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martedì 12 giugno 2018

Rosanna Virgili "Porti aperti/Paura e libertà"


Rosanna Virgili
Porti aperti/Paura e libertà

Il Cardinal Bassetti qualche giorno fa a Roma ha chiesto espressamente ai cattolici di non aver paura di occuparsi di politica, anzi, di impegnarsi con sentimenti di carità e con spirito di servizio in questo compito moralmente ineludibile per loro. Mi auguro che questo invito trovi una corrispondenza, sia attraverso un contributo di parole e riflessioni, sia di azioni/gesti e decisioni concrete.


La politica – con la P maiuscola – di cui molto spesso ha parlato e parla Papa Francesco – è fatta di amore e passione, relazioni, discussioni, scelte a favore del bene di tutti in un Paese; per questo la sua prima vocazione è quella di occuparsi dei più deboli e degli esclusi nell’ansia di riammetterli nell’assemblea dei cittadini liberi. Un’opera che chiede un vigilare assiduo a quanto accade e muta, vissuto con sapienza e fiducia.

Per far ciò i cristiani hanno un grande vantaggio: l’eredità della storia e della Parola. Qualcosa che può essere paragonato a quanto, per gli antichi romani, rappresentava il mos maiorum, vale a dire la “tradizione degli antenati”. Ad esso si saldava, infatti, la loro stabilità politica ed era condizionato il successo nel futuro prossimo e remoto.

Similmente per i cattolici la Scrittura, il Vangelo, insieme alla tradizione dei Padri, alla dottrina e al mare magnum della testimonianza che santi donne e uomini le hanno donato con estrema abbondanza, costituiscono un valore immenso da non lasciare senza investimento.

Anche in politica, infatti, ogni giorno è un kairòs, un tempo buono per tirar fuori “cose nuove e cose antiche”. E lo ha fatto ieri il Cardinal Ravasi twittando un versetto del discorso escatologico di Gesù nel Vangelo di Matteo: “Ero straniero e non mi avete accolto”, intervenendo sulle decisioni dei nostri governanti in merito ad Aquarius. Per questo noi cristiani italiani vorremmo ringraziarlo, perché ha condiviso la perla luminosa della Parola nell’occasione politica opportuna. Questo è politica, vale a dire la carità intelligente che feconda l’opera della politica.

Quando il ministro degli Interni gli risponde dicendo che lui porta sempre con sé il Rosario e tiene in tasca il Vangelo, mentre decide di rifiutare – al di là dei motivi più o meno legittimi che adduce – lo sbarco di una nave piena di migranti senza nome né documenti, il cuore del cristiano non può non riscuotersi e sentire un contrasto, un conflitto, un controcanto.

Se quei cristiani che ascoltano tutte le Domeniche il Vangelo in Chiesa non avvertono una contraddizione polare, uno stridore tra le parole di Gesù e degli Apostoli e quelle di Salvini, vuol dire che sia le prime che le seconde passino in superficie, non vengano prese sul serio. Che al contenuto effettivo del Vangelo non si pensi nemmeno, ma non si faccia troppa attenzione neppure alle parole del Ministro. Quella che viene smascherata è, piuttosto, una reazione d’istinto, un urlo viscerale, che nasce dalla paura e dalla pigrizia mentale di tanti – come noi! – buoni cattolici.

Il tema dei migranti è, infatti, centrale a tutta la nostra Bibbia. Abramo era un migrante, Mosè era un migrante, Paolo di Tarso fu il più grande “migrante” del Nuovo Testamento. Ed anche Pietro – nato e fatto uomo a Cafarnao - venne a morire a Roma. Sarebbe prezioso per i cattolici che oggi vogliano acconsentire alla richiesta del Presidente dei Vescovi italiani, rileggere, innanzitutto, gli Atti degli Apostoli. Ed accorgersi come, sin dalla prima pagina gli apostoli siano chiamati ad uscire dalla provincia per raggiungere “i confini della terra” a portare la “gioia del Vangelo” (cf. At 1,8).

Il cristianesimo è una fede universale; esso raccoglie l’idea di ecumène che già si era sviluppata ampiamente nel bacino del Mediterraneo e la estende oltre ogni limite e confine (di luogo, di lingua, di cultura, di religione), insegnandola anche – in futuro – ai popoli “lontani”, cominciando da quelli del Nord….

Son cose che sappiamo.

Ma la fotografia di quanto accade oggi con Aquarius, o con le altre navi che sono state - e saranno anche domani! - in moto nel Mediterraneo è già “postata” negli ultimi capitoli degli Atti degli Apostoli (capitoli 27-28). Se non fossero Sacra Scrittura, sembrerebbero pagine dei giornali di oggi!

Ci sono navi che partono dalle coste del Vicino Oriente, della Siria, dall’antica Fenicia, che si incrociano e si scambiano i passeggeri, perché possano portare a termine il loro fortunoso viaggio e il loro sogno. Si tratta di persone di ogni provenienza e condizione sociale: commercianti e prigionieri, gente in custodia cautelare – come Paolo stesso! – e gente alla ricerca di una vita migliore (cf Atti 27).

L’ultimo viaggio dell’Apostolo Paolo può davvero dare immagine ed anima ai mille viaggi di tanti migranti che oggi arrivano sul Canale di Sicilia.

Colpisce l’identità dei mari, delle isole e delle città di porto, e colpisce il modo in cui i naviganti giunsero sulle rive dell’isola di Malta: chi a nuoto, chi attaccati ai resti della nave distrutta dalla tempesta, che avevano trasformato in zattere. E per fortuna che i Maltesi piuttosto che respingerli, o chiedere loro i documenti, innanzitutto “li accolsero con rara umanità”, accendendo persino un fuoco per farli riscaldare (cf At 28,1ss.).
Solo più tardi i Maltesi si cureranno di conoscere chi fosse quella gente (e se avesse, o meno, il diritto di asilo..).

Fu passando proprio nei porti del Sud, che tutti erano aperti, che il Vangelo raggiunse la nostra Italia, attraverso il grande Apostolo. Se a Malta si fossero rifiutati di accogliere i naufraghi stranieri, il Vangelo non sarebbe giunto sino a loro e sino a noi. Se a Siracusa il porto fosse stato chiuso, Paolo non avrebbe, ugualmente, potuto procedere. E tanto vale per Reggio, per Pozzuoli e per il porto di Roma.

Se al tempo di Paolo a Malta e in Italia ci fossero stati ministri degli Interni come Salvini, Salvini stesso, oggi, non potrebbe portare in tasca un Vangelo… Io penso che lui lo debba sapere, ma, soprattutto, che dobbiamo saperlo noi cristiani d’Italia, dobbiamo conoscere “dove” siamo nati e chi ci ha “generati” alla fede!
Furono ospiti del Sud, anime del Mediterraneo.

Al tempo di Paolo anche Roma in piena espansione imperiale cercava di difendersi dagli “stranieri”. Sempre in Atti si menziona l’editto di Claudio, una legge che stabiliva l’espulsione degli Ebrei dall’Urbe (cf At 18,2). Siccome quegli stranieri diventavano sempre più numerosi e reclamavano i loro diritti civili, Roma provò ad espellerli. Ma il corso delle cose è sinuoso… e dopo pochi anni vediamo che una altro ebreo – Paolo appunto – sbarca nella Capitale dell’Impero.
Impossibile fermare i corsi della storia, la storia ci insegna.

Lì rimarrà due anni in un monolocale preso in affitto, perché, evidentemente, anche i diritti dei prigionieri erano consentiti e rispettati. E proprio in quel piccolo appartamento – che apparteneva forse al demanio imperiale, oggi diremmo al Comune di Roma! – Paolo “evangelizzava” (cf 28,30). (A proposito, ma è vero che in Italia ci sono quattro milioni di appartamenti vuoti???).

Un’ultima nota curiosa: il grande desiderio dell’Apostolo delle genti era quello, dopo aver visitato Roma, di raggiungere la Spagna, come attestato nella Lettera ai Romani (cf Rm 15,24). Per una strana ironia della sorte se oggi si trovasse sulla nave Aquarius raggiungerebbe prima la sua ultima meta senza – chissà! – poter vedere mai l’eterna Roma.


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ATTI DEGLI APOSTOLI 27/28

1Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. 6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».
27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

28 1Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. 2Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo. 3Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. 4Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: «Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere». 5Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. 6Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio.
7Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. 10Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario.
11Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. 12Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. 13Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. 15I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.

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30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento