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giovedì 12 ottobre 2017

Lidia Maggi La Riforma e l' Evangelo della pace


LA RIFORMA E L'EVANGELO DELLA PACE
(pubblicato sulla rivista Mosaico di Pace ottobre 2017)

Si può fare memoria dei 500 anni di un evento come la Riforma protestante, che ha avuto effetti dirompenti a molti livelli – ecclesiale, culturale, socio-politico... - senza cadere nella trappola del “celebrativo” e facendone, piuttosto, un'occasione di riflessione su alcuni nodi che tutt'ora siamo chiamati ad affrontare?

Qual'è il senso del “fare memoria”, soprattutto da parte di un soggetto che ha nel suo dna la sfida di non ripiegarsi su di sé, coltivando un'identità “eccentrica”, la cui forma è data da una Parola altra, non propria?
Forse, sta proprio nel rimettere al centro quella Parola, e non la propria storia, l'indicazione necessaria per non scadere nell'autoreferenzialità e coltivare l'arte del camminare insieme, anche con chi quell'esperienza non la vive.
Del resto, la Riforma voleva essere questo: prima ancora di una denuncia della corruzione ecclesiale e sociale – una questione etica – un ripensamento della “forma” della fede, nella comunità credente e nella società – una questione teologica. Dire Dio in modo tale che quel nome torni ad evocare l'evangelo della pace, quel Regno di Dio che Gesù ha annunciato e di cui è stato parabola esistenziale.
Come è avvenuto, in concreto, questa riscoperta della Parola? Quali processi hanno innescato i riformatori e, sulle loro tracce, quanti hanno condiviso la loro ipotesi di lavoro? Le pagine che seguono evidenziano alcune tessere significative del mosaico protestante. Io mi limito ad evocare alcuni snodi, che reclamano l'attenzione e la riflessione di quanti, come credenti, hanno a cuore l'evangelo della pace.

Conversione continua
Innanzitutto, il tema di una comunità credente in perenne stato di riforma. L'adagio “ecclesia reformata, semper reformanda” (un latino facilmente comprensibile!) richiama l'imperativo evangelico della conversione, interpretandolo non come il gesto di un momento, ma come un processo di continua riscrittura dell'esperienza al seguito di Gesù. Qui emerge il nodo di coniugare la fedeltà ad una storia e l'innovazione che proprio quella storia domanda. Un atteggiamento mobile, che fa i conti con la storia. Oltre le difese ad oltranza delle posizioni acquisite, oltre i dogmatismi e le apologie che riducono la fede a veicolo di identità-contro.
Del resto, sono le Scritture stesse a narrarci di un Dio che si manifesta in molti modi, a seconda degli scenari storici. Per la Bibbia, l'ordine del giorno lo detta la realtà. Certo, dopo aver messo le mani in pasta, chi crede prova ad aggiungere il lievito dell'evangelo. Ma quest'ultimo non funziona come ingrediente unico, idealistico. La Riforma ha riscoperto l'esigenza biblica dell'incarnazione in una storia. Storia che è fatta anche (soprattutto?) di conflitti. E qui si affaccia un secondo nodo.

La Bibbia dà voce alle relazioni umane, anche quelle conflittuali
Quella Parola, rivendicata dalla Riforma come voce divina, capace di dare “forma” alle esistenze, narra di lotte, guerre, violenze. La Bibbia non è un libro idealistico, che promuove i valori necessari ad una convivenza pacifica. La Bibbia è un libro realistico, che non rimuove nulla dell'umano ma lo affronta, guardandolo in faccia, narrandolo. Se c'è tanto sangue nelle pagine bibliche è perché l'esperienza umana è pesantemente segnata dalla violenza. Come si fa fronte al volto tragico della storia? Come si può operare la pace in un mondo ingiusto e violento? Innanzitutto, non rimuovendo il conflitto. Lo dice la Bibbia e lo ripete la Riforma. Va aggiunto, subito dopo, che la gestione del conflitto è un'operazione delicata, che necessita intelligenza e pazienza. Sia la Scrittura che le vicende legate al sorgere della Riforma ci dicono che quei conflitti, che potevano essere provvidenziali, spesso sono degenerati in guerre, anche di religione. Facciamo memoria dei 500 anni della Riforma, senza dimenticare la zona d'ombra e la scia di sangue che anch'essa si porta dietro. Guerre confessionali, insegnamento del disprezzo nei confronti degli ebrei, sostegno ai potenti contro i contadini: solo incidenti di percorso o difetti di fabbricazione? Perché l'evangelo della pace è stato – e continua ad essere – interpretato nel segno dell'inimicizia e della risoluzione violenta del conflitto?

I buoni frutti della Riforma
In questi 500 anni, fortunatamente, quel principio protestante di una riforma continua ha prodotto anche frutti gustosi, come il movimento ecumenico. La Riforma ha fin da subito dovuto affrontare il nodo di un'unità nella pluralità, provando (e non sempre riuscendoci!) a non demonizzare la diversità, a non ridurre la comunione ad uniformità. Nel passato, i riformatori (e le chiese nate con essi) hanno faticato a riconoscere una ricchezza nelle diverse sensibilità teologiche. Le differenti interpretazioni della cena del Signore, del Battesimo o della liturgia sono diventate ragione di dispute violente, anatemi, rotture e perfino persecuzioni. Non siamo orgogliosi per il fatto che due grandi riformatori come Lutero e Zwingli, due giganti della fede, si siano scontrati, senza trovare un accordo sulla cena del Signore. Molti erano i punti di convergenza, ma una diversa interpretazione della presenza di Cristo nell'eucarestia li ha portati alla divisione e alla scomunica. Siamo, tuttavia, grati al Signore che tutto ciò appartenga soprattutto agli errori passati. Con molta fatica, attraverso un processo di continua conversione all'ascolto della Parola, le chiese riformate e luterane hanno scoperto e accolto come dono la diversità.
Il mondo della Riforma è una galassia composta da chiese che si riconoscono sì nell'essere “sotto la Parola”, nell'avere come bussola quella Scrittura che annuncia la grazia e la mostra nella vicenda di Gesù, accolta dai credenti nella fede (i famosi 4 “sola” che esprimono in sintesi “la sola cosa necessaria” per i discepoli e le discepole di Gesù). Tuttavia, questo cuore batte in corpi molto diversi, in chiese che hanno storie, teologie, linguaggi liturgici differenti. Forse, l'esperimento protestante può offrire indicazioni utili ad una società incapace di tessere legami, spaventata dal diverso. Come del resto, l'essere passati per sanguinose guerre fratricide e l'essere giunti ad un ecumenismo reale, può fare dei credenti dei testimoni credibili nell'inseguire una pace possibile.
Per la prima volta, le chiese della Riforma festeggiano assieme questo importante anniversario. La novità non è solo in questa ritrovata comunione rispettosa delle diversità. Il quinto centenario della Riforma ci dona il frutto gustoso di chiese che, oltre ad aver riscoperto la loro vocazione ecumenica, hanno affrontato il nodo del protagonismo femminile, a fronte di una società e di una chiesa “a genere unico”. Che anche le donne possano essere pastore di chiese, non è stato un frutto acquisito fin dal principio. Ma l'aver evidenziato il sacerdozio di tutti i credenti ha portato a riconoscere e a prendere le distanze da quel patriarcato che si è insediato con forza anche nelle comunità cristiane, nonostante l'evangelo dell'uguaglianza: “non c'è né maschio né femmina” (Galati 3,28). Affermazione di un'uguale dignità, nel riconoscimento delle differenze, che rimane per molte chiese questione aperta e causa di conflitti e disagi.

Radicati nel presente
Nodi stretti e sciolti lungo una storia secolare, che si ripropongono nel nostro presente. Che domandano una lettura critica dell'evento della Riforma e che sollecitano a riaprire quel cantiere del discernimento, che molti vorrebbero troppo velocemente chiudere.
La Riforma è tante cose: sono le braccia che soccorrono i naufraghi – come nel progetto Mediterranean Hope, promosso dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia; ma sono anche le braccia di quei pastori evangelicali che benedicono Trump e la sua politica. I nodi posti dalla sfida di vivere l'evangelo della pace nella storia sono drammaticamente dinanzi a noi e interpellano la nostra fede.
Per questo, la Federazione Mondiale Luterana ha scelto come slogan di questo anniversario una frase che prova a ridire l'evangelo della grazia, pensandola alla luce delle sfide del nostro presente: “not for sale” (non in vendita)! La fede non è in vendita, come non lo sono il creato e la vita umana. Un modo per restituire voce profetica e politica all'evangelo e sollecitare ogni credente ad opporsi a tutte quelle forze malvagie e violente, che riducono a merce e profitto la vita umana, le risorse della terra e persino la fede.