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lunedì 9 aprile 2018

L' intervista al Cardinale Ravasi su Vogue


«Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì»: moda e religione cattolica sembrano mondi lontanissimi, specie negli anni di Papa Francesco. Eppure, spiega Monsignor Ravasi (e una mostra a New York), sono molti i fili che li legano. A partire dalla Bibbia.


Dall’eleganza di papa Ratzinger, che restaurò il camauro e la mozzetta, e che per le scarpine di vitello rosso, simbolo della passione di Cristo, scelse un famoso artigiano di Verona. Alla semplicità francescana di papa Bergoglio, sotto il cui papato Santa Romana Chiesa abbandona ogni sfarzo per mettersi all’unisono con l’umanità contemporanea e servirla meglio. In un mondo dove la produzione di ricchezza sembra fuori controllo, e la sua ripartizione mai così iniqua, niente più della moda parrebbe lontano dalla Chiesa di papa Francesco. Eppure, l’incontro tra due mondi tanto lontani può rivelarsi sorprendentemente fecondo: lo testimonia la mostra “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination”, al Metropolitan Museum di New York (dal 10 maggio all’8 ottobre); e lo spiega a Vogue Italia il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.

Eminenza, non è paradossale combinare insieme il messaggio cristiano e il mondo del lusso?
Non tanto, se pensiamo che l’uomo non è ciò che mangia, come diceva il filosofo e matematico materialista Ludwig Feuerbach nel XIX secolo, ma anche ciò che veste. Nel libro della Genesi, cap. III, v.20, del resto, Dio entra in scena non solo come creatore, ma come sarto: «Il signore Dio fece all’uomo e alla sua donna tuniche di pelle e li vestì». E nel vestire, oltre all’aspetto materiale, c’è un aspetto morale, poiché il vestito ha lo scopo di difendere, celare e tutelare il mistero della sessualità e della vita, e c’è un aspetto metaforico, che io stesso testimonio indossando la porpora cardinalizia, poiché la veste rinvia all’investitura, e cioè alla funzione sociale di chi la porta, e alla rappresentazione simbolica che ne consegue.

Vuol dire che il lusso è parte integrante della Chiesa cattolica e della storia della Chiesa di Roma?
I paramenti ecclesiastici sono un ornamento, tipico della celebrazione di un rito, che rinvia alla liturgia. Basta visitare i musei diocesani sparsi in tutta Europa per constatare che sono colmi di oggetti sacri legati al culto ecclesiastico. Io sotto la veste cardinalizia indosso un abito laico. Nei primi secoli del Cristianesimo si celebrava in abiti normali. L’unico non ammesso era quello militare, su cui San Paolo costruirà la sua famosa metafora «Rivestitevi dell’armatura di Dio per resistere alle insidie del diavolo» (Lettera agli Efesini, cap. 6, ndr). L’abito liturgico è così ricco e sontuoso perché rappresenta la dimensione trascendente del mistero religioso, e cerca di ornare ciò che è divino con qualcosa di splendido e meraviglioso. In questo senso, la mostra al Metropolitan è espressione sociale della vita di un popolo e di una comunità. È esperienza culturale e al tempo stesso sacrale e religiosa.

Da alto prelato della Chiesa cattolica, lei davvero non vede incompatibilità tra l’alta moda e il messaggio del Vangelo?
Insisto, anche i paramenti più semplici possono testimoniare di un eccesso di lusso, della futilità e dell’inutilità proprie del lusso. Ma come nei paramenti ecclesiastici appare la sacralità della funzione liturgica, così negli abiti di lusso dell’alta moda appare una funzione simbolica che trascende la mera funzione del coprirsi.

Non crede che sia dissacrante adottare immagini votive come avviene in alcuni marchi dell’alta moda?
La Chiesa non dovrebbe tutelare il suo repertorio di immagini sacre? Il desiderio di dissacrare è innato nell’animo umano. È un istinto infantile, appare nel bimbo che esagera i suoi comportamenti con gesti proibiti. Nella dissacrazione di molti artisti contemporanei c’è però un aspetto positivo: si dissacra solo ciò che conta, solo ciò che è importante.

Chi se la prende più, oggi, con i simboli dell’imperatore romano?
Nessuno. Mentre la simbologia religiosa è quella che incide di più. Tempo fa, andai a Monaco e visitai i musei della Baviera. Vidi la mostra di un fotografo tedesco, una sequenza di foto impressionanti di uffici pubblici, aule scolastiche e altri luoghi dove, a dispetto della secolarizzazione imperante, erano stati mantenuti i crocefissi…

E che ne dice di un artista come Cattelan che rappresenta papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite?
Il senso è identico: non mi batto per cancellare un simbolismo, ma per attingere a un altro. Colpire una figura sacrale è certamente molto più incisivo. Ma al di là della forma un po’ provocatoria, resta il fatto che si riconosce valore al simbolo religioso. Oggi, i linguaggi simbolici più importanti continuano a essere quelli artistico-religiosi. E l’innamoramento resta un canale di conoscenza che ha tra le persone un’affermazione maggiore dei linguaggi tecnico-scientifici. Dare valore ai linguaggi religiosi, dunque, è l’espressione più profonda e segreta della persona umana. Se la scienza rappresenta la scena del mondo contemporaneo, l’umano cerca sempre qualcos’altro.

Cosa risponderebbe agli integralisti che considerano incomprensibile, addirittura diabolico, il connubio tra spiritualità cattolica e materialismo del mondo del lusso?
San Paolo, nella Prima lettera ai Tessalonicesi, capitolo V, diceva di verificare tutto e conservare ciò che è bello. “Kalon” in greco voleva dire bello e buono. La moda è una forma di comunicazione molto rilevante della cultura contemporanea. Una donna, vestendosi, ricorre a certi canoni. Ma anche una persona povera lo fa, cercando di vagliare vari aspetti. Certamente, il mondo del lusso è fuori dalla Chiesa. Ma noi abbiamo la missione anche di entrare in un mondo che rappresenta a volte in modo evidente alcune malattie del nostro tempo: l’esteriorità, la banalità, la superficialità. Ora se l’indifferenza e la superficialità ne sono la componente dominante, è anche vero che secondo il messaggio cristiano è indispensabile entrare anche nel mondo del lusso, come in qualsiasi altro mondo dove c’è il male.

Cosa l’ha spinta a farlo con la mostra americana?
Un antico desiderio. In passato, quando ero a capo della Biblioteca Ambrosiana a Milano, ebbi spesso la stessa richiesta dal mondo della moda, che però non riuscì ad aver seguito. In quel mondo, dicevano, c’erano pur sempre persone che avevano bisogno di sentire un’altra voce. I modelli, costretti a una vita ascetica, spesso brutale, hanno un desiderio di bellezza, esprimono una ricerca di bellezza che guarda altrove. D’altra parte, chi oggi entra in una Pinacoteca senza conoscere alcunché della Bibbia non riesce a capire l’80 per cento di quello che sta guardando. È proprio per questo motivo, e cioè per dialogare con il mondo della bellezza – che fu per secoli la nostra prerogativa, anche se la grammatica di oggi è diversa, a causa del divorzio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo –, che a Venezia abbiamo inaugurato il padiglione Vaticano alla Biennale di architettura.

Lei dunque crede in un incontro necessario tra il mondo della fede e quello della bellezza?
Sì, perché fede e bellezza, per loro natura, non rappresentano il visibile, ma l’invisibile nel visibile, come diceva Paul Klee. Dialogo, inoltre, vuol dire incontro tra due “logoi”, e cioè due ragioni, due discorsi seri, ma nella radice del termine c’è anche “dia” che vuol dire entrare in profondità. Alla luce dell’esperienza del Cortile dei Gentili, il forum con i rappresentanti del mondo laico che da anni organizziamo in Vaticano, posso dire di aver sempre trovato un grande interesse ai nostri temi da parte del mondo estraneo alla Chiesa.

È la sua risposta a una nuova evangelizzazione?
Alla base di ogni persona umana c’è quello che Platone mise in bocca al suo maestro Socrate prima di morire: una vita senza ricerca non merita di essere vissuta. Quelli che operano nel settore del lusso e dell’alta moda hanno tutto del mondo, stanno bene, sono ricchi, appagati, ma alla fine c’è in loro una domanda sul senso della vita, sulla morte, sull’amore, sul dolore e sono convinti che la risposta stia altrove. Anche nelle persone più superficiali, in balia della generale avidità, oggi non troviamo più gli atei militanti di un tempo, gli oppositori della religione, gli anticristiani come Friedrich Nietzsche. Che Dio esista o non esista non è un male in sé, ma è diventato ormai una virtù soggettiva ed etica. In questa luce, è significativo sentire un discorso diverso. E io ogni volta mi stupisco di quanto colpiscano i temi legati al Vangelo, di quanta forza conservi ancora il messaggio cristiano in un mondo secolarizzato come il nostro contemporaneo.