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venerdì 28 luglio 2017

Pietro Citati L’eremita che costruiva monasteri nel deserto


La Repubblica 28 luglio 2017

Oggi i copti, cioè gli egiziani di religione cristiana, sono tra i quattro e i dodici milioni, come racconta un bel libro di Gerard Russell, “Regni dimenticati” (Adelphi, traduzione di Svevo d’Onofrio, pagg. 388, euro 25). A partire dal quinto secolo, i copti si divisero e si combatterono, con una luce via via più oscurata. Emigrarono: in Irlanda, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia; negli Stati Uniti esistono oggi duecento chiese copte e settecentocinquantamila fedeli.
I copti accusarono il Concilio di Calcedonia di aver distinto tra la figura di Gesù divino e quella umana, mentre lui possiede una sola, unica, luminosa natura divina. Nel corso dei secoli, come i nestoriani, conservarono molte abitudini, che i cristiani, in Europa, avevano rifiutato: come il digiuno quaresimale, lungo oltre cinquanta giorni, il grande Venerdì durante il quale pregavano tutto il giorno: nella chiesa di San Macario la funzione iniziava all’alba, con candele rosa e appariscenti. Una delle preghiere imponeva quattrocento prostrazioni al suolo. C’era musica. Le sette vocali venivano intonate secondo una sequenza, dal suono così dolce, «che la gente la preferisce al flauto e alla lira».
La chiesa copta conservava il calendario dei Faraoni. Esso era computato secondo l’era dei martiri, che iniziava nel 284 d.C., con l’ascesa al trono di Diocleziano e i suoi massacri. Ogni copto doveva pregare sette volte al giorno, evitando l’alcol e il fumo. Digiunavano duecento giorni l’anno e alcuni, durante la quaresima, non mangiavano nulla da mezzanotte al tramonto. I rapporti con l’Islam erano discontinui. Nel 1919 un sacerdote copto predicò, per la prima volta, dal pulpito della più importante moschea egiziana, al-Azhari. Poi i copti vennero uccisi dai musulmani: sedici nel gennaio duemila; e ancora oggi, fino agli ultimi giorni, subiscono assalti sanguinosissimi. Il novantasei per cento dei musulmani pensa che i copti vadano cacciati all’inferno.
Iussef Iskander, che da monaco prese il nome di Matta el-Meskin (Matteo il povero), nacque il 20 settembre 1919 in una cittadina del Delta. La madre era di una devozione estrema. Passava ore a pregare e a prosternarsi. Non smetteva mai di pregare, come avevano raccomandato i padri della Chiesa antichissima, i santi siriaci come Isacco di Ninive e i teologi bizantini. Sebbene fosse malata, si svegliava a mezzanotte, per dire il mattutino. Rimaneva in piedi e si prosternava per centinaia di volte. Quando era impedita dalla malattia, diceva una sola parola: la più santa che avesse mai udito: «Kyrie Eleison!»: la ripeteva e la ripeteva nelle sette ore delle preghiere del giorno e della notte.
Fin da bambino, Matta si sentiva estraneo ai fratelli e agli amici: era una vittima di Cristo. Non faceva che pregare insieme alla madre, saltellando di gioia. «L’unico desiderio che avevo era di donare a Cristo tutte le ventiquattro ore del giorno». Leggeva il Vangelo. Ogni sera, tra le cinque e le sei, camminava sulle rive del Nilo. Lavorava in una farmacia, tornando a casa verso le undici di sera. Recitava l’Ufficio delle Ore, bagnando il letto con le sue lacrime: «Dove trovarti o Signore? Dove trovarti?»; infine abbandonò dietro di sé tutte le sue cose, i suoi mobili, i suoi libri. Come un uccello che si slancia con gioia nelle altezze senza venire ostacolato dal suo peso: «Da lassù, vedevo le cose piccole, molto piccole, molto più piccole delle mie ali». Era libero in Dio. Si trasferì dapprima nel deserto isolato di Dajr Amba Sami’il, nel Faijum: poi si chiuse, per tre anni e mezzo nella amatissima vita eremitica. La natura era desolata e sofferente: le montagne aride. Le caverne erano piene di scheletri: l’acqua amara e inquinata; la terra piena di sassi, tranne poche palme. Durante la luna piena i lupi ululavano, giocando tutta la notte davanti alla grotta.
Matta scavò una grotta nelle rocce; e il sabato sera vi restava in preghiera fino all’alba della domenica: silenzio, meditazione, lode di Dio. Non dormiva, perché il suo cuore batteva forte di gioia. Procedette sempre più verso l’interno dell’Egitto: a Deir aba Maqa, un monastero poverissimo, con otto monaci anziani; e a Wadi al-Rajjam, un luogo di austerità spaventosa. Matta e i suoi monaci restaurarono un vecchio edificio, costruirono un refettorio, una tipografia, un ospedale. Da giovane partecipava alla liturgia eucaristica: ora non si fermava a parlare con nessuno; attraversava il monastero in silenzio, senza che nessuno si accorgesse di lui, col volto che irradiava luce.
Cominciò a costruire nuovi monasteri. Quando morì, nel 2006, ne aveva costruiti ottanta: c’erano ingegneri, insegnanti, medici, farmacisti, chimici. Tutti i monaci parlavano inglese: i novizi praticavano il lavoro manuale, che allontanava dalla mente la depressione e gli scrupoli. Intanto Matta scrisse moltissimo: centottanta libri, tra i quali un immenso commento al Vangelo di Giovanni e trecento omelie, le quali vennero amate da cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani. Possedeva una mescolanza straordinaria di intelligenza ed eloquenza, di semplicità e complessità e una foga che abbracciava gli uomini e il mondo.
Non aveva nulla contro ciò che si chiama moderno: introduceva nel deserto, fino ad allora inviolato, tipografie, ospedali, telefoni, computer; come accade anche nel monastero di Bose, il San Macario d’Italia. Come a Bose, nei monasteri di Matta el-Meskin, tutti lavoravano: qualcuno coltivava i campi, qualcuno insegnava o lavorava nella città più vicina, qualcuno studiava l’antico e il nuovo Testamento, qualcuno dipingeva icone secondo gli antichi modelli.
Tra i moltissimi libri scritti da Matta el-Meskin, in Italia conosciamo l’Autobiografia (1978, pubblicata sotto il titolo I cristiani d’Egitto, a cura di Vittorio Ianari, Morcelliana, pagg. 208, euro 15); l’Esperienza di Dio nella preghiera (1999, Qiqajon, pagg.398, euro 26); Il cristiano nuova creatura (1999, Qiqajon, pagg. 138, euro 11); La gioia della preghiera (2012, Qiqajon, pagg. 156, euro 14). Nei monasteri e ad Alessandria Matta aveva letto moltissimo: non soltanto libri francesi e inglesi del nostro tempo; ma libri antichi, che costituivano il suo vero tempo: Isacco di Ninive, che lo influenzò profondamente, i padri del Terzo-Quarto secolo, Antonio, Macario, Pacomio, Giovanni Climaco, Giovanni Cassiano, Giovanni da Daljata, Isacco il Siro, e testi russi e ortodossi del diciannovesimo secolo, tra cui Serafino di Sarov, Joan di Kronstadt e Il racconto del pellegrino.
Scriveva, ripeteva, si trasformava, come se fosse stato egli stesso Isacco di Ninive e Isacco il Siro o un loro misterioso affine.
I temi di Matta erano quelli della grande tradizione patristica: lo svuotamento e la rivelazione di cui parla Paolo: l’accettazione e condanna della vita terrena: la via faticosa verso Dio: la divinizzazione: il silenzio di Cristo. Come diceva Paolo, «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»; l’unità tra le chiese orientali e occidentali, realizzata dall’amore. «Dove c’è l’unità là c’è Cristo».
Come nei tempi dell’infanzia e della giovinezza Matta pregava: «La preghiera, diceva, è l’unica ancora della mia vita: per scelta non per obbligo»: preghiera che non era solo gioia ma anche aridità e disperazione: preghiera incessante, ininterrotta, nella veglia e nel sonno, come diceva Luca. Allora, lo spirito stesso intercedeva con insistenza in lui nella preghiera, con gemiti inesprimibili; gemiti sia di Dio sia dell’uomo. Ripeteva senza fine una parola sola, che tornava a ripetersi per propria forza: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Alla fine l’attività dell’intelligenza e della volontà si scioglieva nel silenzio.
Non era un evento, ma una condizione permanente. Talvolta sembrava, e forse era, aridità, angoscia, depressione, scoraggiamento: in realtà era sempre la pienezza molteplice e multiforme di Dio. Non esistono – diceva Matta – giorni più felici di quelli della contrizione, della penitenza, della povertà assoluta, quando sembra che Dio sia scomparso per sempre da noi. L’ego viene sconfitto e cancellato. «Sono stato – aveva detto Paolo – crocifisso in Cristo, sono morto in Cristo, sono stato sepolto in Cristo, sono risorto in Cristo, siedo nei cieli in Cristo».

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