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martedì 5 maggio 2015

Saverio Xeres Chiesa sacramento di salvezza...




Chiesa sacramento di salvezza inviata alle genti

dal sito della Diocesi di Cremona

Don Saverio Xeres è conosciuto in tutta Italia non solo per la sua singolare capacità comunicativa, che letteralmente incanta la platea, ma anche per i suoi studi approfonditi sulla storia della Chiesa, che gli hanno permesso una riflessione sapiente sull'oggi e sul futuro della comunità dei discepoli di Gesù.

A questo docente di origini comasche, già studente di mons. Lafranconi, è stato affidato il primo incontro dedicato alla riscoperta e all'approfondimento del Concilio Vaticano II a pochi giorni dall'inizio dell'Anno della Fede, voluto da Benedetto XVI proprio per festeggiare il 50° anniversario dell'indizione della grande assise ecclesiale.

A don Xeres è stato chiesto, in modo particolare, vista anche l'imminenza dell'ottobre missionario, di riflettere sull'evoluzione del concetto di missione prima, durante e dopo il Vaticano II.

Con competenza il relatore ha spiegato che fino al IV secolo la Chiesa ha vissuto il tempo dell'evangelizzazione, caratterizzato dalla testimonianza dei discepoli del Signore che si è spinta anche al martirio. Dal V al XIX secolo, invece, si è passati al concetto “missione” dal carattere prettamente giuridico: si è mandati in terra lontane per aggregare i popoli alla Chiesa.

Solo nel XIX e XX secolo, grazie anche al Concilio Vaticano II, ma non solo, si è tornati a una prospettiva evangelizzante. I motivi di questo importante cambiamento don Xeres li ritrova, paradossalmente, a partire dal crescente secolarismo dell’Europa, che progressivamente perde la sua centralità ecclesiale, da un rinnovato slancio del magistero papale, che inizia un cambio di prospettiva, dalla nascita di congregazioni religiose, come gli scalabriniani e i saveriani, dalla creazione, con Pio XI, delle Chiesa locali e dalla nascita di clero ed episcopato autoctono. Senza dimenticare l’apporto del movimento ecumenico che dalla Conferenza di Edimburgo del 1910 comincia ad essere visibile e dare i primi frutti. Non manca, infine, l’apporto di illustri teologi che, spinti da questo cambiamento di mentalità, cominciano a riflettere sulla Chiesa: in modo particolare il protestante Karl Barth rimarca la centralità di Cristo nell’opera di salvezza sostenendo che la missione è principalmente azione di Dio. La Chiesa, quindi, non è più l’attrice principale, ma è chiamata ad inserirsi nella missione ben più ampia compiuta dal Signore.

Questa grande rivoluzione culturale – missione intensa come testimonianza – ha alcuni importanti antesignani come Charles De Foucald, che visse tra i musulmani quasi nel nascondimento, e Teresina di Liseaux, scelta come patrona delle missioni nonostante trascorse tutta la sua vita in clausura.

Il Concilio non fa altro che organizzare e sviluppare dal punto di vista teologico questa nuova sensibilità che si sta affermando. E lo fa non semplicemente pubblicando un documento missionario come fu, appunto, l’«Ad gentes», ma ripensando totalmente il modo di essere Chiesa. Essa anzitutto sente di essere universale, non solo perché raggiunge tutti i confini della terra, ma perché capisce di doversi interessare a tutti gli aspetti di vita dell’uomo (per la prima volta si parla di educazione, politica, sottosviluppo, fame nel mondo) e addirittura perché desidera lanciare ponti con le altre religioni. Inoltre essa si concepisce essenzialmente come missionaria, cioè riconosce di non poter esistere se non in tale chiave.

Don Xeres più volte ha sottolineato, attingendo anche agli scritti conciliari, che la Chiesa sente di dover portare Cristo agli uomini, ma dall’altra parte è sempre più conscia che Cristo è già presente e che quindi va ricercato, nell’ascolto paziente e nel confronto sereno, nella storia e nell’umanità.

In modo particolare il Concilio spiega che la Chiesa non è un canale in cui passa il Vangelo, ma una madre che genera alla vita i credenti e che quindi, proprio come madre, sente continuamente di dover cambiare per poter essere sempre più attenta e premurosa verso i suoi figli. E tra i cambiamenti più importanti si annovera quello dello spirito di comunione: occorre, cioè, che la Chiesa mostri la stessa comunione che alberga nella Trinità. Ciò comporta che tutti siano coinvolti nella missione - anche i laici -, che in ogni realtà locale sia riconosciuta la presenza della Chiesa nella sua integralità e che tutti siano consapevoli che lo Spirito opera e agisce anche al di fuori dei confini istituzionali. La Chiesa, dunque, come sacramento di salvezza non esaurisce, ma rinvia alla forza salvatrice di Dio!

Allora per don Xeres occorre continuamente cambiare prospettiva e passare dall’essere missionari che aggregano a testimoni che evangelizzano, cioè a persone sempre pronte al confronto e al dialogo, chiare nella proposta, ma rispettose del cammino che gli altri stanno compiendo verso la verità.

Il Concilio, nella sua poderosa riflessione, non esaurisce tutti gli aspetti: per il relatore occorre, infatti, chiarire come unire la certezza che Cristo sia l’unico salvatore del mondo alla convinzione che semi di verità siano sparsi nel cuore di ogni uomo. Così come occorre superare la centralità di un cristianesimo europeo (ormai vittima del calo demografico, del secolarismo imperante e di uno sviluppo economico deleterio) per un’apertura veramente universale.

È importante, allora, continuare a ripensare la missione che, però, non può prescindere da tre aspetti fondamentali: l'inculturazione del Vangelo, l'impegno per la liberazione umana ed economica dei popoli evangelizzati e il dialogo interreligioso.

Al termine è scaturito un breve dibattito nel quale è intervenuto anche mons. Lafranconi che ha evidenziato segni di speranza soprattutto in campo ecumenico.