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lunedì 27 luglio 2015

Franco Cardini Gerusalemme: civitas dei e terrena


INTERVISTA A FRANCO CARDINI - GERUSALEMME OGGI: CIVITAS DEI E CIVITAS TERRENA
Franco Carcardinidini, nato nel 1940, è uno storico e medievista italiano. Ha compiuto gli studi all’Università di Firenze, dove si è laureato con una tesi in storia medievale. Si è poi specializzato a Poitiers, Mosca e Parigi. È diventato prima assistente alla cattedra di storia medievale e moderna dell’Ateneo fiorentino, poi professore ordinario di storia medievale. La sua carriera accademica acquista sin da subito un respiro internazionale grazie a lezioni tenute in diverse università estere come quelle di Parigi, Gottinga, Berlino, Barcellona, Amman, Gerusalemme, Harvard. Membro di numerosi comitati scientifici, è considerato un insigne specialista dell’epoca medievale e della storia delle crociate, tematiche alle quali ha consacrato una consistente mole di lavori.
Nella lista delle pubblicazioni si ricordano: L’avventura di un povero crociato, Mondadori, 1998; Le Crociate, Giunti, 1999; Fratelli in Abramo. Breve storia parallela dell’Ebraismo e dell’Islam, Il Cerchio, 2000; L’invenzione dell’Occidente, Il Cerchio, 2004; In Terrasanta. Pellegrini italiani tra Medioevo e prima età moderna, Il Mulino, 2005; L’invenzione del nemico, Sellerio, 2006; La società medievale, Jaca Book, 2012; Gerusalemme. Una storia, Il Mulino, 2012; Francesco d’Assisi, Mondadori, 2013; Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Il Mulino, 2013; Incontri (e scontri) mediterranei. Il Mediterraneo come spazio di contatto tra culture e religioni diverse, Salerno Editrice, 2014; Alle origini della cavalleria medievale, Il Mulino, 2014; L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia, Laterza, 2015; Arte gradita agli dèi immortali. La magia tra mondo antico e rinascimento, Yume, 2015.

Professore, che tipo di città è oggi Gerusalemme? Quale città incontra il pellegrino comune?

Gerusalemme è una città senza dubbio difficile, ma comunque bella e moderna. Si tratta di una megalopoli che per certi versi è all’avanguardia sia dal punto di vista urbanistico che tecnologico, con opere molto belle e con strutture efficienti. Da questo punto di vista, lo Stato d’Israele ha realizzato uno splendido lavoro. Dall’altra parte, però, è una città profondamente lacerata. Nel suo cuore antico, che non si esaurisce soltanto nello Stato d’Israele, è presente il dolore della lacerazione, dovuta non solo alle tre religioni monoteiste che non riescono e che non sono mai riuscite veramente a convivere in armonia fra loro, ma anche alle ferite lasciate aperte dalla conflittuale situazione israeliano-palestinese. Tutti sanno, anche se a volte si finge forse di dimenticarlo, che esiste una situazione internazionale difficilissima e delicatissima in Israele – oserei dire quasi insostenibile –, in quanto Gerusalemme è stata proclamata dallo Stato d’Israele sua capitale eterna e indivisibile, ma il consesso delle Nazioni Unite non ha riconosciuto questa rivendicazione da parte israeliana ed ha chiesto che siano presi in considerazione anche i diritti degli stessi palestinesi, tra i quali ci sono cristiani e musulmani.

C’è un rischio estinzione dei cristiani in Terra Santa…

Purtroppo, i cristiani stanno praticamente diminuendo di giorno in giorno anche perché la causa palestinese, negli ultimi decenni, è diventata soprattutto patrimonio dei palestinesi di fede musulmana. Questo è un vulnus ulteriore dato che i palestinesi si sentono a disagio, si sentono deboli, avvertono che molti dei loro diritti – diritti di cittadini e di esseri umani – sono calpestati o non presi in considerazione in Israele. Però questa sofferenza è accresciuta, direi è duplicata, nei palestinesi cristiani che oggi non hanno più quel tipo di rapporto di comunità e di fratellanza patriottica con i loro compatrioti musulmani, i quali li considerano come dei cittadini di seconda classe. Questo induce molti palestinesi cristiani ad andarsene, ad abbandonare la patria in quanto si sentono due volte marginalizzati, sia da parte dello Stato d’Israele che da parte dei loro compatrioti palestinesi. È una situazione dolorosissima alla quale non si riesce a trovare una soluzione. In tante belle città palestinesi come ad esempio Betlemme, Gerico e Ramallah, in questi luoghi evangelici, tradizionalmente molti cristiani convivevano in armonia con ebrei e musulmani. Questa armoni è andata perduta ed occorre ristabilirla con molta buona volontà. È inutile farsi ancora illusioni, ma non è impossibile che la pace si realizzi tra palestinesi e israeliani.

Sinteticamente lei ha inquadrato la situazione socio-politica di Gerusalemme e non solo. Ma dal punto di vista spirituale cosa rappresenta Gerusalemme?

Dal punto di vista spirituale, Gerusalemme è – e non bisogna mai dimenticarlo – la città santa di tre religioni. Non è il centro esclusivo dato che, senza dubbio, i musulmani hanno le loro città sante come la Mecca e Medina, considerate non città sante superiori a Gerusalemme ma specifiche dell’Islam. Comunque, esiste una comunione di santità estremamente importante. Per nessuno dei credenti Gerusalemme è una città come le altre. Per tutte e tre le religioni abramitiche, Gerusalemme non è solo un centro urbano santificato dalla presenza, direi, tangibile di Dio, ma è anche il ricordo che Dio ha fatto un patto con l’uomo, ha lasciato un’eredità visibile del suo patto, che è possibile vivere in alcuni luoghi. Nello specifico, questo si vive per gli ebrei in quel poco che resta del Tempio, distrutto nel 70 d.C. e ancora nel 135 d.C. dai romani, in un pezzo del muro occidentale, che noi chiamiamo impropriamente “muro del pianto”. Lì la comunità ebraica ha il ricordo tangibile del patto che Dio ha siglato con lei. Per i cristiani ciò si vive nella Basilica del Santo Sepolcro, dove c’è l’edicola del sepolcro vuoto del Cristo proprio a ricordare che questo vuoto è un vuoto eloquentissimo perché riempito dalle nostre speranze. Perché il cristiano sa, vedendo quel sepolcro vuoto, che tutti i sepolcri sono destinati a essere vuoti. Questo perché la risurrezione di Gesù è la promessa di resurrezione per tutti noi. Il sepolcro di Cristo è il modello del sepolcro di ogni uomo vivente dato che, attraverso quel sepolcro, la morte è stata sconfitta, è stata vinta una volta per tutte. Per i musulmani vi è la roccia di Abramo su cui il patriarca biblico – secondo la tradizione biblica ed ebraica – avrebbe dovuto sacrificare suo figlio Isacco, stando al racconto del libro della Genesi. Anche se per la tradizione coranica e musulmana non si tratta del figlio Isacco bensì di Ismaele, la sostanza del patto di Dio con Abramo resta identica. I musulmani che vanno a venerare la sacra roccia alla moschea di Omar – in questa splendida moschea dalla cupola dorata, situata al centro della spianata dell’antico Tempio, fatta costruire dal califfo omayyade Abd al-Malik ibnMarwân (646-705 d.C.) nel VII secolo –, sono consapevoli del fatto che Allah, che è anche il Dio degli ebrei e dei cristiani, ha stipulato con loro un patto. I fedeli delle tre religioni monoteiste adorano lo stesso Dio in modi diversi, secondo riti diversi, secondo visioni teologiche diverse, ma tra queste visioni c’è probabilmente qualcosa di molto comune – inserisco questo avverbio rendendomi conto della complessità del discorso teologico che a questo punto si dovrebbe fare, e che è insondabile.

Quale pensiero le suscita una tale complessità storico-teologica?

In questa dinamica triforme che abbiamo nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam, c’è una realtà complementare. Ciascuna delle tre fedi è fedele al patto che Dio ha stipulato con loro. Noi cristiani dovremmo sempre ricordare questa bellissima pagina scritta da Giovanni Boccaccio (1313-1375) nel Decameron a proposito della fiaba dei tre anelli. La storia racconta di un re che morendo lascia ai tre figli un’eredità costituita da un anello preziosissimo, ma l’anello è uno. Allora, il padre con molta delicatezza e comprensione, volendo che tutti e tre i figli si sentano l’erede prediletto, fa realizzare da un bravissimo orefice altri due anelli preziosi come l’anello vero, esattamente uguali. A ciascun figlio affida poi un anello dicendogli che i suoi fratelli hanno avuto un anello simile ma che l’autentico è stato dato solo a lui. Questa non è una bugia ma è un segnale di carità e forse, siccome gli anelli sono perfettamente uguali, neanche il padre sa più qual è l’autentico, ma ciascun figlio dovrà al tempo stesso custodire il proprio anello con la massima attenzione e con il massimo amore. Questo perché è la massima autorità che il padre gli ha dato. Ognuno dovrà circondare del massimo rispetto anche l’eredità dei fratelli, perché dovrà lasciare aperta la possibilità che la vera eredità non sia stata data a lui ma a uno dei suoi fratelli. Ma la volontà del padre, in questo senso, attraverso questo artificio della vera fede inconoscibile, è quella di affidare ai tre figli, nella stessa maniera, l’eredità della sua parola. Noi cristiani siamo convinti di avere la Verità, ma anche i nostri fratelli musulmani e ebrei sono altrettanto convinti di possedere la Verità. Il Padre ama tutti, anche coloro ai quali non ha assegnato l’eredità privilegiata, ma che sono comunque suoi figli e ai quali ha parlato in qualche modo, magari indirettamente, con il suo linguaggio di Verità. Ciò fa sì che in ogni religione ci sia una scheggia della Verità divina, e come cristiani lo sappiamo tramite la dottrina del logos spermatikos ed operiamo affinché tutti si riconoscano nel Cristo e, alla fine dei tempi, il gregge sia uno e uno sia il Pastore. Nello stesso tempo, dobbiamo operare senza odio, ira e disprezzo perché in ogni fratello che ha un minimo barlume di conoscenza divina lì c’è il segno vivente della presenza di Dio.

Nonostante gli attriti e gli apparenti contrasti che caratterizzano Gerusalemme, quale contributo spirituale offre ancora questa città, così lontana e difficile da comprendere nella nostra ottica di occidentali?

Gerusalemme va vista con sguardi diversi e sempre con i medesimi occhi. Si tratta di una città che ha una storia lunghissima e dolorosa, ma anche e nello stesso tempo splendida. L’affetto e l’ammirazione per la città di Gerusalemme, per quello che è soprattutto la città antica, quella chiusa dalle sue mura e che è di una bellezza incredibile, unica al mondo, è un segno della sua bellezza direi “ontologica”, della sua bellezza mistica. La Gerusalemme che noi cerchiamo non è la Gerusalemme che sta al centro dello Stato d’Israele. Non è la Gerusalemme fatta di pietra, ma è un’altra Gerusalemme. Però, nello stesso tempo, quando nel libro dell’Apocalisse si dice che la Gerusalemme celeste, adorna come una sposa, scende dal cielo e scende sulla Gerusalemme terrestre, ecco che abbiamo una simbiosi tra le due forme di Gerusalemme. La Gerusalemme che noi conosciamo dalla storia è un luogo di dolore, di sangue e di sofferenza, ma nello stesso tempo proprio quel sangue, quella sofferenza l’hanno resa bella perché tutti i popoli che l’hanno posseduta e che l’hanno amata hanno lasciato qualcosa in eredità. Questa è la straordinaria e tragica caratteristica di Gerusalemme. Ci sono state tante città contese da popoli diversi, basti pensare a Roma, ma questa volontà di possedere che li muoveva era un segno di egoismo. A Gerusalemme, invece, abbiamo un paradosso: chiunque vuol possederla vuol possederla perché l’ama. Il paradosso perfino delle guerre – come le crociate, lo jihad musulmano, oppure le guerre di Israele narrate nella Bibbia – è che sono state fatte per possedere questa città perché la si ama. Naturalmente ciò rappresenta un mistero insondabile, una contraddizione di portata cosmica straordinaria. Sappiamo che attraverso la Gerusalemme terrestre quello che noi amiamo e ciò a cui aspiriamo è la Gerusalemme celeste, il Regno di Dio. Però l’ultimo libro della Sacra Scrittura dice che le due Gerusalemme, quella terrestre e quella celeste, diventeranno una sola, quindi già adesso la Gerusalemme terrestre è una prefigurazione di quella che sarà la nostra patria eterna. Anche in questo senso, molti sono i santuari che l’umanità ha saputo concepire, anche in altre religioni, ma Gerusalemme resta un qualcosa di assolutamente unico e di inimitabile.

Questo risulta un elemento difficile da capire profondamente…

Certamente si tratta di un aspetto che risulta difficile da concepire e da capire fino in fondo. Bisogna avvicinarsi alla città santa con ammirazione e con spirito d’amore, in preghiera e gioiosamente perché è la città situata in cima al monte sul quale si sale. In ebraico il pellegrinaggio è detto aliyah, un termine che vuol dire letteralmente “ascesa, salita”, un’ascesa da compiere gioiosamente. Ancora ai nostri giorni, i pellegrini salgono alla città santa, geograficamente posta a circa ottocento metri di altezza rispetto al livello del mare, con gioia, canti e danze. La gioia è il segnale ultimo della comprensione profonda di che cosa significa Gerusalemme, nonostante le lacrime e i lutti, nonostante il sangue sparso, nonostante il patrimonio di odio che ancora purtroppo sussiste tra coloro che si sentono gli unici eredi della città e che vorrebbero possederla esclusivamente. Ciò nondimeno, il segno ultimo di Gerusalemme a cui bisogna pensare è la gioia perché essa, esattamente come il dolore, è contagiosa. Se si vuole che gli altri provino la stessa gioia interiore che il cristiano prova quando pensa al Cristo, alla risurrezione di Cristo, alla vita eterna, a Dio, bisogna che la comprensione e il possesso di questa Verità si trasformino in amore per coloro che non la possiedono, oppure per coloro che la possiedono imperfettamente o che la possiedono ma che non sono coscienti di possederla. Se si capisce tutto ciò e se si riesce a far questo nella nostra modesta esperienza vitale, allora si ottiene il successo dell’esistenza. Una buona visita a Gerusalemme è un segno di una vita vissuta bene, in spirito di giustizia e in spirito di amore.

Ad analizzarlo bene, il nome di Gerusalemme contiene un riferimento alla pace. In ebraico la città è chiamata Yerushalayim, mentre in arabo si utilizzano sia al-Quds che Ûrshalîm. La ricerca storica e filologica fa risalire quel nome a una precedente divinità cananea, al dio Shalem, e anticamente doveva significare “fondazione di (del dio) Shalem”. Da Shalem sono poi derivate le due parole che significano entrambe “pace” sia in ebraico che in arabo. Mi ha sempre colpito questa ricchezza etimologica perché esprime un elemento importante: la vocazione di Gerusalemme dovrebbe essere la pace. Perché in realtà non è così?

Non è così perché la volontà del possesso assoluto, intransigente ed esclusivo, fa sì che quello che si vuol possedere si ha difficoltà a condividerlo con i fratelli. La vera coscienza deve essere quella che il pieno possesso si ha solo attraverso la condivisione perché altrimenti si tratta di un possesso difettoso, di un possesso accompagnato dal peccato e dalla paura di perdere ciò che si possiede, quindi segnato dall’inimicizia nei confronti di coloro che si ritengono gli avversari. Questo è un possesso imperfetto. Il fatto che l’uomo sia segnato dal peccato e che sia imperfetto determina la sua difficoltà a capire che il vero possesso sta nella condivisione, e che in realtà si possiede pienamente solo quello che si regala al prossimo. Questo è il nostro vero patrimonio e se riuscissimo a ricordare – non parlo solo per Gerusalemme – che ciò che veramente possediamo è quello che siamo riusciti a donare in termini non solo di ricchezze materiali ma anche spirituali, in termini di amore, comprensione e solidarietà, allora molti problemi sarebbero risolti. Se anche pochi esseri umani riuscissero a raggiungere seriamente questa consapevolezza, allora si arriverebbe a creare una sorta di contagio nella condivisione. Purtroppo, tutto questo difficilmente accade nella storia, però qualche volta si ha uno straordinario, rarissimo e piccolo barlume che ci fa credere che è possibile che si realizzi. Questo accade, ad esempio, quando un grande uomo della terra riesce a tendere l’orecchio abbassando la testa per ascoltare un povero, un mendicante o un uomo che proviene da uno schieramento nemico. Così, tutti e due parlano nel segreto. Non sapremo mai cosa si sono detti nel 1220 sulle rive del Nilo a Damietta, in Egitto, Francesco d’Assisi (1181/82-1226) e il sultano Malik el-Khamil (1177-1238). Però, quando Francesco è tornato dalla Terra Santa ha cominciato a vivere la parte estrema e quella più spiritualmente intensa della sua vita in maniera purificata nello spirito, rendendosi degno persino del dolorosissimo e splendido dono delle stimmate. Ecco, questa dinamica i greci la chiamavano metànoia mentre noi la chiamiamo conversione, un rinnovarsi profondamente nell’intimo. Nella nostra vita quotidiana o nel nostro modo di vivere la fede, non pensiamo molto a questa realtà. Ciò è anche vero nel nostro modo di vivere l’esperienza di un pellegrinaggio, che è sempre un po’ inquinato dalla limitatezza dei nostri mezzi, delle nostre capacità intellettive, delle nostre intenzioni. Credo che la storia di Gerusalemme ci ricorda che nessuno di noi è veramente padrone della vita degli altri, nemmeno i più potenti, e che siamo signori della nostra vita, avendone la responsabilità. Siamo in grado di dominare la nostra vita al punto tale di buttarla via. Per questo, occorre ricordarsi che agli altri non bisogna chiedere nulla ma semplicemente dare. Il pellegrinaggio reale è un pregare per gli altri, per i vivi e per i defunti, è un ottenere dei doni spirituali che non sono esclusivamente per noi stessi ma anche per gli altri. L’atto del donare è il simbolo della realtà profonda e della necessità, per un cristiano, di farsi esempio per tutti gli altri.

Lei è un affermatissimo medievista e un grande conoscitore di Gerusalemme. A questa città ha consacrato un libro intitolato Gerusalemme. Una storia (ed. Il Mulino, 2012). Come vive il “suo” pellegrinaggio che, suppongo, avrà anche finalità di studio e di ricerca?

Continuo a viaggiare a Gerusalemme cercando di far in modo che ogni viaggio sia la rappresentazione e la ricapitolazione della mia esistenza. Devo comunque ammettere che non sempre mi riesce abbastanza bene, dato che c’è sempre una serie di occupazioni e di cose materiali a cui pensare. Cerco di arrivare presentandomi ogni volta a Dio, di fare il punto della situazione, di vedere assieme a Lui cosa sono riuscito a fare, in che cosa ho sbagliato o fallito, oppure quali sue aspettative ho deluso. Nonostante tutto, porto con me anche il bene che ho potuto fare e l’amore che ho mostrato per il prossimo. L’amore non è fatto solo di doni splendidi, ma anche di piccole cose imperfette di cui a volte ci vergogniamo. Occorre affidare tutto questo a Dio con molta umiltà perché sono il risultato di come noi abbiamo saputo vivere la vita che ci ha donato. Il pellegrinaggio a Gerusalemme spinge a riconoscere la bontà di Dio che ci dona la libertà.