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mercoledì 21 febbraio 2018

Andrè Wenin "Tentazione o tentatore?"


XI SEMINARIO SULLA TEOLOGIA DELLA BIBBIA
TENTAZIONE O TENTATORE?
ERMENEUTICA DEL SERPENTE GENESIACO



È ormai una tradizione consolidata della Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale quella di offrire, accanto ai percorsi istituzionali di formazione, momenti seminariali di approfondimento su tematiche di teologia biblica.
Un laboratorio ormai decennale, nel quale studenti e docenti possono incontrare studiosi in grado di fornire un quadro dei lavori in corso e, insieme, di aprire finestre inedite sul dibattito esegetico e teologico.
In questo contesto si inserisce l’XI seminario di Teologia Biblica guidato da André Wénin, docente di esegesi e teologia del Primo Testamento presso l’Université Catholique di Louvain-la-Neuve.
Venerdì 4 maggio 2012, nella bella sala convegni della Facoltà, i numerosi partecipanti hanno avuto modo di ascoltare una delle voci più autorevoli tra quegli studiosi che leggono le Scritture utilizzando un metodo narrativo di tipo sincronico.
Il breve resoconto del seminario non è, certo, in grado di restituire lo stile comunicativo che ha affascinato molti dei presenti. Libero dal tipico tecnicismo del linguaggio di scuola e all’insegna di un piacevole understatement, il professore ha offerto una lezione di ascolto a tutto campo: della Scrittura, fatta oggetto di attenta rilettura (l’approccio narrativo al testo, utilizzato da Wénin, non è innanzitutto questo?); ma anche dei suoi molteplici lettori (la Wirkungsgeschichte) e persino degli studenti che, a detta del relatore, con le loro domande hanno aperto nuovi orizzonti di ricerca.
Un ascolto sapienziale, capace di coniugare la fatica dell’analisi dei significanti con la ricerca del senso antropologico e teologico che il testo dispiega.
Il seminario si è svolto in due momenti: un momento pubblico ed uno riservato ai docenti e agli alunni di licenza e dottorato.
Nella conferenza pubblica, intitolata “Tentazione o tentatore? Esegesi ed ermeneutica del serpente genesiaco”, Wénin ha offerto un saggio di approccio narrativo al testo biblico. Il racconto del capitolo
3 del libro della Genesi, affrontato nella relazione, si presenta come un testo di difficile lettura, non tanto a causa di problemi testuali quanto per la secolare interpretazione a cui è stato sottoposto, come anche per il venir meno della classificazione offerta dalla prospettiva storica. Guardandosi bene dall’affondare il colpo nei confronti dell’approccio storico-critico e persino del suo prodotto più rappresentativo, la teoria delle fonti, Wénin ha presentato il testo in questione come rilettura dell’esperienza storica di Israele. Piccolo esempio di composizione dei metodi esegetici, al di là delle facili contrapposizioni di scuola a scapito dell’intelligenza del testo!
L’attenzione alla logica narrativa del racconto, l’analisi dettagliata del testo, alla ricerca delle strategie comunicative messe in atto, si traduce nell’interrogare il testo su due fronti: quello della raccolta dei dati (come è narrata la storia) e quello più propriamente interpretativo (il senso offerto da questo modo di raccontare la storia). A partire dall’ordine divino di Gen 2,16-17, il racconto mette a tema l’affidabilità o meno di Dio.
Come interpretare il limite posto da Adonai al godimento umano? La versione fornita dal serpente nega il dono iniziale e fa del comandamento un interdetto arbitrario. La donna cade nella trappola del serpente e ne ricalca il linguaggio, interpretando l’ordine divino non tanto come il consiglio di un amico preoccupato del suo bene ma come una minaccia dell’avversario. Ha buon gioco il serpente a convincere la donna che Dio pensa solo a salvaguardare la propria superiorità, tenendo per sé il privilegio di conoscere il bene ed il male.
L’aspetto tragico della situazione, in cui la creatura umana subisce una vera manipolazione dello sguardo da parte del serpente, è mitigato dalla sottile ironia narrativa, capace di insinuare che la creatura a cui è stato dato il potere di dominare su tutti gli animali si lascia, invece, comandare a bacchetta dal più strisciate degli animali. Ed ancora: la creatura umana, autorizzata a mangiare di ogni albero del giardino, non riesce a vedere oltre il frutto desiderato. Il serpente, con la sua astuzia, è stato in grado di nascondere dietro un singolo albero l’intera foresta.
Quale senso attribuire a questa narrazione? E’ il testo stesso ad indirizzare il proprio lettore a leggervi, più che un generico peccato dell’origine, il leitmotiv che attraversa l’intero corpo delle Scritture ebraico-cristiane, ovvero la questione dell’idolatria.
Non a caso entra in scena un serpente, rappresentazione del divino assai comune presso i popoli cananei. E, sul versante antropologico, il serpente esprime quella figura negativa del desiderio che è la bramosia, ovvero quella forza istintiva che fa degli esseri umani dei portatori di bisogni da soddisfare immediatamente. Non seguendo la “via lunga” del desiderio, l’umanità si sottomette a quella animalità che avrebbe dovuto dominare e si allontana dalla vocazione originaria di essere “ad immagine di Dio”. Come dirà Paolo con linguaggio non più mitico, nel noto brano di Rom 7; o Giacomo, che in 1,13-15 parla del legame tra la bramosia, il peccato e la morte. Nell’uno e nell’altro Testamento, più che di un peccato delle origini, viene messo a tema l’origine del peccato, ovvero quel sbagliare il bersaglio su Dio (l’idolatria) che conduce l’essere umano a battere strade che conducono alla morte.
Nel seminario ristretto, il relatore ha continuato la riflessione sul metodo narrativo nel Primo Testamento, mettendone in luce la sua effettiva portata nonché la ricaduta teologica.
Affrontando un testo di tipo storiografico (il massacro dei sacerdoti di Nob: 1 Sam 21-22), Wénin ha mostrato come il racconto produca un effetto sul lettore e divenga strumento di riflessione antropologica e teologica. Davide, in fuga da Saul arriva a Nod e per ottenere del cibo mente al sacerdote Achimelec dichiarando di essere in missione segreta per Saul. Ma qualcuno osserva la scena: Doeg, servo di Saul.
Sapremo solo in seguito che questi, vedendo il sacerdote offrire pane a Davide, riporterà la notizia a Saul, rafforzando nel re la falsa percezione che tutti stiano congiurando contro di lui. Il risultato è che Saul fa massacrare tutta la città di Nob. E così, attraverso un gioco di reticenze e anticipazioni, chi legge assiste alla follia del re e alla sua autodistruzione. Saul, accecato dalla sua mania di persecuzione, non riesce a distinguere i veri nemici dai suoi fedeli alleati. Il lettore si costruisce un giudizio di senso guidato per mano dal narratore che, a tratti valorizza la narrazione (telling), in altri punti invece lascia la scena agli attori, limitandosi a mostrare quanto sta avvenendo (showing).
Il senso dell’itinerario, suggerito dal narratore, lo si comprende non fermandosi al singolo racconto, ma cogliendo l’intera concatenazione degli eventi. E la teologia biblica, secondo questa modalità di ascolto del testo, più che concentrarsi sulla storia delle idee – morali, antropologiche e teologiche - dell’antico Israele, si muoverà lavorando dall’interno del racconto. E’ il racconto stesso che, mettendo in scena i diversi personaggi e le loro interazioni, permette al lettore di specchiarsi nelle differenti situazioni umane oppure di sentirle così altre da sé da aprirsi a nuovi orizzonti. La storia umana è una concatenazione di eventi. Essa è ancora aperta e necessariamente incompiuta. Le narrazioni bibliche, invece, in quanto finite, offrono al lettore una storia “completa” il cui significato è “concluso”.
E’ questa una delle conclusioni che Wénin suggerisce per sintetizzare la portata della narrazione biblica.
Inoltre, questi racconti narrano la presenza, le parole e l’azione di Dio negli eventi umani, mettendo in evidenza una dimensione teologica della storia narrata.
Infine, i racconti esplorano diversi “possibili” dell’esistenza umana, vari modi di affrontare la realtà complessa e a volte tragica della vita.
La lettura narrativa delle Scritture, così com’è svolta da Wénin, è in grado di tenere insieme i meccanismi della lingua e la serietà della questione sollevata dalla condizione umana.
Come si legge in Proverbi 18,21: “Morte e vita sono in mano alla lingua”.

Angelo Reginato