegno, discernimento, acquisizione e riconoscimento di competenza. E queste cose costano fatica, molta fatica.
Una Chiesa locale come pure le comunità che la abitano, ivi comprese quelle contrassegnate dalla scelta “regolata”, ossia dall’adesione a una comune regola di vita, fanno prima a semplificare gli organigrammi secondo principi verticistici e gerarcologici. E, tutto sommato, a molti fedeli e/o religiosi/e questo andazzo assicura un quieto vivere che verrebbe turbato se li si chiamasse a scegliere e a decidere. Restiamo così, asfitticamente, a difendere una pastorale di sopravvivenza, ad accanirci nel far crescere e fruttare le nostre onerose opere. Non ci turba il congedo dalla fede di tantissimi adolescenti e adulti. Sopravvivere ci basta e del futuro ci importa poco.
Ma sarebbe ben altrimenti testimoniale una comunità che si interrogasse di continuo sulla propria fede e sulle modalità di confessarla e annunciarla; sarebbe assai più incisivamente profetica una comunità che elaborasse nella fatica del discernimento e del confronto un progetto catechetico, liturgico, pastorale conforme ai soggetti che la costituiscono e a quegli altri ai quali bisogna aprirsi, visto che la Chiesa non esiste per se stessa, ma per essere sacramento, ossia segno e strumento dell’incontro con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. LG 1).
Uno stile sinodale è dunque quello che a tutto antepone il reciproco riconoscimento, rinsaldato dalla reciproca autorevolezza, animato dalla fatica della consapevolezza dei doni a ciascuno elargiti dallo Spirito per l’utilità comune. Nessuno è inutile nella Chiesa locale, come nelle comunità che la costituiscono. Nessuno è inutile in una comunità religiosa ma tutti e tutte sono egualmente segnati dallo Spirito pur nella straordinaria diversità dei doni a ciascuno/a elargiti.

Nel segno della dialogia e del servizio

Ecco, sinodalità è sapersi in cammino insieme, pur nella diversa varietà dei doni, senza gerarchie sacrali, senza ipoteche clericali, senza privilegi quali che siano. Insieme, appunto, fratelli e sorelle che guardano al modello Trinitario, circolo ineffabile di reciprocità interpersonale, alla cui immagine uomini e donne sono stati creati. Fratelli e sorelle costitutivamente nel segno della libertà e della creatività, nel segno della dialogia e del servizio, nel segno della gratuità che promanano da Padre Figlio Spirito.
Una Chiesa veramente a immagine della Trinità, una umanità che veramente ne mette in circolo l’essere ad immagine: ecco il fondamento della sinodalità e dello stile sinodale, ossia del camminare insieme, alacri e solerti, responsabili e reciprocamente attenti gli uni agli altri, così da abitare la storia umana attestando le sfide e i valori del Regno di Dio.

Cettina Militello
Teologa
Pontif. Facoltà Teologica Marianum