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sabato 19 maggio 2018

Gianfranco Ravasi Lo Spirito ci dona il discernimento


L’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste s’irradia in luce e amore, come attesta la simbologia del fuoco. Abbiamo, così, pensato in questa solennità di interrompere la nostra ormai lunga serie di storie di vocazione e di fermarci su una parola che evoca un’illuminazione spirituale. Se osserviamo il titolo assegnato da papa Francesco al Sinodo dei vescovi di ottobre, notiamo infatti la presenza di un vocabolo che è diventato piuttosto comune nel linguaggio ecclesiale di questi ultimi tempi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

Ecco, dunque, il termine che considereremo: «discernimento», che nella Bibbia è da cercare sotto un ventaglio di parole dai molteplici signi ficati, soprattutto nel linguaggio neotestamentario. C’è, così, una costellazione di verbi greci che citiamo innanzitutto per essere fedeli all’originale ma anche perché sono diffi cili da rendere in modo univoco: krínein è “giudicare”, ma anche saper vagliare, discriminare, persino condannare; dokimázein è “mettere alla prova, verificare, discernere, misurare”, ma anche approvare e interpretare; sýnesis è la “comprensione”, ma anche l’intelligenza, l’intelletto, la capacità di dare senso; ghinóskein è un “conoscere”, che però comprende non solo l’attività intellettiva ma anche quella volitiva, affettiva, effettiva fi no a giungere all’amore.

Questo arcobaleno di termini evidenzia quanto sia complessa l’opera di discernimento nei confronti delle scelte da compiere. Bisogna essere capaci di mettere sul tavolo la molteplicità dei doni personali ma anche delle vie che si aprono davanti a noi; si deve avere la coscienza del proprio limite ma anche la consapevolezza delle potenzialità che ci sono donate; è indispensabile avere una sensibilità morale che distingue bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto; si deve essere pronti alla prova che verifi ca l’autenticità del cuore.

A quest’ultimo proposito sono signi ficative alcune espressioni bibliche. Da un lato, c’è la certezza che Dio è «giusto giudice, scrutatore dei reni e del cuore» (così, ad esempio, in Geremia 11,20). San Paolo usa l’immagine del fuoco per descrivere l’azione giudicatrice del Signore nei confronti della vocazione e missione del discepolo: «L’opera di ciascuno sarà resa palese; la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà l’opera di ciascuno» (1Corinzi 3,13). D’altro lato, c’è lo stesso credente che presenta con sincerità sé stesso a Dio perché egli trapassi con la sua luce la coscienza: «Scruta il mio cuore, vaglialo nella notte, provami nel crogiuolo: in me non troverai alcun crimine » (Salmo 17,3).

Ma alla fine è lo Spirito Santo il principio del discernimento attraverso i suoi doni che sono elencati dal profeta Isaia in uno dei suoi canti messianici: «Spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (11,2). Attraverso questa serie di virtù che illuminano l’anima, il fedele riesce ad avere la sapienza e l’intelligenza di Salomone e dei saggi, il consiglio e la fortezza di Mosè e di Davide, il timore del Signore testimoniato dai patriarchi e dai profeti. Con questa dotazione di virtù si potrà «distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo» (Filippesi 1,10), che è poi anche il tempo della nostra vocazione.