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martedì 3 ottobre 2017

Sorelle Monastero Bose Mettere in pratica l’amore


Luca 10, 25-37

Questo vangelo è così noto che ci è difficile ascoltarlo davvero. Eppure, come dice il salmo 81, le parole di Dio sanno arrivarci come parole sempre nuove, sconosciute, inaudite.
Un maestro della Torah interroga Gesù sul punto centrale della loro fede comune, e sebbene la sua intenzione sia provocatoria, non deve sfuggirci lo straordinario di questo dialogo. Prima di tutto Gesù risponde con un’altra domanda, perché sia l’altro a trovare la risposta da se stesso, lasciando cadere così la provocazione: «Cosa vi leggi tu nella Torah?». E quel maestro risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». La cosa straordinaria è che la sua risposta è identica a quella che in altri vangeli viene messa in bocca a Gesù! Quest’uomo concorda a pieno con Gesù sul cuore della Torah e dei Profeti, tutti condensati in quest’unico comandamento sull’amore di Dio e del prossimo.

E Gesù gli dice: «Fa’ questo e vivrai»; perché questa è l’intenzione esplicita della Torah di Dio: che mettiamo in pratica ciò che Dio, rivelandosi, ci insegna. «Beati coloro che ascoltano e mettono in pratica la Parola di Dio» è una parola di Gesù del tutto conforme alla loro tradizione comune. E allora quell’uomo religioso, cercando di giustificarsi, gli chiede: «Chi è il mio prossimo?» come se non ne sapesse abbastanza per mettere in pratica il comandamento. Qui il vangelo stigmatizza la tentazione religiosa per eccellenza: quella di conoscere per farsi maestri, e non per compiere! Come giustificazione, e non come via e vita per sé. Il vangelo è pieno di questi rimproveri di Gesù: «Amano farsi vedere sapienti e pii, ma non fanno ciò che dicono agli altri di fare». «Dicono e non fanno».

Non sono le parole della fede a contrapporre questo maestro della Torah a Gesù. Ma ciò che lo contrappone, e tutti noi credenti rischiamo di essere quell’uomo, è la non-volontà di mettere in pratica il grande comandamento che ha appena recitato perfettamente, è la mancanza di amore per gli esseri umani e dunque per Dio. E allora Gesù racconta una parabola alla fine della quale gli porrà un’altra domanda alla quale non potrà sfuggire. Dovremmo ogni giorno ripeterci nel cuore ciò che Gesù ci dice di questo samaritano, poiché è anche il suo invito pressante a farci a nostra volta prossimi agli esseri umani che incontriamo: «Vide quell’uomo sventurato, ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un luogo sicuro e si prese cura di lui».

Questo samaritano è l’icona di Gesù che con la parabola ci invita a riconoscere la sua compassione per noi. Ognuno e ognuna di noi, se nell’ascolto del vangelo ha incontrato Gesù, ha conosciuto la misericordia del Signore sulla propria miseria che ci faceva sentire perduti. E come il Signore Gesù si è curvato su di noi, così chiama ognuno di noi a fare lo stesso verso chi incontriamo nella miseria del dolore.

Con questa parabola Gesù ci dice che conoscersi umani fragili e bisognosi è il modo per riconoscere la nostra stessa umanità nell’altro che soffre. E, come dice altrove, basta immaginare che l’altro ci appartenga, prezioso dunque per noi come un figlio o come un asino, per sapere cosa fare per lui, come prendercene cura, per sentire in noi il desiderio e l’urgenza della sua salvezza. Questo vangelo è sempre di un’attualità sconcertante: ogni giorno coloro con cui viviamo aspettano che ci facciamo noi prossimi per loro, e ogni giorno incontriamo persone nuove incappate nella tragica sventura della fame e della guerra.

La differenza tra quell’uomo religioso e Gesù non sta nella fede né nell’interpretazione delle Scritture, ma nell’unico modo di ascoltarle e studiarle: per metterle in pratica. Ogni nostro ascolto della Parola di Dio che non abbia l’intenzione di mettere in pratica l’amore, non ci fa incontrare il Signore.

a cura delle sorelle di Bose