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domenica 23 dicembre 2018

Ravasi "A Natale ascoltiamo il silenzioso Giuseppe"


A Natale ascoltiamo il silenzioso Giuseppe
in “Il Sole 24 Ore” del 23 dicembre 2018

Se nel villaggio di Nazaret in Galilea ci fosse stato un ufficio dell’anagrafe, nel registro di uno degli anni attorno all’inizio dell’era attuale si sarebbe trascritto come residente un certo Giuseppe figlio di Giacobbe o di Eli (paternità discussa), sposato a una Maria, con un figlio di nome Gesù, di professione naggara’, che nella lingua locale, l’aramaico, poteva significare «carpentiere» o «falegname», in greco (l’inglese di allora) téktôn.
Sono questi i dati personali che possiamo ricavare dai Vangeli riguardo al personaggio che l’evangelista Matteo presenta come attore principale della nascita e dell’infanzia di Gesù, a differenza del collega Luca che privilegia la madre Maria.
Una figura modesta, quindi, nonostante la conclamata discendenza davidica, documentata da una genealogia posta in apertura al Vangelo di Matteo (1,1-17) e confermata da un dato storico piuttosto problematico, un censimento imperiale romano imposto dal governatore di Siria Quirinio secondo un canone etnico e non residenziale. Concretamente ci si doveva registrare nella sede originaria dell’ascendenza del clan familiare. È Luca a segnalare, allora, che «Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, dovette salire in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme perché apparteneva al casato e alla famiglia di Davide» (2,4). Parlavamo di una questione storica problematica sia perché le genealogie erano nell’antichità elaborate con modalità molto libere e simboliche, sia perché la cronologia di quel censimento è un rebus quasi insolubile, affidato a un’intera biblioteca di studi, ricerche, ipotesi degli esegeti, un enigma che evitiamo di affrontare.
Noi ci accontenteremo di gettare uno sguardo sull’esperienza piuttosto sconcertante vissuta da questo artigiano in occasione della nascita del figlio, avvenuta appunto durante i giorni di quel censimento, forse il 7/6 a.C., in un alloggio di fortuna a Betlemme. Ritorniamo, perciò, al testo di Matteo: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (1,18-21).
C’è una componente circostanziale da chiarire. Nell’antico Israele il matrimonio comprendeva due fasi distinte ma connesse. La prima era il fidanzamento ufficiale la cui ratifica aveva un rilievo particolare per la donna: pur continuando a risiedere nella casa paterna, essa era considerata già sposa del futuro marito, per cui ogni infedeltà era rubricata come adulterio. La seconda fase comprendeva la celebrazione nuziale col trasferimento alla casa dello sposo con canti, danze e banchetti, evento evocato da una suggestiva parabola di Cristo, quella delle ragazze sagge e sbadate (si legga Matteo 25,1-13).
Il racconto sopra citato si colloca nella fase del fidanzamento: «prima che andassero a vivere insieme», la fidanzata-sposa Maria «si trovò incinta». Giuseppe è di fronte a una scelta drammatica, quella del “ripudio” in senso stretto, tant’è vero che Matteo usa il verbo greco apolýsai, il termine tecnico del divorzio, con tutte le conseguenze penali e civili persino drammatiche per la donna. Per fortuna non sempre nel giudaismo si applicava il comma della legge biblica che era implacabile: «Se la fidanzata non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all’ingresso della casa paterna e la gente della sua città la lapiderà a morte» (Deuteronomio 22,20-21). È facile rimandare alla scena che si è consumata sulla spianata del tempio di Gerusalemme con l’adultera in procinto d’essere lapidata e salvata da Gesù con la celebre frase: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Giovanni 8,1-11).
Giuseppe è innamorato di Maria e non sa come rendere meno atroce per lei la condanna. Da uomo giusto, cioè corretto (non può avallare col suo nome un bambino di padre ignoto) ma anche mite e compassionevole per quella che di per sé era già la sua donna, opta per un ripudio segreto, senza la procedura legale ufficiale, evitando la consegna formale del “libello di ripudio”, diminuendo così anche l'eventuale rischio del ricorso alla lapidazione da parte del parentado. Mentre è lacerato interiormente, la sua oscurità interiore è squarciata da un lampo di luce che è espresso in una forma classica già nell’Antico Testamento. L’angelo nella Bibbia è segno di una rivelazione divina e Giuseppe ne sperimenterà la presenza a più riprese nel racconto dei due capitoli di Matteo dedicati alla nascita e all’infanzia di Gesù.
Si tratta, quindi, di una forte esperienza interiore che lo spinge a una scelta diversa: egli dovrà condurre a termine anche la seconda fase del matrimonio «prendendo con sé Maria sua sposa» perché in quella donna è accaduto un evento unico e straordinario, un seme divino (lo Spirito di Dio stesso) l’ha fecondata. A lui toccherà il compito di essere il padre legale di quel bimbo, registrandolo all’anagrafe col nome di Gesù, che significa «il Signore salva (aiuta, dà vittoria)».
Una prassi, quella della paternità legale o putativa, confermata anche in altri casi della Bibbia, come per il cosiddetto «levirato» (dal latino levir, cognato), così formulato dalla legge: «Quando uno dei fratelli di una famiglia morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto si unirà con un suo cognato che se la prenderà in moglie... Il primogenito che ella genererà, avrà il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele» (Deuteronomio 25,5-6; si legga anche Matteo 22,23-33).
Matteo cita la nascita di Gesù a Betlemme solo in un paio di righe, a differenza di Luca che però, come si diceva, punta il suo obiettivo sulla figura della madre Maria, e conclude: «Prese con sé la sua sposa e, senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (1,24-25). Letteralmente il testo greco suona così: Giuseppe «prese con sé la sua sposa e non la conobbe finché partorì e gli generò un figlio...». È noto che «conoscere» è un eufemismo biblico per l’atto sessuale. Il passo originario, a prima vista, sembrerebbe alludere a successivi rapporti di Giuseppe con Maria, così da giustificare la generazione dei cosiddetti «fratelli e sorelle di Gesù».
A livello strettamente filologico, però, Matteo non affronta tale questione (che ha complesse implicazioni storiche, esegetiche e teologiche che non possiamo ora trattare). Infatti, nelle lingue moderne quando si dice che una cosa non succede “fino a” un certo tempo, di solito si suppone che abbia luogo dopo: Giuseppe non ha avuto rapporti con Maria fino alla nascita di Gesù, ma in seguito avrebbe potuto generare con lei figli. In realtà il greco eos ou, “finché non”, e una sua eventuale matrice aramaica, sottesa al greco usato da Matteo, vogliono marcare solo ciò che accade fino alla scadenza di quel “finché”. Giuseppe non ebbe rapporti con Maria, eppure nacque Gesù. Il tema che all’evangelista premeva sottolineare era quello teologico della generazione di Cristo non da seme e da scelta umana ma da un atto trascendente divino. È questo anche il senso sia della verginità di Maria sia della maternità di Maria.
Abbiamo scelto di accompagnare questo Natale con una figura che diverrà cara alla tradizione cristiana, nonostante appaia solo agli esordi della vita di Gesù. Inizi per altro drammatici, avvolti nel sangue della strage dei bambini di Betlemme imposta da Erode e con l’esperienza amara di profugo che egli sperimenterà assieme alla sua famigliola, divenuta emigrante e clandestina in Egitto, una terra che in passato non era stata certo benevola con gli Ebrei. Giuseppe – che tra l’altro non parla mai e che scompare subito di scena nei Vangeli – ha invece avuto un successo non marginale nei Vangeli apocrifi, al punto tale che esiste persino una deliziosa (e piuttosto fantasiosa) Storia di Giuseppe il falegname, scritta in greco in Egitto nei primi secoli, giunta a noi solo nelle versioni araba e copta e pubblicata del 1722 dallo svedese G. Wallin. Ma questa è veramente un’altra storia... A noi sono bastati i Vangeli canonici, tenendo forse davanti agli occhi l’immagine del forte capofamiglia Giuseppe che incombe sulla sposa Maria e il piccolo Gesù nel michelangiolesco Tondo Doni degli Uffizi.