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giovedì 15 febbraio 2018

Luca Mazzinghi "Quale missione in un mondo idolatra?"


Gennaio-Febbraio 2018

I capitoli 13-15 della Sapienza rappresentano il testo più lungo di tutta la Bibbia relativo all’idolatria.

Ne leggiamo solo alcuni passi, dal capitolo 14, cercando di metterne in luce l’attualità.


14,11 Per questo vi sarà una visita anche contro gli idoli dei pagani, perché, fra le creature di Dio, sono diventati qualcosa di abominevole, un inciampo per le anime degli uomini e un laccio ai piedi degli stolti. 12Origine dell’infedeltà, infatti, fu l’idea di fabbricare idoli, la loro scoperta fu corruzione della vita. 13Essi, infatti, non esistevano dall’origine, né esisteranno per sempre: 14a causa delle vuote opinioni degli uomini essi entrarono nel mondo, e per questo una brusca fine per loro è stata decretata.

Il testo ha un tono molto duro; vi sarà una visita contro gli idoli: una visita divina, sottintende il testo, che li distruggerà. Occorre mettersi nei panni di un ebreo che viveva ad Alessandria d’Egitto verso la fine del I sec. a.C., un ebreo sconvolto dal mondo pagano, adoratore di molteplici divinità. In particolare, l’uso di statue, immagini di uomini e animali considerati dèi, specialmente in Egitto, era sentito in netto contrasto con la fede nel Dio unico della Bibbia che il decalogo proibisce di raffigurare, evitando così la tentazione di volerlo possedere.

Le “vuote opinioni degli uomini”, secondo la Sapienza, hanno portato l’umanità a crearsi divinità su misura, sostituendo il Creatore con le sue creature. Duemila anni più tardi, la durezza del tono della Sapienza non va sottovalutata, se solo pensiamo ai molti idoli, ben più seducenti e pericolosi degli animali divinizzati dagli antichi egiziani, che l’umanità del XXI secolo è riuscita a crearsi.

Il v. 12 anticipa le conseguenze dell’idolatria: l’infedeltà e la corruzione della vita; ne riparleremo tra breve. Nel passo successivo, a partire dal v. 15, l’autore si interroga sulle cause dell’idolatria e ne scopre subito una: la paura della morte.

COME NASCE UN IDOLO

14,15 Un padre, consumato da un lutto prematuro, fatta una immagine del figlio improvvisamente rapito, venera ora come dio chi prima non era che un uomo morto; in seguito ha trasmesso ai suoi familiari misteri e riti di iniziazione. 16In seguito, col tempo, rafforzatasi quest’empia tradizione, fu osservata come una legge.

In questi versetti viene descritto il meccanismo che dal lutto e dalla morte è in grado di portare all’idolatria.

Il terrore che la morte segni la fine di tutto ha condotto gli esseri umani a divinizzare i morti e a creare riti che in qualche modo fossero in grado di offrire la speranza in una vita senza fine. Il testo allude a quei riti che si celebravano ad Alessandria, riservati a soli iniziati, e che prendevano il nome di “misteri”.

Ancora oggi, in realtà, la paura della morte è in grado di produrre atteggiamenti religiosi che non di rado sconfinano nella magia, o anche più spesso nella tentazione di una religiosità elitaria, nella ricerca di una appartenenza a gruppi di eletti che pretendono di garantire la salvezza ai loro adepti. Subito dopo, il nostro saggio individua una nuova causa dell’idolatria, ovvero il culto dei sovrani.

Gli idoli del potere

14,16bAnche per ordine dei sovrani le statue divenivano oggetto di culto; 17alcuni, che abitavano lontano, non potendo onorarli di persona, dopo essersi rappresentati a distanza il loro aspetto, si fecero una immagine visibile del re venerato, in modo da adulare, con tale zelo, l’assente come fosse presente. 18A intensificare poi il culto tra coloro che lo ignoravano, contribuì l’ambizione dell’artista. 19Egli, infatti, volendo forse piacere al potente, ne forzò con arte l’immagine per renderla più bella, 20ma la gente, sedotta dal fascino dell’opera, considerò allora oggetto di adorazione colui che poco prima onorava come uomo. 21Questo divenne una trappola per la vita: che cioè uomini, schiavi della disgrazia o del potere, abbiano attribuito a pietre o a legni il nome incomunicabile.

Anche in questo caso, l’autore prende spunto da usanze del suo tempo, ovvero dal culto imperiale introdotto dai romani negli anni dell’imperatore Ottaviano Augusto, alla fine del I sec. a.C. Può sembrare oggi una polemica anacronistica, eppure il culto imperiale sarà uno dei grandi problemi incontrati anche dai primi cristiani: quando l’autorità politica pretende di prendere il posto di Dio, il credente nel Dio della Bibbia si ribella.

IL POTERE ECONOMICO DIVINIZZATO

Si rilegga il giudizio implicito dato dall’autore al v. 21 e relativo a “uomini schiavi della disgrazia o del potere”. Schiavi della disgrazia, cioè del lutto descritto nei vv. 15-16, della paura della morte, e in particolare schiavi del potere. Una delle ragioni dell’idolatria, ancora oggi, è infatti la pretesa del potere politico di sostituirsi a Dio. In realtà, nel mondo contemporaneo dovremmo pensare più che al potere politico, a quello economico il quale passa sopra a ogni tipo di valore. Il potere economico pretende di essere legge a se stesso, creando così schiere di adoratori che, in realtà, sono appunto schiavi proprio di quel potere così seducente, per usare ancora le parole della Sapienza. Il potere, ormai divinizzato, prende così il posto del “nome incomunicabile”, cioè di quel Nome sacro del Dio di Israele che gli ebrei già allora per assoluto rispetto non osavano pronunciare.

L'IDOLATRIA GENERA IMMORALITA'

L’autore approfondisce la sua riflessione e offre nel brano che segue un quadro davvero tragico del mondo in cui egli vive. L’idolatria ha provocato, nella sua opinione, un cedimento morale a vasto raggio:

22 Poi non bastò loro errare riguardo alla conoscenza di Dio, ma ancora, pur vivendo in una grande guerra d’ignoranza, essi hanno salutato mali tanto grandi con il nome di «pace»! 23E mentre praticano riti infanticidi, o misteri segreti, o invasate orge dagli strani rituali, 24essi non mantengono puri né vita né matrimonio: l’uno elimina l’altro a tradimento, o l’affligge con l’adulterio. 25Tutto è dominato da un caos di sangue e di crimine, di furto e di frode, di corruzione, slealtà, anarchia, spergiuro, 26pervertimento dei valori, oblio dei benefici ricevuti, impurità delle anime, perversioni sessuali, disordini matrimoniali, adulterio e sfrenatezza. 27Il culto d’idoli innominabili è origine, causa e culmine d’ogni male.

Il v. 22 allude polemicamente alla situazione dell’impero romano, da quando Ottaviano Augusto nel 9 a.C. proclamò la pax romana per tutto l’impero. Tale “pace” è, per il nostro saggio, fittizia. È la pace fatta dai romani sulla punta delle loro spade e sul culto dei loro idoli; è una pace che maschera una “guerra di ignoranza”.

L’aver eliminato Dio dalla vita dell’umanità ha portato poi, secondo questo testo, una caduta nell’immoralità.

I vv. 23-26 elencano una serie di vizi, ventuno per la precisione, quanti cioè le lettere dell’alfabeto greco, in una galleria che impressiona per la sua attualità. Se forse oggi non celebriamo più “riti infanticidi”, certamente i bambini vengono uccisi a causa della guerra, della violenza, dell’aborto o, più semplicemente, a causa della miseria e della fame.

LA MISSIONE COME LIBERAZIONE

L’autore non intende offrire un quadro esaustivo dell’immoralità del suo tempo né si ferma a descrivere ogni singolo vizio; tocca sia la sfera pubblica sia quella privata, ma il suo elenco è solo esemplificativo (dalla “A” alla “Z”, per così dire, come abbiamo appena notato). Egli intende piuttosto mostrare (si rilegga in particolare il v. 27) come l’essersi creata degli idoli ha condotto l’umanità a perdere i più elementari valori etici.

Ovvero, il problema non è tanto la perdita della moralità, ma la distorsione della fede nel Creatore;

il problema è dunque l’idolatria, e l’immoralità ne è piuttosto una conseguenza.

Così la battaglia del nostro saggio non è una campagna di carattere moralistico per difendere alcuni valori violati, ma una lotta per la liberazione dell’umanità da tutti i suoi idoli.

Il quadro è fosco, ma non bisogna dimenticare che nei capitoli 11-12 il libro della Sapienza ci ha già offerto una visione luminosa di un Dio misericordioso che chiede agli esseri umani di incarnare nella loro vita una tale misericordia.

È la fede in questo Dio che vince su qualunque idolo l’umanità sia in grado di creare.