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sabato 9 maggio 2015

Enzo Bianchi Da Giotto a Silone. Il respiro della scrittura


Tuttolibri - La Stampa, 9 maggio 2015
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Chiunque sfogli anche distrattamente un volume di storia dell’arte in Italia si imbatterà in una quantità impressionante di immagini raffiguranti edifici cristiani, statue di santi, dipinti di scene bibliche: è davvero difficile capire in profondità tante “meraviglie d’Italia” senza avere una qualche dimestichezza con il cristianesimo.
Non dico con i dogmi di fede, né con gli scritti di papi, teologi o autori spirituali ma, più semplicemente e più in profondità, con la figura di Gesù, con l’immaginario evocato dalle sue parabole, con le vicende narrate nella bibbia, non a caso definito il “grande codice” di quella cultura occidentale di cui anche il nostro paese – pur poco familiare alla lettera della Scrittura, almeno fino a pochi decenni fa – è parte rilevante.

E come sarebbe possibile capire qualcosa delle nostre città, dei loro centri storici e delle incantevoli piazze ignorando il significato e la funzione – nei secoli passati e ancora oggi – di chiese e cattedrali, di monasteri e conventi, di “opere pie” e “monti di pietà”? E cosa leggeremmo nei mosaici di Ravenna, di Aquileia e di San Marco a Venezia, negli affreschi di Michelangelo nella cappella Sistina o di quelli di Giotto agli Scrovegni o ad Assisi, nel Cenacolo di Leonardo o nella pittura di Masaccio, Cimabue, Duccio di Boninsegna, Raffaello… senza il tessuto cristiano che li ha ispirati? Se poi si considerano capolavori della letteratura italiana, dalla Divina Commedia di Dante – di cui ricorre quest’anno il 750° anniversario della nascita – al Cantico delle creature di Francesco, dalla Gerusalemme liberata del Tasso fino alla più umile Avventura di un povero cristiano di Silone, il legame intrinseco tra cristianesimo e splendore culturale italiano non è meno evidente. Persino in ambito più strettamente librario ed editoriale, là dove il cattolicesimo ha fatto pesare per secoli una diffidenza se non ostilità verso il testo biblico tradotto nelle lingue volgari, possiamo annoverare alcune “meraviglie d’Italia” sia grafiche – si pensi ad Aldo Manuzio e Pietro Bembo o a Giovan Battista Bodoni – che editoriali, dalla prima bibbia ebraica integrale e con il testo vocalizzato, stampata a Soncino, alla Filocalia in greco che vide la luce a Venezia.

Certo, la più elementare ed evidente manifestazione pubblica della comunità cristiana restano le chiese edificate al cuore delle città. Persino il linguaggio custodisce ancora oggi tracce significative di questa identificazione tra agglomerato urbano ed edificio di culto cristiano: tra i difetti tipicamente italiani – che quasi sempre sono degenerazioni di un pregio – non vi è forse quello di essere “campanilisti”, cioè di sentirsi coesi attraverso una costruzione che all’inizio dell’era comunale si è sovente contrapposta alla torre civica e che nei paesi di campagna ha sempre costituito l’elemento caratterizzante un borgo fin dal profilo discernibile da lontano? La storia di tante meraviglie architettoniche italiane è legata all’intuizione che progettare ed edificare una chiesa non significa solo dotare la comunità cristiana di un luogo di culto, ma trasformare in realtà l'idea che ogni chiesa è metafora della presenza della Chiesa di Dio nella città degli uomini, in quanto la Chiesa si rende pubblica e si rappresenta nelle sue chiese, forma alta e altra di linguaggio. Disseminate nel tessuto urbano, nelle piazze o lungo le strade, le chiese sono l’immagine al tempo stesso della prossimità e dell’alterità di ciò di cui sono segno: più sono luoghi di bellezza e più testimoniano un ethos che ispira e plasma relazioni belle e legami umani buoni, così che per i credenti costruire i propri luoghi di culto ha significato e significa partecipare alla costruzione etica di una città.

Ma è su un altro tipo di “meraviglie d’Italia” legate al cristianesimo che vorrei terminare questa rapida lettura del nostro paese e del suo tessuto cristiano: meraviglie che non si trovano nelle guide turistiche, che non hanno bisogno di biglietto d’ingresso per essere apprezzate, che non cercano di mettersi in mostra, ma che pure possiamo incontrare nei giorni festivi come in quelli feriali passeggiando per città, borgate e campagne. Sono i cristiani semplici di tutti i giorni, quelli che non notiamo mai ma che – come i trentasei giusti della tradizione ebraica su cui poggia il mondo – rendono possibile una vita degna di questo nome. Sono quegli uomini e quelle donne – mai assenti dalla storia del nostro paese, dai tempi delle catacombe a oggi – che sentono come proprie le sofferenze degli altri, che senza clamori si fanno prossimo di chi è nel bisogno, che sanno stare accanto in silenzio in tutte quelle circostanze in cui anche una sola parola è di troppo. Semplici cristiani che prendono sul serio il Vangelo, che accolgono lo straniero, sfamano l’affamato, consolano il malato e il morente, condividono il poco che hanno con chi ha meno di loro, perdonano chi fa loro del male, faticano e lottano ogni giorno perché l’amore vinca sull’odio, la dignità sull’ingiustizia, la solidarietà sull’egoismo. I cristiani non sono certo soli in questa banalità del bene, in questa quotidianità della fratellanza umana, ma sono lì: eredi di un passato ricco di testimoni della misericordia, promesse di un futuro di umanizzazione. E garanzia di un presente meraviglioso.