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martedì 17 luglio 2018

Antonella Lumini "Monastero senza mura"


In un libro del 
benedettino John Main

Antonella Lumini

Che il monachesimo stia attraversando una crisi profonda è un fatto evidente.
A parte nuovi ordini di recente costituzione, come Bose, i monaci di Gerusalemme, che ancora vivono una certa espansione, numerosi monasteri e conventi storici rischiano di esaurirsi da qui a pochi decenni per mancanza di vocazioni. Non è sufficiente dare la colpa al mondo — senza dubbio sempre più materialista, nichilista e ateo — visto che, di fatto, una nuova ondata di spiritualità sta veicolando in maniera sotterranea, cioè senza trovare sbocco nelle forme che offre la tradizione. C’è dunque da interrogarsi sul perché istituzioni plurisecolari non costituiscano più un riferimento, non corrispondano alla sensibilità spirituale del nostro tempo. Quello cui assistiamo richiede la lungimiranza di uno sguardo che scavi alle radici.

A tale proposito, una risposta ci viene offerta dall’esperienza testimoniata dal libro recentemente tradotto in italiano Monastero senza mura: lettere dal silenzio, di John Main (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 318, euro 22), monaco benedettino, fondatore della Comunità mondiale di meditazione cristiana. Nato in Inghilterra nel 1926, arruolatosi nel dopoguerra presso il Servizio diplomatico britannico, fu inviato in Malesia. Qui ebbe modo di praticare la meditazione che cominciò a integrare con la preghiera cristiana. Tornato in Europa, nel 1958 entrò nell’Ordine benedettino presso l’abbazia di Ealing di Londra, dove gli fu chiesto di rinunciare alla pratica della meditazione. Obbedì per oltre dieci anni, fino a quando, nel 1969, mandato presso l’abbazia di sant’Anselmo di Washington D. C., si riavvicinò alla pratica della meditazione attraverso le opere di Giovanni Cassiano e dei padri del deserto, convinto che la preghiera contemplativa costituisse una importante risorsa non solo per la tradizione monastica, ma per l’intera cristianità. Nel 1974, ritornato a Londra, con il sostegno dell’abate della comunità di Ealing, dette vita a un centro di spiritualità coinvolgendo un gruppo di giovani laici a partecipare alla tradizionale vita del monastero e alla pratica della meditazione silenziosa: «Fin dal momento della nascita e dello sviluppo del primo centro di meditazione, ci sembrava […] di essere stati condotti a delle rivelazioni che potevano indicarci la via al monachesimo del futuro». L’immensa ricchezza della preghiera contemplativa che caratterizzava la tradizione monastica cristiana giaceva come nascosta «fino a quando non entrammo nell’esperienza stessa, che così ci rivelò i suoi tesori». Come afferma Cassiano nelle Conferenze: «esperienza magistra». È l’esperienza che istruisce. Su questa via non c’è altra possibilità se non la pratica diretta. «Ben presto fu chiaro che la crescita spirituale che i nostri laici stavano sperimentando non derivava principalmente dal recitare l’ufficio divino, ma dalla pratica del silenzio e del lavoro interiorizzato della loro meditazione. […] Questo silenzio non era il frutto di regole istituzionali: era il silenzio che venivano scoprendo come presenza viva nei loro cuori». Era dunque necessario riacquisire gli insegnamenti di un’esperienza vissuta e praticata oltre 1500 anni prima, trasmessa e arricchita attraverso generazioni di monaci, ma poi interrotta proprio a causa del venir meno della pratica. John Main parla pertanto di “nuovo monachesimo”, della necessità di recuperare tale esperienza, di riattivarne la trasmissione mettendone in luce le valenze dinamiche, le potenzialità capaci di risvegliare un reale processo di trasformazione interiore. La fama del centro di meditazione prese rapidamente a diffondersi, vennero costituiti altri numerosi gruppi di laici i cui membri praticavano quotidianamente la meditazione.

Nel 1977 John Main fu invitato dall’arcivescovo di Montreal a fondare una nuova comunità benedettina di monaci e laici il cui fine fosse proprio quello di praticare e diffondere la meditazione cristiana. Attraverso pubblicazioni, registrazioni, ritiri spirituali, i suoi insegnamenti ebbero un’ampia divulgazione, continuando a diffondersi anche dopo la sua morte avvenuta a Montreal il 30 dicembre del 1982. Di particolare rilievo mistico le numerose lettere inviate alle comunità costituitesi nel mondo, ora raccolte in questa pubblicazione.
La crisi del monachesimo e più in generale del cristianesimo, afferma decisamente John Main, non dipende quindi esclusivamente dal materialismo, dalla perdita dei valori, ma dal fatto che «persone affamate» di profonda spiritualità vengano tenute lontane da ciò di cui hanno bisogno. «La Chiesa è apparsa incapace di donare alle persone i beni di cui costoro erano in ricerca». La parola meditazione nel suo senso originario e monastico significa «pratica semplice che conduce alla preghiera “pura” o senza immagini». Esperienza che, attraverso il silenzio, tende ad integrare «il corpo e la mente nel cuore». Conduce a una conoscenza di Dio per partecipazione interiore, attraverso la conoscenza della parte profonda di se stessi. L’insegnamento diffuso da John Main può riassumersi in poche indicazioni: «Mettiti seduto, immobile, la schiena dritta. Chiudi delicatamente le palpebre. Sii rilassato, ma vigile. Inizia a ripetere silenziosamente un’unica parola: noi suggeriamo il mantra “maranatha”. […] Non pensare o immaginare alcunché di spirituale o altro. [...] Medita ogni mattino ed ogni sera per un tempo variabile tra i venti e i trenta minuti». Questo metodo semplice, ma efficace, ebbe subito grande risposta promuovendo subito la costituzione di nuove comunità di meditazione cristiana in vari paesi. In Italia la prima comunità nacque a Firenze nel 1996, e successivamente in molte altre città a copertura di quasi tutte le regioni. La Comunità mondiale di meditazione cristiana, attualmente sotto la guida di padre Laurence Freeman, monaco benedettino olivetano, è una famiglia spirituale diffusa in tutto il mondo che riunisce monaci e laici, un vero e proprio “monastero senza mura”. Il messaggio è forte. La vita spirituale si espande irradiandosi dall’interno. Le mura che sempre hanno costituito un esplicito segno di separazione vengono oltrepassate più la preghiera diviene pura radicandosi nel profondo. La via di salvezza non è la fuga mundi, ma l’interiore disponibilità ad accogliere la potenzialità creatrice che trasforma le comunità umane in realtà di comunione in cui veicoli amore fra persone, popoli, culture, religioni, secondo il più autentico annuncio evangelico.

Naturalmente i metodi possono essere tanti e altrettanto semplici da praticare, ma il fulcro deve essere sempre costituito dalla sosta silenziosa attraverso cui partecipare della dimensione interiore. «L’insegnamento monastico è che il silenzio è il mezzo della trascendenza, ed è naturale e possibile per tutti in ogni stato di vita». La preghiera contemplativa conduce all’ «incontro personale con il maestro vivente che dimora nei nostri cuori», produce incarnazione, ossia trasformazione della vita incarnata per mezzo dell’azione dello Spirito Santo che prende campo proprio nella passività della volontà. Secondo i padri «la vita monastica era la meraviglia di un incontro attuale con il Gesù risorto e del tutto vivente». La meditazione tesse la relazione intima con il Cristo che abita dentro di noi, con quella pienezza umano/divina incarnata da Gesù e divenuta forza dinamica all’interno della natura umana. Tappa raggiunta che attrae tutti a sé favorendo quel processo di crescita spirituale che purifica pacificando ogni forma di complessità, riconducendo verso la semplicità, verso l’innocenza originaria, ma nella piena consapevolezza, nella coscienza. «La visione cristiana ha sempre rispettato i processi della crescita naturale [...] redenzione significa che ogni forma di crescita umana si incarna oramai in Cristo e ne condivide la realizzazione senza limiti che Egli ha raggiunto». Questo il grande mistero implicito all’annuncio evangelico perché «il cristianesimo trascende il mondo ed è, al contempo, pienamente incarnato in esso». Non è dunque tanto il rapporto sentimentale e devozionale che rende conformi alla divina umanità di Gesù, ma l’adesione sempre più intensa alla presenza interiore del Risorto. Lo Spirito Santo, avendo preso dimora nella natura umana, s’irradia dove più trova apertura. Questo passaggio investe l’essere e non può realizzarsi solo attraverso l’osservanza di regole e ritmi prestabiliti, ma attraverso l’esperienza interiore che richiama al qui ed ora, che chiede la consumazione della distanza che separa da quella luce irradiante sempre viva nel profondo. Il monachesimo custodisce un’immensa potenzialità per il nostro tempo, ma richiede un rinnovamento dal suo interno. Monos vuol dire unico, solo, semplice. Tensione verso l’unificazione della persona umana che opera la potenza della resurrezione in atto attraverso l’azione dello Spirito santo. Il monaco è quindi costitutivo della vita cristiana. Non riguarda tanto lo stato o il ruolo, ma richiede un atteggiamento interiore costantemente rivolto al mistero che travalica e trascende per “assorbire” in sé. Il nuovo monachesimo dinamizza questa tensione implicita alla vita cristiana stessa, può quindi essere vissuto da tutti al di là del loro stato.