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lunedì 27 febbraio 2017

Andrea Grillo “Chiesa, autorità e vangelo”


di Andrea Grillo

Tutto comincia da un un invito. Gli amici di Trieste, in primis Stefano Sodaro, mi hanno invitato a tenere una conferenza sul tema “Chiesa, autorità e vangelo”.
Io ho svolto il discorso che trovate nel video e al quale aggiungo, subito prima, uno “schema per tesi”, nel quale ho riassunto alcune cose che ritengo importanti per leggere il tempo ecclesiale e culturale che viviamo.

Ecco lo schema:

Chiesa, autorità e Vangelo.

7 tesi per un cordiale congedo dal modello ottocentesco

“Come deve essere esercitata l’autorità? …qui il Concilio diventa più esplicito, introducendo una terminologia e una forma letteraria nuova…Questo cambiamento portò a ridefinire che cosa fosse un concilio e che cosa avrebbe dovuto realizzare. Il Vaticano II modificò in modo così radicale il modello legislativo-giudiziario prevalso fin dal primo concilio, quello del 325 a Nicea, che in pratica lo abbandonò, sostituendolo con uno basato sulla persuasione e l’invito. Fu un cambiamento di enorme importanza”

J. W. O’Malley1

”Se noi risolviamo i problemi della fede col metodo della sola autorità, possediamo certamente la verità, ma in una testa vuota”

S. Tommaso d’Aquino

Due affermazioni agli antipodi – una post-moderna e una premoderna – ci permettono di cogliere la questione di fondo, che caratterizza la “rottura moderna”: ossia la pretesa che la libertà sostituisca la autorità. Provo a rispondere in 7 tesi, quasi more luterano:

1. Il mondo moderno celebra la sua novità nella scoperta della libertà e della dignità originaria di ogni soggetto. Di fronte a questa scoperta la Chiesa cattolica ha reagito male, per circa un secolo e mezzo. Contrapponendo l’autorità alla libertà ha creato un immaginario antimodernista in cui Dio è il contrario della libertà.

2. La Chiesa non era priva di buone ragioni. Avrebbe potuto sviluppare un realismo della “genealogia autorevole della libertà”, non una “difesa antiliberale della autorità”. In effetti ovunque vi sia libertà vi è traccia di una “libertà altra”, che chiamiamo autorità. Senza comunione di autorità, la libertà non può esistere.

3. Questo intreccio di libertà e autorità è una “condizione del magistero”. Nessuno può insegnare senza considerare la libertà non solo come “fine”, ma anche come “orizzonte”. Una radicale alternativa tra autorità e libertà genera una paralisi del magistero. Questo è l’effetto dell’antimodernismo: parlando solo “ex auctoritate”, si perde ogni autorità.

4. L’antimodernismo, in quanto ossessione della difesa della autorità contro la libertà, ha segnato non solo la prima metà del XX secolo, ma anche, sia pure sub altera specie, l’ultima parte del secolo e l’inizio del nostro. Se per mediare la tradizione, la si blocca, si rifugge dalla responsabilità e si arretra di fronte alla realtà. “Non possumus” era diventato negli ultimi decenni lo slogan di un magistero che rinunciava in astratto alla autorità (in materie come ordinazione, unzione, traduzione, celebrazione, omelia…) per non perderla in concreto.

5. Le uniche due eccezioni a questa tendenza dominante sono stati il Concilio Vaticano II, con la sua inerzia fino al decennio successivo, e poi – improvvisamente ma non senza presentimento – dopo 30 anni, papa Francesco, primo papa “figlio” del Concilio. I padri del Concilio, sentendone la dura responsabilità, lo hanno quasi svuotato; il figlio, essendo “irresponsabile”, può attuarlo e viverlo, anzitutto assumendo l’orizzonte di Dignitatis Humanae con serietà.

6. Il paradosso è questo: chi si interpretava come “tradizionale” interrompeva la tradizione rinunciando all’esercizio della autorità e riconoscendo autorità solo ad un passato idealizzato; chi vuole liberare la Chiesa dalla “autoreferenzialità”, esercita la propria autorità riconoscendo altre autorità e rileggendo il passato in modo dinamico e non univoco.

7. Nel recente discorso alla “Civiltà Cattolica” papa Francesco ha tradotto i “principi” di EG in modo creativo: inquietudine, incompletezza e immaginazione sono le esigenze vitali della esperienza cristiana. Questa è la “auctoritas” in senso vero e pieno: lasciare al mistero la prima e l’ultima parola, perché possa crescere il dono dello Spirito e si edifichi il corpo di Cristo. Per ricevere quello che si è ed essere quello che si vede. Autorità e libertà in relazione reciproca, senza chiusure e con molta speranza.

Conclusione

Ho citato O’Malley e Tommaso, all’inizio. Voglio chiudere con Routhier/De Certeau e Sartori

a) Al centro del Vaticano II sta la riscoperta della “auctoritas” e la “traduzione della traditio”. (cit. da G. Routhier)

b) La difficoltà a recepire questa svolta: la metafora del catenaccio rispetto al gioco all’olandese (cit. da L. Sartori)

Concludo: nel discorso finale del Concilio Vaticano II papa Paolo VI ha parlato della esigenza che la Chiesa aveva di aver di fronte “tutto l’uomo fenomenico”. Non solo l’uomo della autorità, ma anche quello della libertà. Questa sfida riprende con papa Francesco. Essa fa parte della grande tradizione ecclesiale, che sa di dover sempre mediare tra “evidenza” e “autorità”. Questo è stato espresso in modo indimenticabile in una frase di Agostino, nel “de ordine”:

“ad discendum item necessario dupliciter ducimur, auctoritate atque ratione. Tempore auctoritas, re autem ratio prior est” (De ord., II, IX, 26 [CCL, XXIX, 121, 2-122, 4]).

Il rapporto con i fenomeni esige il ricorso alla auctoritas per ragioni temporali. Siccome non siamo esseri “immediati”, per le mediazioni dobbiamo sempre iniziare dalla auctoritas. L’altro è parte di noi. Nulla di ciò che propriamente umano lo abbiamo “per sé”, ma sempre “per altro”. Il primato del tempo sullo spazio ci ricorda la delicatezza di questo ricorso strutturale alla autorità. Siccome siamo esseri “storici”, dobbiamo elaborare una esperienza della autorità che si componga da un lato con la “ragione” e dall’altro con la “libertà”. Una teologia “post-liberale” cerca di riflettere fino in fondo su questo punto critico della tradizione. Liberandosi dai fantasmi antimodernistici e recuperando la dinamica autentica di quella tradizione, che non si è mai vergognata di tradurre il Vangelo in nuove parole e in nuove azioni.

In sintesi e conclusivamente: senza libertà l’autorità non vive, ma senza autorità la libertà non nasce.

1 J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Milano, Vita e Pensiero, 2010, 13.