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sabato 11 luglio 2015

Thomas Römer "La politica nella Bibbia Ebraica"


INTERVISTA A THOMAS RÖMER: LA POLITICA NELLA BIBBIA EBRAICA

Thomas Römer, nato nel 1955 in Germania, è uno specialista della Bibbia ebraica noto a livello internazionale. Ha studiato teologia protestante e lingue semitiche nelle Università di Heidelberg, Tubinga, Ginevra e all’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Conseguito un dottorato in scienze bibliche presso l’Università di Ginevra, ha iniziato una brillante carriera accademica come professore di ebraico biblico, di ugaritico e di Bibbia ebraica a Ginevra, Losanna, Montpellier, Neuchâtel, Parigi e Zurigo.
Attualmente è professore ordinario alla facoltà di teologia e di scienze delle religioni dell’Università di Losanna e alla cattedra di “Milieux bibliques” del Collegio di Francia. Tra le sue pubblicazioni, molte delle quali tradotte in diverse lingue, spiccano: Dieu obscur. Le sexe, la cruauté et la violence dans l'Ancien Testament, Labor et Fides, 1998; L’Homosexualité dans le Proche-Orient ancien et la Bible, Labor et Fides, 2005; La Première histoire d'Israël. L’École deutéronomiste à l’œuvre, Labor et Fides, 2007; Introduction à l’Ancien Testament, Labor et Fides, 2009; L’Invention de Dieu, Seuil, 2014.


Professor Römer, quando si parla di Bibbia ebraica ci si riferisce ad una “collezione” di libri piuttosto che a un libro solo: si tratta di una vera e propria biblioteca! Sarebbe pertanto impossibile parlare di una sola maniera di concepirvi la politica?

Come lei ha ben riassunto, la Bibbia ebraica è piuttosto una “biblioteca” oppure una “libreria”, e presenta degli scritti di varia provenienza, oltre che delle idee molto diverse. Per quanto attiene alla politica, credo sia difficile trovare un’unica maniera di comprendere il tutto. Probabilmente si può cogliere la presenza di un elemento importante. Infatti, nel Giudaismo, contrariamente a quanto si verifica in alcune correnti del Cristianesimo, i diversi libri che costituiscono l’Antico Testamento non hanno lo stesso valore. Così, per la religione ebraica il Pentateuco, la Torah, è più importante delle altre due parti che costituiscono il canone delle Scritture ebraiche, ovvero i Profeti e gli Scritti, in ebraico chiamati rispettivamente Neviìm e Ketuvìm. Penso che occorra porre la questione partendo dal Pentateuco. In effetti, esiste non solo una diversità di testi ma anche una varietà di opinioni. Per questo motivo occorre cercare di prendere in considerazione questa complessità che, in una certa misura, riflette anche la complessità del mondo e dei credenti.

Cosa si può dire, seguendo un approccio storico, della relazione tra Dio e la politica, da un lato, e di quella tra Israele e la politica, dall’altro?

Penso che le due domande siano chiaramente legate perché, se si adotta una prospettiva storica, occorre dire che il Dio d’Israele, che è possibile chiamare Yahvé – anche se non sappiamo esattamente quale fosse la migliore pronuncia di questo nome –, è stato per lungo tempo considerato la divinità nazionale o protettrice d’Israele. Almeno a questo livello, Israele e Dio erano molto legati tra loro. Dio aveva nel re un mediatore che creava un legame tra il popolo e Lui stesso. Dunque, è stato questo sistema a prevalere fino alla distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi nel 587 a.C. La religione ebraica era una religione “nazionale”. Essa gravitava attorno alla figura del re, il quale svolgeva la funzione di mediatore. Il sovrano, sotto un certo punto di vista, era anche il responsabile delle gioie e delle sofferenze del popolo. In alcuni Salmi il re è chiamato “figlio di Dio”, mentre in altri è definito “Elohim”, termine che significa Dio stesso. Insomma, direi che è importante capire ciò che racchiudeva in sé la figura del sovrano se si vuole cogliere la maniera nella quale Israele concepiva la politica fino al VI secolo a.C.

Un lettore attento è colpito da un testo biblico come quello di Esodo 18,13-27. Dopo la visita di Ietro, prete madianita e suocero di Mosè, si assiste ad una novità nell’amministrazione della giustizia del popolo eletto. Vi si trova il racconto dell’istituzione di una magistratura che ha fondamentalmente due compiti: quello dell’amministrazione della giustizia e quello del governo. Questo implica che i redattori del testo erano coscienti, all’epoca nella quale scrivevano, della presenza di elementi socio-culturali che appartenevano ad una tradizione diversa dalla propria. A cosa le fa pensare questo testo? Cosa dice oggi la ricerca storico-critica?

Si tratta di un testo molto importante che certamente è stato scritto dopo la scomparsa della monarchia in Israele. È il momento in cui il popolo ha ottenuto l’autonomia politica. Occorre ricordare che, dopo la distruzione di Gerusalemme, sono stati prima di tutto i babilonesi a esercitare il dominio sul Medio Oriente e sul Levante. In seguito, a partire dal 539 a.C., i persiani hanno ottenuto questo potere conquistando proprio la città di Babilonia. In effetti, il testo che lei cita riflette l’accettazione del fatto che ci si possa integrare in un sistema giuridico-politico benché non sia un sistema di autonomia politica. È molto interessante notare che questa istituzione venga suggerita da Ietro, un prete madianita, vale a dire un uomo non israelita, e presentato come il suocero di Mosè. È proprio lui ad avere l’idea di un’organizzazione giuridica proveniente dall’esterno. Nel nostro tempo, molti specialisti credono che ciò rifletta la situazione del Giudaismo in epoca persiana, nella quale si trattava di integrarsi in un grande impero, oltre che in questo grande mercato comune, senza però condannare gli apporti delle altre nazioni. Pertanto ritengo si tratti di un testo che riflette sulla politica in una situazione nella quale mancava l’autonomia, ovvero mancavano le istituzioni della monarchia e, in particolare, nella quale occorreva pensare ad un’altra maniera di relazionarsi con la politica.

Certamente è significativo che un sacerdote “pagano” come Ietro, proveniente da Madian, dia consigli a Mosè sul governo del “popolo dell’elezione”. Ma questo lo è ancora di più se si considera che ciò avviene poco prima del racconto dell’Allenza sul Sinai (cf. Es 19-20)…

Certamente. Nel corso della storia questo aspetto ha già intrigato i commentatori ebrei perché, nel capitolo 18 del libro dell’Esodo, si dice che il popolo è “al monte di Dio”, mentre nel capitolo 19 arriva al Sinai, al monte della Rivelazione. Dunque, si è senza alcun dubbio voluto far precedere il racconto della Rivelazione, con la quale Israele diventa il popolo di Yahvé attraverso la conclusione di un patto, da un prologo nel quale si mostra la necessità o l’interesse del contributo delle nazioni pagane. Vorrei fare una precisazione. Il termine “pagano” è un po’ anacronistico, dato che si tratta di una costruzione posteriore e di epoca cristiana. Perciò, preferirei parlare di “altri popoli”.

Nel XV e nel XVI secolo, i sostenitori della repubblica o della monarchia, sia ebrei che cristiani, si sono basati proprio su questo passaggio tratto dal libro dell’Esodo. Mosè era considerato, secondo le circostanze e i diversi orientamenti politici, come il fondatore di una forma di governo repubblicano o di una forma di governo monarchico. Altri hanno motivato, sempre sulla base di un’esegesi politica di questi testi, le diverse forme di governo laico all’epoca della prima costituzione degli Stati nazionali in Europa. Altri ancora, come Isacco Abravanel (1437-1508) e Yohanan Alemanno (1434-1506), hanno sostenuto l’importanza per gli ebrei di una “pratica” politica da acquisire presso i popoli stranieri: gli uomini colti di religione ebraica del Rinascimento dovevano dunque formarsi nelle corti cristiane che li ospitavano. In ogni caso, il modello di riferimento restava Mosè. Questo pone un altro interrogativo: quale relazione esiste tra Mosè e il potere nella Bibbia ebraica?

Si tratta di una questione molto complessa. Per rispondere alle sue interessanti osservazioni sull’utilizzo dei testi biblici nella discussione circa le due forme di governo menzionate, penso sia capitale sottolineare un aspetto essenziale per la Bibbia ebraica. Come osservavo in precedenza, normalmente il monarca è considerato il mediatore tra Dio e il popolo. Ora, questo lo si riscontra anche nei documenti del Medio Oriente antico. A titolo di esempio, basti pensare al Codice di Hammurabi – che è un’opera conosciuta senza dubbio da molte persone – in cui il dio della giustizia Shamash consegna le leggi al sovrano, affinché questi le rispetti e le applichi. Nella Bibbia ebraica si osservano due realtà essenziali: i sovrani non ricevono da Dio nessuna legge, ma sono giudicati e devono operare secondo le leggi che Mosè ha ricevuto. Allora, si può pensare che Mosè costituisse una sorta di sostituto del re perché è molto importante, anche per la nostra epoca, il fatto che tutte le leggi che il Giudaismo cercherà di applicare, di comprendere, di commentare e discutere, sono consegnate nel momento in cui non esiste un’istituzione politica vera e propria. Ciò perché si è nel deserto e non nel Paese, perché non esiste ancora la monarchia e manca un territorio con delle frontiere precise. In un certo senso, ciò che il Pentateuco mette in atto – e credo che questo costituisca un aspetto molto importante – è il fatto di concepire, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, la separazione della religione dalla politica. Infatti, si tratta di pensare la possibilità di vivere la propria religione senza che questa venga legittimata da una potenza politica. Dunque, tutto ciò è dato prima della Terra promessa, prima ancora della monarchia, ed ha permesso al Giudaismo, nel corso del tempo, di potersi integrare nell’Impero persiano e in quello ellenistico-romano. Certo non sempre senza problemi, ma questa mobilità, questo fatto che il Pentateuco stesso si sostituisca alle istituzioni politiche tradizionali ha permesso – ed è questa la mia convinzione – al Giudaismo di sopravvivere attraverso i secoli. Tutto ciò nonostante le sofferenze, le minacce, le persecuzioni condotte da esponenti della religione cristiana e di quella musulmana. Tuttavia, con la figura di Mosè, il Giudaismo ha concepito un modello del sistema politico che permette di integrarsi in un’altra struttura politica, anche se non autoctona, mantenendo la propria identità culturale e religiosa. 

Tra le prime figure politiche della Bibbia troviamo quella di Giosuè. Cosa può rappresentare di preciso? Vi è forse dietro una particolare “costruzione ideologica”?

Quella di Giosuè è una figura sulla cui storicità alcuni studiosi nutrono dei dubbi. Giosuè è allo stesso tempo sia il successore di Mosè, benché non appartenente alla sua famiglia, sia colui che conquista il Paese. Nel seguito degli eventi, Giosuè stesso non assumerà delle responsabilità politiche. Egli è soprattutto il capo militare che, secondo la presentazione biblica, si dedica all’applicazione e al rispetto dei comandamenti divini e che, a causa di ciò, riesce a sottomettere le nazioni autoctone e il Paese a Israele. Spesso nel Cristianesimo, per legittimare i sovrani che indicevano le crociate o che compivano determinate azioni militari, è stata utilizzata la figura di un re, Giosia, e non quella di Giosuè. Nella Bibbia, infatti, Giosuè non ha uno statuto regale. Alcuni esegeti pensano che il suo personaggio sia forse costruito sul modello del re Giosia (VII sec. a.C.). Infatti, si sa che in ebraico, da un lato, i nomi Giosia e Giosuè hanno un suono simile ma che, dall’altro, non presentano la stessa radice. Tuttavia, non è impossibile pensare che la maggior parte delle prime storie su Giosuè e sulla conquista siano state scritte all’epoca di Giosia, proprio nel VII secolo a.C., data l’esistenza di molti paralleli tra alcune campagne e vittorie militari presenti nel libro di Giosuè e quelle di certi testi assiri, che invece vogliono cantare la gloria degli dèi e dei sovrani dell’Impero assiro.

Troviamo la continuazione della storia del libro di Giosuè passando al libro dei Giudici. Dal capitolo 2,6 al capitolo 3,6 si introduce la storia dei “capi-giudici”. Cosa caratterizzerà la maniera di comprendere il potere in relazione a YHWH?

In effetti, da una parte, l’epoca dei giudici continua la storia di Giosuè e, dall’altra parte, è quasi costruita in opposizione ad essa. Questo perché, nel grande racconto biblico, l’epoca di Giosuè è quasi elaborata come una sorta di “età dell’oro” mentre, al capitolo 2 del libro dei Giudici, da subito si afferma che a partire dalla morte di Giosuè gli israeliti cominciarono a fare ciò che è male agli occhi di Yahvé. Quest’epoca è presentata come anarchica perché alla fine del libro dei Giudici si trova questo ritornello: “In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene” (cf. 21,25). Quando si osserva l’insieme del libro, si vede molto bene che l’epoca dei giudici è piuttosto una sorta di costruzione teorica perché i diversi giudici – dovremmo piuttosto tradurre questo termine con quello di “salvatori” – sono dei capi carismatici di diverse tribù d’Israele, soprattutto del Nord (soltanto agli inizi troviamo una figura del Sud), che compiono diverse imprese. Ma quest’ultime non sono mai compiute dall’insieme del popolo d’Israele. Ovvero, il popolo nella sua totalità non è mai integrato in queste imprese. Probabilmente si tratta di un testo più antico, ereditato dalle tradizioni del Regno del Nord d’Israele, che gli scribi della Giudea hanno ripreso elaborando così una storia lineare, benché si possa notare l’assenza di una progressione cronologica nella storia dei diversi personaggi. Comunque, alcuni di questi sono all’origine di una storia positiva rispetto agli eroi che rappresentano e mettono in scena. La presentazione, elaborata secondo la prospettiva del Regno del Sud, evidenzia un’epoca nella quale manca il potere centrale. Se ci si basa sulle osservazioni che si trovano negli ultimi capitoli, tutto ciò è dovuto all’assenza di un regno unificato e di un sovrano. Invece, se i testi vengono letti in maniera indipendente, la situazione diventa più complessa. Nello stesso tempo bisogna tener conto, da una parte, della maniera nella quale i redattori invitano a comprendere la storia e, dall’altra parte, della maniera nella quale si possono rileggere le storie. Considerandole separatamente, in queste storie si osserva che i giudici sono dei capi carismatici inviati da Dio per salvare un gruppo di persone che vive una situazione di oppressione. Nella forma attuale del libro, tale situazione di oppressione è spiegata come una sorta di punizione divina per il fatto che il popolo ha reso un culto ad altre divinità e non a Yahvé, allontanandosi dal Dio vero. Per tale ragione, Yahvé ha deciso di lasciare Israele in mano ad altri popoli. Tuttavia, quando il popolo ritorna verso Dio, Yahvé invia, sempre in questa prospettiva, un salvatore che lo libera dall’oppressione. Alla morte dei giudici, però, la storia ricomincia. È una visione, per così dire, “ciclica” nella quale si comprende la storia. Dunque, a dire il vero, non si verifica ogni volta un grande progresso, ma si ripresenta sempre lo stesso scenario – ciò secondo la volontà dei redattori che sono piuttosto favorevoli, a quanto sembra, alla monarchia.

Trattando ora della monarchia, cosa rappresenta questa realtà per il popolo d’Israele?

Quella della monarchia è una realtà complicatissima sin dall’inizio. Quando si leggono attentamente i testi che parlano della sua origine – dunque i testi incentrati sulla figura del re Saul, in particolare dal capitolo 8 al capitolo 12 del Primo libro di Samuele – si hanno dei racconti molto complessi e contrastanti. In alcuni di essi, è lo stesso Yahvé a decidere che Saul diventerà il primo re d’Israele. Dio stesso chiede al profeta Samuele di andare verso di lui per incontrarlo, di ungerlo e di consacrarlo per la sua nuova missione. Eppure, in altri testi, è lo stesso popolo a chiedere di essere come le altre nazioni, dunque di avere un sovrano per guida. Quest’ultimo aspetto è commentato con un discorso piuttosto negativo da parte di Samuele, un discorso per il quale ciò che il re farà è di intervenire drasticamente nei confronti delle libertà degli israeliti, di imporre delle tasse, delle imposte, di richiedere del denaro per il pagamento dei soldati e per la cura del palazzo reale. I due diversi modi di concepire la regalità coabitano. Pertanto, prima di tutto si può dire che, quando si legge la storia, non si vede molto bene se la monarchia è da considerare positivamente o meno. Certamente interviene un’altra prospettiva, quella di Saul a detrimento di Davide. Saul è eletto da Yahvé ma sarà rigettato per delle ragioni che non sono molto chiare nel testo, affinché Davide possa diventare il nuovo re eletto da Yahvé. In effetti, a questo livello si può dire, ancora una volta, che si riflette la prospettiva degli scrittori del Regno del Sud, perché per i redattori dei due libri di Samuele e dei due libri dei Re soltanto i sovrani del Sud possono avere una legittimità. Dunque, il rifiuto di Saul da parte di Yahvé è una sorta di anticipazione del rifiuto del Nord, almeno come lo immaginano i redattori dei testi in questione. 

Lei ha fatto allusione al capitolo 8 del Primo libro di Samuele. In questo testo si narra la storia dell’istituzione della monarchia. Vi è scritto che Samuele esercitava il potere giudiziario in Israele e che, una volta divenuto vecchio, lo affida ai suoi due figli. Però, questi non saranno capaci e all’altezza del compito affidatogli poiché dominati dalla corruzione. Ed ecco la svolta: il popolo chiede un re per governare. Vi si trova un’affermazione molto forte di YHWH indirizzata a Samuele: “Ascolta questo popolo e accetta tutte le loro richieste. Non è te che rigettano, ma sono io: essi non vogliono più che io regni su di loro” (cf. 1 Sam 8,6-9). Perché questa opposizione tra potere o regalità divina e umana?

Credo che occorra tener presente un elemento essenziale: questi testi non sono stati scritti in un solo momento, ma sono stati rivisti e corretti. Tutto questo anche dopo la scomparsa della monarchia, in ambienti dove alcuni hanno pensato ad una sorta di sistema teocratico. Così, si è voluto sottolineare il fatto che il vero sovrano per Israele è Dio, Yahvé, e che non c’è bisogno di avere un sovrano umano. Questo può ben spiegarsi in un contesto dove si vuole e si può accettare un potere politico esterno, affermando che il vero sovrano è Yahvé. Altri hanno spiegato questa affermazione – anche se personalmente nutro qualche dubbio – sostenendo che dietro tutto ciò vi sia una sorta di ideale egualitario molto antico. Secondo questa prospettiva, le tribù israelitiche avrebbero costituito una sorta di società che, riprendendo un termine sociologico, oggi si definisce “segmentaria”. Dunque, l’idea è che esisteva una tradizione di libertà tale per cui solo Dio era considerato il sovrano, implicando il rifiuto del potere monarchico contrario alle aspirazioni delle tribù israelitiche. Ritengo che ciò costituisca una proiezione, dato che non ci sono molti elementi per giustificare una tale posizione. I testi biblici a supporto di tesi come questa non sono chiari, ma spesso gli esegeti ci dicono che si tratta di testi che hanno subito delle revisioni recentissime. In ogni caso, credo sia difficile vedervi, come fanno alcuni miei colleghi, delle antiche tradizioni egualitarie. Piuttosto, sono convinto che si tratti di una riflessione sulla necessità della sovranità umana, di un sistema di governo che alcuni uomini sono pronti a trasmettere ad altri. Si pensi, ad esempio, nella seconda parte del libro del profeta Isaia – comunemente noto come Deutero-Isaia – al kyrios, ovvero al sovrano Ciro il Grande (VI sec. a.C.). Il re persiano vi è chiaramente presentato come il Messia che Yahvé ha scelto per liberare il suo popolo. Senza dubbio, questo è un modo per dire che il Dio d’Israele può scegliere dei re umani, ma che non necessariamente l’istituzione monarchica porta la salvezza ad Israele.

Questo aspetto è molto interessante. Quali testi la fanno riflettere in questo senso?

Quando si legge il libro del profeta Isaia – in particolare i capitoli 7, 9 e 11 – è interessante osservare due aspetti. Da un lato, c’è il riferimento ad un re ideale annunciato e che sarà sicuramente un sovrano originario della Giudea. Dall’altro lato, attraverso una lettura sincronica dei testi (soprattutto a partire dal capitolo 40), si desume che questo re è diverso. Quindi, penso che scegliendo una sovranità giudea, in una certa misura il popolo – è questo, almeno, l’avviso dei redattori di Samuele (si pensi al capitolo 12 del Primo libro di Samuele) – ha rifiutato la sovranità di Yahvé, pensando che un re umano possa compiere ciò che solo Dio in realtà può fare. Sempre al capitolo 12 del Primo libro di Samuele, il profeta discuterà nuovamente con Dio. Così, nel suo grande discorso di addio, egli avrà l’idea che Yahvé ha voluto l’istituzione dei sovrani per il popolo e che, da questo momento, il re ed il popolo dovranno comportarsi in maniera conforme alle leggi divine. In caso contrario, “la mano di Yahvé sarà contro di voi, come fu contro i vostri padri” (cf. 1 Sam 12,15). Dunque, esiste la convinzione che si può accettare la monarchia ma che in nessun caso la si possa divinizzare. Questa istituzione deve essere strettamente vincolata alle leggi divine. È questo quanto verrà riportato nei due libri dei Re, dove i sovrani saranno giudicati e valutati dai diversi redattori, a seconda del loro comportamento nei confronti della Legge. Il criterio di valutazione dell’operato del monarca sarà la Legge, ovvero il libro del Deuteronomio.

A quale epoca ritiene possa risalire l’elaborazione di questa riflessione teologica sulla monarchia?

Penso che questa riflessione sulla necessità e sulle difficoltà della monarchia sia stata elaborata dopo la distruzione di Gerusalemme, dopo la scomparsa dell’ultimo re Ioiachim (VII-VI sec. a.C.) e l’esilio a Babilonia. Alcuni hanno creduto che la monarchia potesse continuare, mentre altri hanno pensato che occorresse trovare nuove strutture e altre maniere di integrarsi nell’Impero. Penso che i testi critici della monarchia presuppongano già, in una certa misura, il fallimento del sistema monarchico stesso.

Siamo giunti così alla scomparsa della monarchia e alla deportazione in Babilonia nel 587 a.C. Dopo questi eventi, con la presa di Babilonia da parte dei persiani, alcuni ritengono che l’aristocrazia sacerdotale, rientrata a Gerusalemme, abbia sostituito il potere della dinastia regale davidica, rinviando la restaurazione monarchica ad un’utopica epoca messianica. Secondo lei, si può dire che la società israelita sia stata così sottomessa al potere di un’oligarchia?

Credo che tutto dipenda dalla prospettiva che si adotta. Tutto ciò si può dirlo in maniera negativa, ma si può anche, in una certa misura, renderlo positivo. È chiaro che non sono stati soltanto i sacerdoti ad aver esercitato il potere a Gerusalemme. Gli studiosi ritengono che sicuramente esisteva una sorta di coalizione, vale a dire una “sintesi” di diversi gruppi: sacerdoti, deuteronomisti, laici con responsabilità nell’amministrazione. Dai documenti di cui disponiamo, si osserva che i persiani – si conosce poco dei babilonesi perché furono lì per breve tempo – erano concordi nell’offrire una certa autonomia su questioni riguardanti la gestione interna e la sfera religiosa di quelle nazioni da loro sottomesse, e che non si ribellavano e pagavano i tributi. Dunque, questo lo si può dire sia di Gerusalemme che di altre parti della terra d’Israele e di Babilonia. In una certa misura, tale potere era condiviso tra Gerusalemme e Babilonia, ovvero tra gli israeliti rientrati in patria e coloro che erano rimasti a Babilonia (o altrove) e che costituivano la golah. Nella Bibbia ebraica, ad esempio, il profeta Geremia (VII-VI sec. a.C.) scrive delle lettere che indirizza a Babilonia, mentre Esdra (V sec. a.C.) arriva proprio da Babilonia con la Torah. Per questo motivo, penso che l’organizzazione sia stata più complessa e che non sia possibile pensare semplicemente ad un’oligarchia sacerdotale gerosolimitana. È chiaro che, quando si analizza il Pentateuco, come ho detto prima, si coglie questa sintesi delle diverse opinioni ma anche l’esistenza di un ideale condiviso, sebbene non da tutti, e cioè: non c’è alcun bisogno di autonomia politica per praticare la religione israelita. È un aspetto comune sia al gruppo di sacerdoti dell’antico Israele sia a quello dei laici. D’altronde, sempre nei testi biblici si nota che i persiani sono percepiti in modo positivo, contrariamente a quanto accade per gli assiri, i babilonesi, gli arabi etc. I persiani non sono mai rigettati. Si pensi anche alla visione che si ha dei persiani nel libro di Esther, che pure sembra riflettere le problematiche esistenti in seno alla comunità israelitica. Così, non solo nell’insieme della Bibbia ebraica esiste una grande stima per i persiani, ma addirittura, se si considera la Bibbia nella sua costruzione canonica (ovvero l’Antico Testamento), si constata che l’ultimo versetto di tutta la Scrittura, almeno nella maggior parte dei manoscritti, è costituito da una parola del re persiano che afferma di aver ricevuto l’elezione di Dio per costruire il Tempio, invitando tutti i popoli stranieri a salire verso Gerusalemme. Pertanto, il re persiano ha, per così dire, da un lato, l’ultima parola nell’insieme dei testi canonici del Giudaismo e, dall’altro lato, si presenta come colui che Yahvé ha incaricato per la restaurazione del suo culto (il Tempio e la salita a Gerusalemme).

Quali crede siano gli insegnamenti politici per il nostro tempo che si possono ricavare dalla lettura della Bibbia ebraica?

Personalmente ritengo che l’elemento più importante sia questa “invenzione”, questa preparazione dell’idea di una separazione possibile tra il religioso ed il politico. Si tratta di vivere la propria religione dentro uno Stato che non riconosce una particolare espressione religiosa come una “religione nazionale”. Una tale idea di separazione tra i due ambiti, il religioso ed il politico, è molto importante. Credo che un altro elemento interessante sia costituito dallo sguardo molto realista nei confronti delle istituzioni politiche umane. Ciò riguarda sia l’epoca dei giudici sia quella dei re o dei profeti. Non abbiamo parlato dei profeti, ma è interessante notare – ed indispensabile sottolineare – come i profeti critichino gli abusi del potere politico. In conclusione, nella Bibbia ebraica non è mai presente una glorificazione di quest’ultimo, in particolare del potere monarchico. Tutto ciò rappresentava per il popolo d’Israele la possibilità d’integrarsi in un insieme politico più grande, retto da responsabili politici che non condividevano necessariamente gli stessi orientamenti religiosi. Al contrario, esiste una possibilità di coabitazione e di buone intese con governi di orientamenti diversificati. Ritengo che questo sia un aspetto di capitale importanza per l’epoca in cui viviamo, un elemento sul quale si deve riflettere e pensare. 

di Gabriele Palasciano