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mercoledì 22 febbraio 2017

Enzo Bianchi Commento Vangelo 26 febbraio 2017


📖 Non potete servire Dio e Mammona! 
26 febbraio 2017 
VIII domenica del tempo ordinario 
Commento al Vangelo 
di ENZO BIANCHI 


Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 49,14-15

Se nel brano evangelico di oggi Dio è narrato da Gesù come “Padre” che ama i suoi figli, li custodisce e si prende cura di loro, Isaia lo contempla come Madre. Accanto all’immagine del padre, è eloquente anche quella della madre che non può dimenticare il figlio, carne della sua carne, da lei portato in grembo per mesi. E anche se qualche volta accade (ma solo per follia!) che una madre dimentichi il suo bambino, Dio invece non dimentica mai i suoi figli. La città di Gerusalemme, desolata dopo la sua distruzione, si lamenta gridando: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”; ma in verità l’amore del Signore è per sempre (le-‘olam), gratuito, fedele, è amore di tenerezza materna, è amore paterno che sceglie e fa alleanza per sempre.

Mt 6,24-34

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«24 Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31 Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.»

Sempre all’interno del “discorso della montagna” Gesù indica ai discepoli la “giustizia” che trascende quella praticata da scribi e farisei (cf. Mt 5,20). La giustizia che egli chiede è conformità alle esigenze dell’alleanza, la quale esige innanzitutto un’opzione di vita, di comportamento. Per questo le parole di Gesù non allettano gli ascoltatori, ma li mettono in guardia fino a scoraggiarli: “Nessuno può servire due signori (kýrioi)”. Com’è possibile che ci siano molti signori? Certo, c’è un solo Dio e un solo Signore, ma gli umani fabbricano, creano dèi e signori ai quali prestare adorazione e servizio. Lo ricorda anche l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori (kýrioi) –, per noi c’è un solo Dio … e un solo Signore, Gesù Cristo” (1Cor 8,5-6).

Tra i signori creati dagli esseri umani vi è Mammona, il denaro, la ricchezza. Gesù si serve di un termine aramaico, Mamòn, presente anche negli scritti di Qumran nell’espressione “Mammona d’iniquità” (che ricorre significativamente, in greco, anche in Lc 16,9), quasi a personificare questa potenza che aliena gli uomini e le donne, li rende suoi schiavi, chiedendo loro di porre in lei la loro fiducia (non a caso il termine è legato alla radice semitica ’aman, che indica l’aderire con fede). Sì, le ricchezze e il denaro, mezzo decisivo del rapporto tra gli uomini e i beni materiali, mezzo al quale non è possibile sottrarsi, possono diventare dei signori, dei padroni, capovolgendo la logica del rapporto: da strumento, da mezzo di servizio, a padroni che chiedono di essere serviti. La ricchezza diventa allora facilmente un idolo e “l’idolo è un falso antropologico, prima di essere un falso teologico” (Adolphe Gesché). Ecco perché il discepolo di Gesù, chiamato a diventare un servo del Dio vivente, non può prestare alcun servizio al dio denaro, non può restare in un silenzio complice quando la ricchezza, come un Moloch, divora i poveri, quelli che per l’appunto mancano del denaro e dei beni di sussistenza.

C’è un’alternativa secca di fronte a ciascuno di noi nel rapporto con la ricchezza: o la si condivide, fino a sapersi spogliare di essa, oppure essa ci aliena, ci rende schiavi. E certo non è difficile essere consapevoli di questa realtà, la quale oggi più che mai ha la sua epifania sotto i nostri occhi: profitto, guadagno, possesso, lusso in mano a pochi, e d’altra parte povertà fino alla fame per la maggior parte dell’umanità. È questione di libertà da se stessi, di giustizia nel rapporto con gli altri. Quando una persona vive per l’accumulo di ricchezza, pensa di trovare sicurezza nel possedere sempre di più e guarda al denaro come a uno strumento di salvezza della propria vita, allora nel suo cuore non c’è più posto né per gli altri né per Dio. Il discepolo deve dunque scegliere, senza tentare compromessi, sulla base di un discernimento che impone un aut aut:

o il servizio al Dio vivente e liberatore,
oppure la schiavitù al dio Mammona, alla ricchezza che aliena e acceca.
Non si può appartenere a Dio e al denaro, non si può sperare nell’uno e nell’altro, non si può avere fede nell’uno e nell’altro.

Per resistere a questa potenza malefica, Gesù indica allora un primo atteggiamento da assumere come segno della fede, dell’adesione al Signore: “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete”. Nell’accogliere questa esortazione occorrono discernimento e intelligenza: Gesù non è un sognatore che non conosce e non aderisce alla realtà, sa bene che la vita è un duro mestiere e che per vivere occorre faticare, lavorare ed essere anche previdenti. Nessuna ingenuità! E certo queste parole possono essere stravolte se gridate ai poveri, agli affamati… Le parole di Gesù pongono invece l’accento su un atteggiamento errato, quello della preoccupazione (merímna), cioè quell’ansia ossessiva che si impadronisce delle persone, si insinua nel loro cuore e finisce per muoverle, togliendo loro ogni possibilità di reazione e di resistenza. Sempre nel vangelo secondo Matteo viene ricordata un’affermazione di Gesù sulla “preoccupazione (merímna) mondana e la seduzione della ricchezza che soffocano la Parola seminata nel cuore degli ascoltatori” (cf. Mt 13,22). Preoccupazione significa essere occupati soprattutto da qualcosa, e se l’oggetto della preoccupazione è il denaro, la sicurezza della vita, allora il cuore è sequestrato da una philautía, da un amore narcisistico di sé che impedisce ogni relazione e comunione.

Per questo Gesù invita a guardare gli uccelli del cielo, a contemplare i gigli dei campi. Sguardo poetico? Sì, ma non solo. Attraverso questa contemplazione si tratta infatti di porci nel mondo credendo alla bontà della vita, alla presenza di Dio, al suo amore che non va mai meritato. Si tratta di sentirci amati, di percepire che esistiamo grazie a qualcuno che ci ha voluti e creati e anche per qualcuno. C’è un’altra parola di Gesù che dobbiamo accostare a quella sugli uccelli de cielo, per capirla meglio. Quando Gesù dice: “Non cade a terra un passero senza il Padre vostro” (cf. Mt 10,29), non dice che un passero cadrà perché Dio lo vuole, ma che non cadrà abbandonato da Dio! E così, guardando i gigli dei campi colorati e tessuti in modo molto più bello degli splendidi vestiti di Salomone, possiamo almeno intuire la cura che Dio ha per tutte le sue creature e dunque anche per noi, che siamo suoi figli e figlie.

Questa è la vera provvidenza di Dio! Non un’affermazione che ci spinge al disimpegno, che ci invita solo a un’attesa passiva dell’intervento di Dio, che ci induce all’irresponsabilità, ma una fede che ci fa credere all’essenziale, liberandolo da tutto ciò che ostacola la pienezza della vita. “Dio pro-vede” significa che egli vede anticipatamente, vede prima e vede “in favore di”. Qui sta il fondamento della fiducia in Dio, fiducia come atto semplice di adesione, come capacità di contare su di lui e abbandonarsi al suo amore. Il discepolo deve bandire da sé il tipico atteggiamento dell’uomo religioso pagano: non moltiplicare le preghiere per essere esaudito, non affaticare Dio con richieste insistenti (cf. anche Mt 6,7-8), non vivere con angoscia e paura davanti a lui, ma semplicemente credere che egli è un Padre che ama anche chi non lo merita, chi non è capace di meritare il suo amore.

Se c’è un compito sempre urgente per il discepolo, esso consiste nella ricerca del regno di Dio: occorre cioè cercare che Dio regni veramente nella nostra vita, vivendo quella giustizia che richiede condivisione di ciò che si ha, comunione in ciò che si spera, saldezza fiduciosa in ciò che si crede. Questo atteggiamento non è facile: sovente siamo in ansia, temiamo soprattutto quando guardiamo al futuro, al domani, in particolare se siamo anziani e la precarietà ci invade. Ma proprio in questa vita che passa ci è chiesto di aderire all’“oggi di Dio”, senza voler assicurarci il domani né possederlo: il domani è di Dio e non ci appartiene. Arte del cristiano è dunque ricordare il passato; vivere l’oggi, l’hic et nunc, come adesione alla realtà e ora decisiva dell’ascolto della voce di Dio (“Ascoltate oggi la sua voce!”: Sal 95,7); andare verso il futuro, nella certezza che in esso c’è la venuta del Signore, la vita eterna.

Fonte: Monastero di Bose

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