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domenica 26 luglio 2015

Rosanna Virgili "Finalmente maggiorenni! I laici assumono le loro responsabilità"


Con un ritornello intonato alla “sensibilità ecclesiale” Francesco ha modulato il suo Discorso introduttivo all’apertura dei lavori dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, (18 Maggio 2015), che ha messo a soggetto L’Evangelii Gaudium. Il Papa invita i vescovi ad affidare il loro impegno alle suggestioni di una plurale intelligenza “sensibile” invece che a teorie dottrinali astratte.


La rivoluzione copernicana di Francesco si realizza ancora sul piano del linguaggio: mentre fino a ieri il linguaggio ecclesiastico era specialmente dogmatico, morale o giuridico, oggi si rivela affettivo, esistenziale, psicologico, ma anche squisitamente spirituale e mistico. La “sensibilità” abbraccia, infatti, un campo che va dall’esperienza dei cinque sensi, a quella delle relazioni governate da un “cuore pensante” e dalla conoscenza che ne deriva, fino a scendere (o salire) nelle cavità dell’anima e dello spirito.

Nella storia della Chiesa cattolica figure esemplari di “sensibilità ecclesiale” sono stati, e continuano ad essere, i santi, missionari e mistici, noti e sconosciuti, uomini e soprattutto donne, vergini o madri, povere o ricche, colte o senza titoli accademici, che hanno dato e continuano a dare, senza soluzione di continuità, saggi di amore, servizio e bontà verso l’intera comunità umana, a partire dagli ultimi.


Ma la “sensibilità ecclesiale” che Francesco ha chiesto ai Vescovi è anche, e soprattutto, una sensibilità profetica. Che diventi, cioè, motore di azioni forti e chiare, di uscite allo scoperto, di denunce nette e determinate della corruzione, del coraggio e dei prezzi che si accetta di pagare per stare davvero accanto alle famiglie, i lavoratori, i giovani e i pensionati, i privati di futuro, i più deboli. La profezia sta nei contenuti, ma anche nella forma: per essere profeti occorre farsi capire, parlare di cose concrete e agire con esempi concreti, rinunciando ad arroccarsi (e nascondersi..) su argomenti “teoretico-dottrinali” astratti che – ahimè! – sono raggiungibili soltanto da una élite di “studiosi e specialisti” e tagliano affatto fuori il “Popolo di Dio”, la gente.

La forza della profezia sta proprio nella capacità di “tradurre” la Parola di Dio “in” parole umane, vale a dire, di attualità, significative per tutti, come auspicava il Concilio nella Dei Verbum. È la tipica profezia di Gesù, che – secondo la testimonianza dei Vangeli – si serviva di parole semplici e forti, di paragoni tratti dalla vita comune e, quindi, comprensibili a tutti e specialmente ai più “piccoli”. L’utilizzo di un linguaggio profetico e la coerenza tra dire e fare, pertanto, è la prima condizione affinché la presenza e l’opera dei Vescovi esca da un’effettiva irrilevanza a tutto campo: culturale, sociale, politica, etica.

Nell’elenco delle “sensibilità” tutte colgono, a mio avviso, pienamente nel segno delle urgenze attuali per la Chiesa Italiana e, tra loro, vorrei sottolineare la terza, quella che si riferisce ai laici cattolici e che recita: “La Sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono. In realtà i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli: da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo”.

Con questa voce il Papa dice più cose. Innanzitutto che l’ambito di competenza dei laici è quello “politico, sociale, economico e legislativo”, in sintesi l’ambito della “secolarità”. Sacrosante parole con cui il Papa riafferma quanto già in parte enunciato nella Lumen Gentium e messo in pratica, benché faticosamente, dai tanti laici adulti che, dal Concilio in poi, sono cresciuti nella Chiesa, nonostante un cammino spesso non agevolato dai Vescovi e costretto ad essere “profetico” – in senso letterale – subendo perfino resistenze e ostilità.

Anche quando parla di “responsabilità” personale dei laici, Francesco si rifà alla Lumen Gentium («I pastori riconoscano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa… affidino loro degli uffici…lascino loro libertà e margine di azione» LG, 37) affermando che non c’è bisogno di un Vescovo, o Monsignore e prete, “pilota”. Che tradotto significa: i laici ben formati cristianamente non dovrebbero aver bisogno – negli ambiti di loro competenza – di essere “pilotati” dal clero. Francesco preme insomma sulla dignità dei laici e la necessità che essi operino secondo la loro maturità umana e cristiana che coinvolge la coscienza di persona e di battezzato. Traducendo ancora una volta: i laici non possono più permettersi di sentirsi e comportarsi come dei minorenni: eseguendo, cioè, gli “ordini” che vengono dati loro dai Pastori, ma deve essere loro riconosciuta una “autorità” che li renda protagonisti nelle decisioni ecclesiali e responsabili del cammino della chiesa e della qualità della sua presenza nella società.

Se Francesco non ha detto, in effetti, nulla di inedito, ha però richiamato provvidenzialmente alla situazione effettiva del laicato nell’attualità della chiesa italiana, a più di mezzo secolo dal Concilio. La realtà è che ancora la “sensibilità ecclesiale” dei laici è da esecutori, bisognosi di direzione anche nelle cose più banali. Questa situazione dipende, a dire il vero, anche dal fatto che i Vescovi e i sacerdoti si pongano ancora come “piloti”, ispiratori e direttori in ogni ambito della vita dei cristiani. Il laicato cattolico, insomma, tranne delle pur pregiatissime eccezioni, risulta per lo più ancora oggi espresso da folle magari devote, ma per lo più afone, acritiche, poco creative, poco amanti della discussione, della partecipazione, della collaborazione, della corresponsabilità.

Restano aperte alcune domande su punti che Francesco non tocca. Quale responsabilità dei laici nell’ambito strettamente ecclesiale, cioè quello pastorale, quello teologico, quello ministeriale, quello del governo della Chiesa? Nella realtà attuale è urgente porsi queste domande. La Chiesa della collegialità dei Vescovi (peraltro richiamata più avanti nello stesso intervento), la chiesa (conciliare) del popolo di Dio, la Chiesa che vuole rispecchiare la pluralità delle Comunità cristiane bibliche, non può più mantenere una geometria di separazione tra il clero e i laici. Essa deve riformarsi nella “via migliore di tutte” (1Cor 12,31), la via dell’amore, e della comunione, dove ogni carisma si faccia ministero in un Corpo unico e armonioso. E se è vero che le “cose concrete” sono le uniche ad essere efficaci, l’esempio che la Chiesa desse in questo senso, potrebbe evitarle di retrocedere via via ad una agenzia religiosa come tante, purtroppo irrilevanti per la storia del nostro e di ogni altro paese.