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lunedì 24 luglio 2017

Quando si dice dialogo? Intervista a B. Salvarani


Le parole hanno un significato. Hanno anche una storia. Come nel caso di «dialogo». Può raccontarla?

Dialogo è una di quelle parole comuni che pronunciamo di solito senza farci particolari problemi, non facendoci carico della complessità che vi sta dietro.
Ha una radice greca (dià, vale a dire attraverso, e, ovviamente, lògos, discorso). Un discorso che passa attraverso, dunque, una conversazione fra due o più persone che come pratica sociale, modello ideologico e forma letteraria è caratteristica di società a facile comunicazione. In generale, il dialogo è fenomeno tipico della cultura cittadina, che si contrappone, anche etimologicamente, al racconto-monologo (da monos, solo, e il solito lògos), prodotto di culture contadino-popolari o a socializzazione poco sviluppata.

Dal punto di vista letterario, il dialogo, presente nella fase epica, troverà il suo ambito privilegiato nella tragedia e nella commedia, dove rappresenterà lo strumento essenziale della mediazione scenica dell’azione e della dialettica dei personaggi: per conseguire il rango di forma letteraria con i Dialoghi di Platone, che muovono dall’esperienza della pratica della conversazione socratica.

La fortuna del genere non verrà meno col propagarsi del cristianesimo: in quella stagione di ardente proselitismo e chiarificazione dottrinale esso sarà anzi la forma più adatta per gli apologisti, in latino (l’Octavius di Minucio Felice) e in greco (il Dialogo con Trifone ebreo di Giustino). Potremmo proseguire, a verificarne il ruolo nella storia della letteratura e della filosofia, passando da Severino Boezio a Erasmo, da Galileo a Cervantes, dal Leopardi delle Operette morali a Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò, e così via.

Giungendo al nostro tempo, oggi di dialogo si discute molto, in ambito religioso; o meglio, si tratta di un termine cui si ricorre spesso, come un talismano capace di risolvere ogni problema, da una parte, o come un tabù da demonizzare, dall’altra. Verrebbe da dire che è una parola da usare sì, ma con cautela, per evitarne un utilizzo solo retorico. C’è chi evidenzia come si riveli sovente più un’aspirazione che una realtà: un intraprendere l’impossibile e accettare il provvisorio. Pertanto, per ora, sarebbe forse onesto limitarsi a parlare di incontri interreligiosi, e più in generale, di rapporti interreligiosi o di conversazioni tra religioni. Del resto, in molti documenti ufficiali vaticani – a partire dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate, ma anche nell’Ecclesiam suam di Paolo VI – dialogo traduce il latino colloquium, che evoca una dimensione più onestamente dimessa e quotidiana: come quella che si manifesta nelle relazioni sociali tra credenti di diversa appartenenza religiosa.

Come fanno le confessioni e le fede esclusiviste (niente verità fuori di sé) ad entrare in dialogo con le altre?

Riprendendo a pensarsi, appunto, più come fedi che come religioni. Accettando la loro radicale insufficienza. D’altra parte, non sono i massimi sistemi, le filosofie, le metafisiche, le religioni, che entrano in dialogo, ma le persone, quando queste sono messe in situazione di poterlo fare. Fino a comprendere, sperimentandolo, che il dialogo è un processo di umanizzazione, di cui tutti abbiamo estremo bisogno. Anche per questo accade oggi sempre più spesso che la fondante dimensione dialogica si mostri quella personale, privata, come quella concretamente vissuta da molti di quanti hanno a che fare, ad esempio, con immigrati di religioni altre. Più che il dialogo teologico e quello diplomatico tra istituzioni religiose, necessari e da potenziare, mi pare questa la dimensione del dialogo più interessante e ricca di conseguenze.

Può ricordare alcuni esempi di dialogo in questi decenni post-conciliari?

In decenni di dialogo interreligioso, più o meno faticoso, di polvere ce n’è stata tanta, fino a impedirci di cogliere la complessità, ma anche la ricchezza, del confronto tra persone che s’ispirano a diversi cammini di fede. Abbiamo visto il dialogo della spettacolarizzazione, che pure ha ricoperto una notevole funzione simbolica, i grandi eventi interreligiosi utilizzati per dimostrare che un pastore e un rabbino, un imam e un vescovo potevano incontrarsi senza problemi e stringersi la mano. Il limite di tale tipo di appuntamenti è forse la loro ripetitività, rischiando di non andare oltre la logica dell’incontro prevedibile nell’andamento e nell’esito.

Altro segmento del dialogo sperimentato negli anni scorsi è stato quello del confronto sulle verità: tema ostico, tuttavia essenziale. La strada dell’incontro basato su ciò che unisce, evitando di misurarsi su ciò che divide, però, non ha portato lontano, spingendo ciascun partner a nascondere negli armadi i propri fantasmi. Proclamare che il valore della pace è al centro di ogni tradizione di fede, ad esempio, è un’ovvietà ma anche una mistificazione: basta leggere i testi sacri per verificare che il sangue vi scorre in abbondanza; si ripassi la storia europea per ritrovare tante stragi compiute nel nome di Dio; e più di un terzo dei conflitti in corso possiedono una valenza anche religiosa. Pena la perdita di efficacia e realismo, il dialogo sulle verità non può prescindere da tali dati che, attraversando ogni percorso religioso, li mettono tutti sul banco degli imputati.

Di moda, soprattutto negli ultimi anni, il dialogo delle spiritualità. Intenso, profondo, rassicurante, persino gratificante. Il cui assunto è che siamo entrati in una fase nuova, la post-secolarizzazione, che ha riportato in auge i temi dell’Assoluto e della trascendenza, di Dio e della fede. Un tempo in cui il passato delle religiosità forti s’intreccia fino a confondersi con il futuro delle religiosità post-moderne, fluide e deboli nelle forme di appartenenza. Ma anche questo, da solo, non può bastare. Occorre andare oltre.

C’è un dialogo del martirio dei cristiani e un dialogo nel servizio ai poveri… La dimensione della testimonianza e quella della carità e del servizio apriranno il futuro?

Mi auguro di sì. Diakonia è un termine del Nuovo Testamento che indica il servizio che i credenti in Cristo praticavano ai più poveri e bisognosi. È un campo che il dialogo tra le grandi comunità di fede non ha ancora arato appieno, eppure il terreno è fertile e, con il lavoro e la fiducia reciproca, si può immaginare di ricavarne frutti abbondanti. Qualche seme buttato qua e là ha già dato i primi esiti: penso, ad esempio, all’azione ecumenica a sostegno degli immigrati; alle iniziative interreligiose di preghiera in cui ogni anno si ricordano i profughi morti nel Mediterraneo; alla concretezza con cui tante persone di diverse fedi si impegnano in scuole di alfabetizzazione o centri di accoglienza per migranti. Manca però, ancora, un quadro teologico nel quale collocare queste esperienze che, scollegate, perdono molta della loro potenziale efficacia. Non si tratta di rinunciare agli altri segmenti del dialogo, ciascuno dei quali ha un suo senso: ma, qoheleticamente, ogni cosa ha il suo tempo, e questo è in primo luogo il tempo del servizio ai migranti globali, uomini e donne che bussano alle nostre porte. Anche a quelle delle nostre chiese, delle moschee, delle sinagoghe, e di ogni altra casa di Dio.

Testimoni, gennaio 2017, pp. 16-17

Fonte: relipress