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venerdì 24 marzo 2017

Commenti Vangelo 26 marzo 2017 IV Quaresima


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Commento di Paola Radif
(uscito su Il Cittadino del 26 marzo 2017)

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA
Vangelo: Gv 9,1-41


Nel vangelo di Giovanni questo brano è forse uno dei più “movimentati” come dialogo. Si direbbe che il miracolo compiuto da Gesù a molti non vada proprio giù, causando anzi uno strascico di contestazioni. I farisei presenti al fatto non vogliono ammettere la divinità di Gesù e cercano ogni mezzo per demolire la superiorità di questo profeta, che ai loro occhi osa farsi Dio. Le loro parole colpiscono, sono armi capaci di ferire, sgretolare, distruggere. Ma a fronte di questo attacco ci sono le risposte di un uomo qualunque, che parla con sincerità e dunque senza timore, rendendo ragione all'evidenza dei fatti.
Veniamo allora all'episodio del cieco nato, proposto dalla liturgia di questa domenica “Laetare” di metà quaresima.
C'è un uomo che ogni giorno siede a mendicare, è cieco dalla nascita e non ha molte altre possibilità per sopravvivere, se non chiedendo la carità. La concezione ebraica vetero-testamentaria affermava che le colpe si ripercuotevano su chi le commetteva o sui suoi figli e perciò i discepoli domandano a Gesù a causa di chi quest'individuo subisse la sua grave disgrazia. Ma Gesù, venuto a cancellare tanti pregiudizi, nega che ci sia una colpa pregressa all'origine della cecità di quest'uomo, anzi, mostra che essa può considerarsi addirittura un segno di predilezione che la renderà occasione di rinascita, fisica e spirituale.
Gesù lo risana, il cieco ritorna guarito dal lavacro nella piscina dove ha sciacquato i suoi occhi cosparsi di fango e saliva da Gesù stesso (i segni di cui Gesù si serve sono sempre estremamente semplici) e, cosa apparentemente un po' strana, non sembra meravigliarsi di aver riacquistato la vista, dopo tanti anni di cecità...! Forse tutto è avvenuto così all'improvviso, che quasi non ha avuto il tempo di riflettere. Ma ci penseranno gli altri a farlo ragionare e l'uomo in effetti sa rispondere e tenere testa alle obiezioni dei detrattori di Gesù. In realtà i ciechi sono loro, che si ostinano a non vedere, pur di dimostrare che questo improvvisato taumaturgo è in realtà un impostore, fuori dalla legge mosaica in quanto compie la sua opera in giorno di sabato. Allora apostrofano i genitori del mendicante, chiedendo come mai il loro figlio, nato cieco, ora ci vede. La domanda per loro è rischiosa: per chi non vuole ascoltare qualunque risposta può ritorcersi contro chi l'ha pronunciata e allora si tolgono d'impaccio rimandandoli al figlio: “Ha l'età, chiedetelo a lui”. Ma intanto il miracolo resta.
Cercano poi di coinvolgere nuovamente il miracolato, il quale con semplicità conferma l'evidenza: “prima ero cieco e ora ci vedo”.
Il dialogo continua ancora su questo schema: da una parte la volontà di gettare discredito sul Cristo, dall'altra la verità che si fa strada senza bisogno di particolari avvocati difensori.
Il cieco viene cacciato via, testimone scomodo di un importante gesto di guarigione compiuto da Gesù che lo risana dentro e fuori. Il cieco fa la sua professione di fede: “Io credo, Signore”. Ogni miracolo presuppone la fede da parte di colui che ne è il beneficiario: qui noi ascoltiamo le parole dell'uomo solo dopo che è guarito, ma è indubbio che Gesù avesse letto nel cuore del mendicante tanto desiderio di rinascita, tanto bisogno di luce, non solo fuori, ma anche dentro. E Gesù gliel'ha donata.

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