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domenica 12 luglio 2015

Enzo Bianchi La Grecia deve restare in Europa


La Stampa, 12 luglio 2015
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

“Eppure lo rovina il no – quel giusto no – per tutta la sua vita”. Così termina la profetica poesia “Che fece … il gran rifiuto” scritta da Kavafis nel 1901. Da tempo pensavo di esprimere la mia convinzione che la crisi greca non è questione di finanza né di economia ma di politica e, prima ancora, di etica e di cultura.
Ora che il referendum ha obbligato tutti, volenti e nolenti, a confrontarsi su cosa si voglia fare non tanto del debito pubblico di uno stato economicamente marginale quanto piuttosto del progetto comune europeo, un appello accorato proveniente in queste ore cruciali da una ventina di teologi e docenti universitari greci, mi spinge a unire la voce e il pensiero a quanti si prodigano affinché quel “giusto no” non significhi “rovina per tutta la vita” per chi l’ha liberamente e democraticamente pronunciato.

“La crisi greca è una crisi europea”, sottolineano gli estensori dell’appello, e come tale va affrontata: “solo a livello europeo si possono trovare le basi per una soluzione sostenibile e definitiva di questa situazione problematica, dannosa e particolarmente pericolosa”. E affrontarla a dimensione europea non vuol dire affidare a istituzioni europee che non rendono conto ai cittadini o a addirittura centri di potere finanziario mondiale le decisioni per conto e contro un popolo che dell’Europa non solo fa parte ma costituisce una delle matrici storiche e culturali. Dove sono quanti invocavano a gran voce che la menzione delle “radici cristiane dell’Europa” entrasse nella Costituzione europea? Come mai non sentiamo quella stessa voce richiamare oggi i valori cristiani della solidarietà, dall’attenzione ai più poveri, del farsi prossimo a chi è in difficoltà? E come mai tacciono anche tante di quelle voci che, per contrastare definizioni confessionali nella Costituzione, ricordavano giustamente la pluralità di radici del nostro continente, privilegiando proprio il contributo di Atene e della sua cultura pre e postcristiana? Come mai gli argomenti prevalenti oggi sono solo di tipo finanziario – più ancora che economico – e anche questi selezionati in un’ottica unilaterale? Dobbiamo rassegnarci a che le uniche fondamenta della casa comune europea siano il mercato e i suoi parametri?

Gli estensori dell’appello greco si definiscono “cristiani e cittadini responsabili” di “diverse affiliazioni politiche” e sostenitori di diverse “soluzioni pratiche”, non negano che come tali non hanno saputo “saputo reagire alle circostanze né compiere le dovute riflessioni”, già a partire dal “cambiamento politico seguito al ripristino della democrazia nel 1974”. E qui va detto che troppo facilmente, nel considerare malsana la gestione dello stato greco negli ultimi decenni, si dimenticano le fatiche e le contraddizioni di un paese che ha dovuto riscoprire ex-novo quella gestione democratica della polis che aveva elaborato oltre duemilacinquecento anni fa e che era stata rinnegata da un regime dittatoriale tollerato se non incoraggiato da altri paesi europei e non. Né si può considerare infondata l’impressione di cui si fanno portavoce questi docenti che “le proposte dei nostri partner … paiono focalizzarsi sul bisogno di riforme senza prendere in considerazione le cause sistemiche della crisi, la crisi del debito e la necessità di affrontare le serie conseguenze umanitarie delle inefficaci politiche neoliberali adottate negli ultimi anni”.

Questi cristiani ortodossi – e non dimentichiamo che la gerarchia della chiesa greca si era espressa pacatamente a favore del sì al referendum – si appellano innanzitutto a quanti condividono la loro fede ricordando che “nello spirito della cooperazione tra cristiani proprio del nostro tempo, le chiese hanno contribuito allo sviluppo e al consolidamento di un più ampio spirito ecumenico di riconciliazione e collaborazione, estremamente necessario e significativo sia per l’Europa che per il mondo. Questo spirito si è rivelato particolarmente necessario in tempi cruciali, come il secondo dopoguerra e il sorgere del clima di divisione della guerra fredda tra oriente e occidente. Da allora le chiese hanno lavorato per sostenere un progressivo e a volte persino radicale approccio spirituale cristiano nell’affrontare tematiche sociali, politiche, economiche e ambientali”. Credo che in questo nuovo millennio e in questi ultimi decenni le chiese cristiane e le loro autorità – si pensi, per esempio, a due figure come papa Francesco e il patriarca Bartholomeos – non solo abbiano assecondato il cammino verso la pace, la giustizia e la cura per la terra, ma se ne siano fatti promotori, intraprendendo come precursori piste inesplorate alla ricerca della migliore convivenza pacifica possibile, memori delle ricchezze etiche e spirituali del passato, attenti ai bisogni degli uomini e delle donne di oggi e solleciti verso il bene delle generazioni future, cui dobbiamo restituire il patrimonio ricevuto in eredità e divenuto il vero debito contratto con loro: un pianeta vivibile e fecondo.

In questo senso credo di non essere solo, dentro e fuori la chiesa, in Grecia come in Europa, a sentire come proprie le parole dei firmatari dell’appello: “tutti noi riconosciamo che la posizione della Grecia rimane all’interno della famiglia europea, convinzione condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini greci. Chiediamo azioni che possano assicurare l’identità europea del nostro paese basata sui principi di democrazia, solidarietà, giustizia sociale, dignità, rispetto reciproco e incremento dei principi europei. Sulla base delle pietre angolari dell’unità, della cooperazione e del comune progresso dei popoli europei, vi invitiamo a lavorare insieme per salvaguardare questi valori, perché in essi riconosciamo gli elementi fondativi della comune eredità culturale, religiosa e umanistica dell’Europa. Questa eredità dev’essere conservata a ogni costo contro i poteri che mettono a serio rischio il nostro comune cammino pacifico, poteri che impongono la deificazione del mercato e mirano a ridar vita a tristi stagioni della storia del nostro continente”.

Sì, dipende anche da noi, da ciascuno di noi che quel “giusto no” pronunciato dal popolo greco sia il primo passo di un convinto e corale sì al bene presente e futuro della comune casa europea.