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martedì 7 luglio 2015

Ludwig Monti Il Gesù di Marco


Monastero di Bose
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A causa di Cristo e del Vangelo. Una lettura del Vangelo secondo Marco
13 - 18 Luglio 2015
a cura di Ludwig Monti, monaco di Bose.

Il Gesù di Marco

Lungo tutto il vangelo secondo Marco, l’agire e il parlare di Gesù si scontrano con le resistenze e le incomprensioni dei rappresentanti dei vari gruppi religiosi:
dalle cinque controversie di Cafarnao (cf. Mc 2,1-3,6) fino all’ora della croce (cf. Mc 15,32), sono soprattutto gli «uomini religiosi» a scandalizzarsi di Gesù, a ribellarsi al volto di Dio da lui narrato. Lo rivela fin da subito la domanda posta silenziosamente da «alcuni scribi», che «pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”» (Mc 2,7). Ovvero: quale Dio quest’uomo ci narra? Qual è il Dio di Gesù Cristo? Il discorso sarebbe lungo e richiederebbe un’analisi particolareggiata di numerosi brani evangelici, ma lo possiamo riassumere con le parole del teologo Joseph Moingt:

Gesù … è stato condannato in quanto bestemmiatore e denunciato alle autorità romane, suppliziato, fuori dalla città santa, su un luogo di esecrazione ed esibito come oggetto di maledizione sul legno di una croce, rigettato dunque fuori dalla religione della quale aveva oltrepassato i confini. Non ne aveva realmente sfidato i divieti, ma il suo annuncio del vangelo invitava a liberarsi dalle chiusure della religione, quando essa si opponeva alla ricerca del regno di Dio, regno della libertà dei figli di Dio.

Scribi, farisei, discepoli di Giovanni il Battista, sadducei, capi dei sacerdoti sono spiazzati dalla libertà di Gesù, uno dei frutti più maturi della sua capacità di esercitare la fiducia. Il suo modo di comportarsi non rientra in nessuno dei loro schemi. Costoro sembrano impossibilitati a credere proprio perché non sentono neppure il bisogno di «convertirsi e credere», perché non vogliono riconoscere l’incredulità che li abita. In questo sono il «tipo» dell’incredulo. Quel «tipo» a cui si addice il severo monito rivolto da Gesù agli scribi dei farisei, scandalizzati per il suo intrattenersi a tavola con i peccatori e i pubblicani (cf. Mc 2,16): «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Se è permesso un salto nel vangelo secondo Giovanni, vale per la loro non fede ciò che Gesù dice, sempre ad alcuni farisei, al termine della polemica relativa alla guarigione, in giorno di sabato, di un uomo cieco dalla nascita: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41).
Questa attitudine di fondo è abilmente smascherata da Marco attraverso parole poste in bocca agli stessi uomini religiosi (De ore tuo te iudico: Lc 19,22!). Quando capi dei sacerdoti, scribi e anziani interrogano Gesù chiedendogli conto dell’origine dell’autorità dei suoi gesti (cf. Mc 11,28), egli pone loro una contro-domanda: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi» (Mc 11,29-30). È allora che, finalmente, gli interlocutori di Gesù mostrano di aver interiorizzato il suo modo di ragionare, di aver capito che egli sta smascherando la loro incredulità: «Essi discutevano fra loro dicendo: “Se diciamo: ‘Dal cielo’, risponderà: ‘Perché allora non gli avete creduto?’”» (Mc 11,31). Comprendono il loro errore, così come, d’altra parte, non possono dare la risposta opposta, perché hanno paura della reazione della folla, che considera Giovanni un profeta (cf. Mc 11,32). Incredulità e paura, una volta di più abbinate, sfociano su una risposta interlocutoria, pronunciata a voce alta, di fronte a Gesù: «Non lo sappiamo» (Mc 11,33).
Potrebbe essere il varco che apre una breccia nei loro cuori, potrebbe essere una svolta. Ma non è così, e Marco lo chiarisce descrivendo la definitiva epifania della loro incredulità, proprio nell’ora conclusiva della vita terrena di Gesù, l’ora della croce. Poco prima della sua morte, «i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: “ … Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”» (Mc 15,31-32). Vedere e credere: come se lo scendere dalla croce, il prodigioso, fosse in grado di condurre a una fede libera e intelligente. Non si rendono conto che, in questo modo, Gesù sedurrebbe le coscienze, costringerebbe gli uomini, non farebbe loro l’offerta di una libera adesione di fede.
Non riescono a capirlo ma, fino alla fine, «chiedono segni» (1Cor 1,22); sono impossibilitati ad assumere la logica della croce, come appare dalle parole immediatamente precedenti che, anche queste, li giudicano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!» (Mc 15,31a). Essi sbagliano una volta di più, non comprendendo che Gesù ha salvato altri ma non ha voluto salvare se stesso. sta proprio nel “non salvare se stesso” la verità di Gesù, trasparenza della verità di Dio. «Sta proprio nel “non voler salvare se stesso” la verità di Gesù, trasparenza della verità di Dio» (Bruno Maggioni). Non lo vuole ora, come non lo ha mai voluto lungo tutta la sua vita; come quando, «sospirando profondamente», si era rifiutato di dare un segno dal cielo ai farisei che glielo chiedevano quale prova della sua potenza (cf. Mc 8,11-12). È nell’impotenza della croce che Gesù, ormai senza più parole né gesti, ma solo con il suo corpo nudo offerto silenziosamente quale estremo gesto d’amore in perdita, narra la potenza «scandalosa» e paradossale della sua vita. «Chi può capire, capisca» (Mt 19,12); chi può credere, creda.
Ed ecco che qualcuno crede, in modo nuovamente paradossale. La confessione di fede definitiva – non in seguito smentita, come invece era accaduto per quella di Pietro in Mc 8,29.32 – è infatti posta in bocca a chi non avrebbe nessuna credenziale in merito, un centurione pagano: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).