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giovedì 15 febbraio 2018

Lidia Maggi A braccia aperte



Non pensate che per Israele sia stato semplice fare i conti con lo straniero, fino ad arrivare ad accoglierlo, custodirlo e farne il centro della propria autocomprensione. Ci è voluto coraggio, visione, e tanta discussione. Solo chi riduce la Bibbia a un codice normativo, può ritenere che, nelle Scritture Sacre, da subito, sia apparso chiaro il rapporto con l'altro e l' ingiunzione morale di non fargli alcun male.
Ma la Bibbia non è un libro di norme; piuttosto, è un'agorà, uno spazio di discussione o, se volete, una sinagoga, dove convergono persone con la stessa passione per Dio, ma con vissuti differenti, e dunque con sensibilità divergenti sul modo di relazionare con gli stranieri.
Sarebbe semplice consegnare a chi legge una scheda sintetica sull'argomento, dove, prendendo come bussola i precetti, si afferma a chiare lettere e inequivocabilmente: "Non maltratterai lo straniero".
Le cose, in realtà, sono più complesse. Se perdiamo gli echi delle antiche discussioni, rischiamo di non cogliere la fatica che attraversa una storia complessa, dove l'identità si costruisce con la discussione e la riflessione o, per dirla con il linguaggio biblico, con l'ascolto comunitario di quanto Dio vuole. 
tra sé e l'altro
Le modalità con cui Israele arriva a proteggere i migranti sono altrettanto importanti dei contenuti espressi in materia. Esse ci suggeriscono una grammatica che corregge quegli strafalcioni che sviano, appesantiscono fino bloccare una narrazione di senso. Ci fanno intravedere un metodo di lavoro, di cui le politiche gridate attuali soffrono la mancanza. Far memoria e raccontare una storia richiede la capacità di uscire dalla cronaca e dall'emergenza: non per sottrarsi a un agire puntuale, ma per non impantanarsi nell'emotività del momento, accontentandosi di soluzioni improvvisate.
Nell'affrontare la questione degli stranieri, è facile che si creino immediatamente schieramenti ideologici, che si innalzino muri irremovibili tra chi ritiene necessario aprire le frontiere e quanti, invece, vogliono chiuderle. Nel Libro che narra la biografia dell'antico Israele, gli errori non sono eliminati, piuttosto vengono superati attraverso un continuo confronto tra quella Parola Altra, la Torah, o insegnamento divino, e la storia, ordinaria e straordinaria, privata e pubblica.
È bene chiarire fin da subito che Israele costruisce la percezione di sé e dell'altro (fratello, vicino, straniero, nemico, donna...), non astratto, ma vivendo e affrontando le più diverse situazioni, rivivendole, poi, una seconda volta, nella narrazione. E solo nel montaggio delle diverse scene della sua esistenza che emerge una precisa identità relazionale, all'interno di una Storia della Salvezza, storia tutt'altro che lineare, fatta di salite prodigiose come di abissi. La memoria del racconto esibisce successi e fallimenti, questi ultimi mai negati, ma analizzati ed elaborati.
Alla luce di questa prassi, potrebbe risultare ingenuo ripetere come in un disco rotto: "I migranti sono come noi, non sono un problema, ma una risorsa"; "l'unico modo di vivere la fede in Cristo è accogliere gli ultimi che, oggi, sono i migranti tra di noi".
Non perché queste affermazioni non siano giuste, ma perché la loro verità richiede di mostrare insieme l'intero verbale della discussione che ha portato a quelle conclusioni. Il metodo con cui si sono maturate le convinzioni non è indifferente per la loro comprensione. Quanto la Scrittura giunge a dire sulla relazione con lo straniero può essere fatto proprio solo da parte di chi, innanzitutto, è disponibile a fare esperienza concreta dell'altro; e, in secondo luogo, sa mettersi in ascolto di quanti, invece, hanno paura, sono disturbati e non sopportano questi intrusi migranti.
Perché la Bibbia, che nasce dalla discussione, domanda anche a chi legge le sue parole di fare un percorso dialogico, dove le diverse sensibilità si sanno ascoltare, fino ad arrivare a riconoscersi in una narrazione condivisa, dove neppure le paure irragionevoli sono censurate, negate.
un nomade...
Chiarita la sfida del metodo, possiamo accostarci ai contenuti. Che cosa arriva a narrare Israele della propria identità e, di conseguenza, della sua relazione con l'altro? Il popolo eletto fa iniziare la sua storia da un nomade, Abramo, che diviene migrante non solo per la carestia, alla ricerca di nuovi pascoli per il suo bestiame, ma anche perché chiamato da Dio a mettersi in cammino.
L'accostamento di necessità e vocazione domandava un ulteriore affondo, che ha dato vita a una altro momento fondatore, dove si fa risalire l'incontro tra Dio e il suo popolo a un altro nomade, Giacobbe. L'edizione finale delle Scritture legherà questi due padri su di un medesimo asse genealogico, così che Abramo diventerà il nonno di Giacobbe; ma le diverse geografie menzionate, rimangono come segnale di due cammini differenti. In questo secondo evento fondatore, troviamo che l'esperienza migratoria assume i caratteri della confessione di fede: "Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa". Così inizia il cosiddetto Piccolo Credo storico, che leggiamo in Deuteronomio 26.5 ss. Giacobbe si sposta a motivo della fame, per sopravvivenza, ed è così che anche lui fa esperienza di essere straniero. È lui l'arameo errante, di cui parla il preambolo del
Credo, che introduce la grande epopea dell'esodo, dove un gruppo di schiavi fugge (esodo fuga?) o si ribella (esodo liberazione?) oppure viene espulso (esodo cacciata?). Cosa è accaduto in Egitto a quel gruppo di schiavi che la Bibbia chiama il popolo di Dio? O meglio; al di là delle disquisizioni storiche sull'evento, l'autore del racconto che cosa sceglie di narrare come tema principale? Che Dio ha liberato un popolo schiavo, ha spezzato le catene per condurlo in un cammino di libertà, dove ognuno potrà vivere nella propria terra, godendo di condizioni di lavoro eque come il riposo settimanale, il sabato: ricòrdati che sei stato schiavo nel Paese d'Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il Signore, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo (Dt. 5,12-15). Se questo è il canto fermo, il dettato costituzionale del popolo liberato, non si devono dimenticare le altre versioni dello stesso evento, conservate nel verbale biblico della discussione, al fine di costruire un'etica dell'accoglienza dell'altro. Qui troviamo indicazioni concrete a proposito della tutela e dell'accoglienza sia di chi scappa per sopravvivenza, sia di chi viene cacciato dal potente di turno, sia di chi si è liberato dalle catene e cerca altrove nuove possibilità di vita. In questo primo momento della discussione, Israele si immedesima con questi soggetti: lui pure ha conosciuto la schiavitù, la disumanizzazione del lavoro, come il pericolo e la fame.
... che diventa stanziale
Il fondamento dell'etica di un popolo diventa la memoria della propria fragilità e, in modo particolare, l'esperienza della vulnerabilità politica, in quanto schiavi e nomadi, stranieri per gli altri popoli.
Se questa sinfonia originaria offre un faro, una bussola per l'orientamento futuro, quando la scena storica diverrà opaca e la direzione di marcia non appare più evidente, ecco che accanto ad essa, emergono le voci del controcanto e prendono forma altre narrazioni. Queste ultime, che scaturiscono dai mutamenti degli scenari storici, se in parte si pongono in continuità con la memoria dell'evento fondatore esodico, dall'altra lo contestano, tessendo una trama di senso alternativa.
Mi limito qui a poche pennellate veloci. Israele, da nomade diventa stanziale; presto, però, la sua parabola politica volge al declino, fino all'esilio e alla deportazione da parte di una potenza limitrofa. Ecco, allora, che l'altro è vissuto come minaccia. Di conseguenza, come strategia difensiva, l'Israele a cui viene concesso di ritornare nella propria terra tende a separarsi, fino a evitare ogni contatto con i diversi. È in questo periodo che Esdra e Nehemia tuonano contro i matrimoni misti, con donne straniere. Si cerca un possibile responsabile del declino politico di Israele e questi viene identificato nelle donne straniere, che portano idoli pagani, corrompendo il popolo del Dio unico.
rut
Questo sentire non è censurato nelle Scritture, ma viene dialetticamente messo in tensione con un'altra sensibilità, anch'essa narrata nel verbale biblico, precisamente nel libro di Rut. Si tratta di una fiction, una parabola raccontata per aiutare Israele a ritrovare fiducia nell'altro, anche se questi ha i tratti di uno dei nemici storici di Israele, il popolo di Moab. Il libro di Rut, con ironica leggerezza, prova a sdrammatizzare l'antico conflitto: davvero Moab ti fa paura? Anche se ha i tratti gentili e disarmati di una giovane donna? Il nemico che tu hai immaginato come spietato, al punto da narrare che non ti ha soccorso con un po' di pane, quando eri fuggiasco nel deserto, qui ha il volto di Rut, la moabita che si prende cura della suocera ebrea nella più totale fedeltà e dedizione.
Rut, che divide il suo pane con la suocera. Questa differente narrazione del rapporto con lo straniero porterà Israele a ridimensionare la paura nei confronti dell'altro, vissuto come nemico, giungendo persino a riconoscerlo come parte della propria storia. Rut, la moabita, diventerà la madre di Obed, il bisnonno del re Davide.
giona
Anche la breve novella didattica di Giona si pone all'interno della stessa tensione. Giona, profeta, è chiamato ad annunciare a Ninive il giudizio di Dio, insieme all'invito a convertirsi. Peccato che Ninive sia il capoluogo dell'Assiria, altro nemico storico di Israele, il popolo che distrusse il Regno del Nord e ne deportò gli abitanti. Giona fugge lontano da questo Dio, temendo che Questi voglia salvare la città, piuttosto che annientarla. Un sospetto fondato: il popolo, di fatto, si pente del male commesso, e Dio lo perdona e lo salva. Giona è indignato da un Dio che perdona persino chi ha fatto del male a Israele. A questo profeta recalcitrante, attraverso un ricino e un verme, Dio prova a far comprendere che anche gli Assiri sono suoi figli. Se Dio è unico, allora è Dio degli Ebrei, come degli Assiri.
Un ultimo estratto di verbale lo prendo dalla memoria dell'Egitto, terra di schiavitù per Israele.
Ebbene, persino l'Egitto non viene dipinto a tinta unica nelle Scritture ebraico-cristiane. E così leggiamo che è l'Egitto a offrire un rifugio a una famiglia esule, in fuga dalle violenze di un tiranno.
Qui Gesù, perseguitato, può crescere e fortificarsi. La terra di schiavitù diventa terra di salvezza; il nemico, il tuo rifugio. Israele, con una pluralità di narrazioni, costruisce una comprensione di sé che lo spinge, non senza tentennamenti e ripensamenti, a riconoscere nell'altro i propri tratti. Le identità sono complesse e quelle a tutto tondo sono solo caricature. Questo Israele lo ha imparato e lo ha narrato.
l'altro ha bisogno di te
Tu, Israele, hai bisogno di accogliere lo straniero perché ti restituisce le tue radici, la memoria della tua storia. Ti ricorda chi eri, dove sei nato, quale l'evento fondatore del tuo popolo, quando hai incontrato un Dio che ti ha liberato creando per te un corridoio umanitario per farti arrivare sano e salvo in una zona franca. E l'altro, lo straniero, ha bisogno di te, Israele, quando è fragile, come accadrà ancora a te. La storia ha le sue discontinuità. Un tempo, i nostri padri erano migranti; oggi, altri bussano alle nostre frontiere. Domani, anche noi potremmo ritrovarci in situazioni difficili, Accogliere l'altro è accogliere te stesso. La memoria di una storia complessa, se discussa e narrata, può evitarci semplificazioni ideologiche.