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martedì 7 luglio 2015

Enzo Bianchi Affetto ecclesiale vo cercando


JESUS, luglio 2015 - Rubrica La bisaccia del mendicante
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

“Anaffettività” come incapacità di entrare nella sensibilità dell’altro e degli altri: questa secondo me è la più estesa e profonda patologia che oggi ammorba il corpo ecclesiale. È vero che questa anaffettività è un male presente in tutta la società, perché in essa da qualche decennio si è insinuata l’indifferenza che domina e pervade tutti gli spazi della vita sociale.
Ma nella chiesa l’anaffettività è patita maggiormente, forse perché i cristiani nella loro dimenticanza non avvertono che il loro vissuto contraddice fortemente il comandamento nuovo, ultimo e definitivo, prima del quale e dopo il quale non ve ne sono altri: il comandamento dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), amore che nelle prime comunità cristiane si esprimeva addirittura con un bacio sulla bocca al termine delle assemblee eucaristiche (cf. Rm 16,16; 1Cor 16,20, ecc.).

Anaffettività a tutti i livelli: non si riesce più a manifestare affetto ilare verso qualcuno, non si riesce più a partecipare ai sentimenti dei pastori della chiesa, e questi a loro volta non riescono a conoscere, a condividere le fatiche e le sofferenze dei fedeli comuni e anche degli uomini e delle donne non cristiani che incontrano. Mi diceva un anziano prete, uno dei pochi rimasti con la postura di Primo Mazzolari o di don Michele Do: “È più facile trovare un prete che ha una storia d’amore che un prete amico”. L’amicizia come vittoria sull’anaffettività è diventata ormai sconosciuta. Quando si accende un rapporto di collaborazione con gli uomini ecclesiastici, si può essere certi che sarà di breve durata; e anche se si sono impegnati fatica e lavoro, questi non vengono mai riconosciuti, il che sarebbe almeno occasione evangelica per dire: “Siamo servi inutili” (Lc 17,10). Questo rapporto è invece vissuto con frustrazione da parte di chi vi aveva investito affetto, sentimento umano che è sapore e sale di ciò che facciamo.

Così nella chiesa le relazioni appaiono occasionali, non diventano mai storia, si interrompono e si dimenticano presto, e la gratitudine, la sorpresa, il cuore che batte per la presenza dell’altro sono quasi impossibili da rinvenire. Perché? Me lo chiedo più volte. È una mancanza di qualità umana, di “stoffa” umana? È dovuto al fatto che per tanti anni si sono fatti vescovi obbedienti all’autorità ma diafani, a volte “senza carne” e comunque mediocri per intelligenza e conoscenza? È dovuto al fatto che la vita ecclesiale si è talmente burocratizzata che non c’è più tempo per l’amicizia trasparente e pura, per gli incontri gratuiti ma carichi di gioia?

Molti sui giornali si domandano quale sia il rapporto dei vescovi italiani nei confronti della “novità” di papa Francesco. È accettato, oppure verso di lui c’è diffidenza, opposizione? Sì, un piccolo gruppetto di vescovi ha anche il coraggio di manifestare ciò che pensa, magari dicendo ai propri preti che bisogna accettarlo così com’è, perché viene dalle periferie del mondo, dunque per loro non dalle interiora ecclesiae; altri dicono che è un papa simpatico ma che facilmente deborda, dunque non va certo seguito in tutto ciò che dice; altri lo ammoniscono affinché stia attento, perché con i suoi gesti populisti rischia di diventare una “macchietta”; altri, pochi, contano i suoi giorni, nella speranza che questa tempesta, simile a quella prodotta da papa Giovanni, passi presto e si cominci di nuovo a vivere la chiesa romana, quella vera, della tradizione. In ogni caso io leggo da parte di molti ecclesiastici anaffettività verso Francesco, dopo una stagione di grande amore e devozione per Paolo VI, una stagione di perplessità ma di ammirazione verso il gigante Giovanni Paolo II e infine una stagione di distanza piena di rispetto nei confronti di Benedetto XVI. Anaffettività perché si è incapaci di sentire e condividere ciò che brucia nel cuore degli altri, anaffettività perché il legame con Cristo è quello di un amore tiepido, anaffettività perché i fratelli sono lontani e ormai non li si conosce più come il pastore conosce le pecore (cf. Gv 10,14.27).

Per me questa è una situazione di grande sofferenza, perché nella mia vita ho vissuto con passioni, soprattutto ecclesiali. A quei pochi che cercano di resistere a questa dominante vorrei dire: “Perseverate, anche se vi mancano destinatari di affetto; salvate almeno l’affetto, la passione verso l’altro, perché non ci sarà né collegialità né sinodalità, se nella chiesa permane questa tiepidezza di relazioni”. L’Apostolo ammonisce: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), dunque resistete all’anaffettività. E non lo si dimentichi: dove non c’è affettività, nasce e cresce il risentimento.