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lunedì 9 ottobre 2017

Papa Francesco "La grazia non è una ideologia"


Dal 6 all’11 settembre 2017 papa Francesco si è recato in Colombia, compiendo così il suo ventesimo viaggio apostolico. Nel corso della sua visita, il 10 settembre 2017, è andato nella città di Cartagena de Indias, la capitale del Dipartimento di Bolívar che si affaccia sul Mar dei Caraibi al Nord della Colombia.
Il Papa prima si è recato nella piazza San Francesco d’ Assisi e quindi, salutando la gente per strada, si è diretto verso il santuario di San Pedro Claver e, dopo aver recitato l’ «Angelus» nella piazza antistante, ha fatto il suo ingresso nel santuario. Ha sostato in silenzio davanti all’altare che contiene le reliquie del Santo, dove ha deposto fiori offertigli da due bambini. Nella Chiesa si trovavano circa 300 esponenti della comunità afroamericana assistita dai gesuiti. Il Papa ha consegnato un dono al rettore del santuario. Al termine, si è recato nel cortile interno, dove ha incontrato in forma privata una rappresentanza delle comunità della Compagnia di Gesù composta da 65 religiosi.

Francesco è stato accolto da un canto e da applausi. Quindi si è seduto e ha ringraziato per l’incontro. Ridendo ha detto, riferendosi alla Compagnia di Gesù: «Mi piace incontrare la “setta”», provocando una risata generale. «Vi ringrazio di quello che fate in Colombia», e ha proseguito: «Ieri sono stato molto contento di incontrare a Medellín Álvaro Restrepo, che è stato provinciale in Argentina. Lui in Argentina veniva in arcivescovado a parlare… È un grand’uomo, molto buono, molto buono. Bene, sono a vostra disposizione. Non voglio farvi un discorso, e quindi, se avete qualche domanda o qualcosa che desiderate sapere, ditemi ora, che è meglio: voi mi stuzzicate e mi ispirate». Qualcuno chiede subito la benedizione, ma il Papa risponde: «Alla fine, quando darò la benedizione finale, vi benedirò tutti».

Carlos Eduardo Correa, provinciale dei gesuiti in Colombia, ha affermato: «Caro papa Francesco, siamo molto contenti perché il suo messaggio di questi giorni in Colombia ci ha incoraggiati nell’impegno per la riconciliazione e la pace. Vogliamo dirle che in tutte le nostre opere intendiamo continuare a portare avanti questi processi, affinché nel Paese viviamo la fraternità del Vangelo, e per questo vogliamo ringraziarla di cuore del fatto che lei ci incoraggia, ci conferma nella fede e nella speranza. Grazie davvero, e Dio continui a benedire il suo ministero». Francesco lo ringrazia per le sue parole.

Al provinciale fa seguito p. Jorge Humberto Peláez, rettore della Pontificia Università Javeriana: «Santità, questo è stato un regalo meraviglioso, perché la Colombia era sprofondata nella disperazione. Con questa visita faremo non un passo avanti, ma moltissimi, e conti sull’Università Javeriana e su tutta l’opera educativa e pastorale dei gesuiti nel lavoro per la riconciliazione. Grazie per questa visita che ci dà speranza, Santità».

Antonio Spadaro S.I.

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Jorge Iván Moreno pone la prima domanda: «Caro Francesco, sono il parroco della parrocchia Santa Rita. La gente di là la apprezza e le vuole molto bene, e le abbiamo scritto una lettera qualche giorno fa. Vorrei sapere: quando è stato a San Francisco, in quelle comunità del Pie de la Popa, che cos’è che l’ha colpita di più? Mi risulta che è la prima volta che viene a Cartagena, e mi piacerebbe sapere: come Pontefice, che cos’ha visto lei passando da quest’“altra” Cartagena, come la chiamiamo noi?».

Soffermiamoci sulla domanda, perché credo mi dia occasione per dire qualcosa che mi interessa molto. Quello che ho avvertito e che mi ha toccato di più è la spontaneità. Il popolo di Dio non ha posto limiti alla sua espressione calorosa. Se ci si mettesse a fare studi di interpretazione, si potrebbero trovare mille modi per interpretare questo fatto. Ma era semplicemente il popolo di Dio in uscita per accogliere. Per me, c’è un chiaro segno che non era una cosa preparata con slogan già fatti: il fatto che la cultura propria di quelle diverse parti del popolo di Dio, di quelle zone da cui sono passato, si esprimeva, in tutta libertà, lodando Dio. È singolare: purtroppo, a volte noi abbiamo la tentazione di fare evangelizzazione per il popolo, verso il popolo, ma senza il popolo di Dio. Tutto per il popolo, ma niente con il popolo. Questo atteggiamento, in ultima istanza, risale a una concezione liberale e illuminista dell’evangelizzazione. E certo, il primo schiaffo a questa visione lo dà la Lumen gentium: la Chiesa è il santo popolo di Dio. Per questo, se vogliamo sentire la Chiesa, dobbiamo sentire il popolo di Dio. Popolo… Oggi bisogna fare attenzione quando si parla di popolo! Perché qualcuno dirà: «Finirete per diventare populisti», e si cominceranno a fare elucubrazioni. Ma bisogna capire che quella di «popolo» non è una categoria logica. Se si vuole parlare di popolo con schemi logici si finisce per cadere in un’ideologia di carattere illuminista e liberale oppure «populista», appunto…, comunque si finisce per chiudere il popolo in uno schema ideologico. Popolo invece è una categoria mitica. E per comprendere il popolo bisogna starci immersi, bisogna accompagnarlo dall’interno.

Essere Chiesa, santo popolo fedele di Dio in cammino, richiede pastori che si lascino portare da quella realtà del popolo che non è ideologica: è vitale, è viva. La grazia di Dio che si manifesta nella vita del popolo non è una ideologia. Di certo ci sono tanti teologi che potrebbero spiegare molte cose importanti da conoscere sul tema. Ma io voglio dire che la grazia non è affatto una ideologia: è un abbraccio, è qualcosa di più grande. Quando passo da luoghi come questo di Cartagena in cui la gente si esprime liberamente, mi rendo conto che si esprime come popolo di Dio. Certo, è vero che alcuni affermano che il popolo è superstizioso. Allora consiglio di andare a leggere Paolo VI, che nel n. 48 dell’Evangelii nuntiandi metteva in evidenza i rischi, ma anche molte virtù del popolo. Lui diceva che la religiosità popolare è, sì, aperta alla penetrazione di superstizioni. Ma diceva anche che, se è ben orientata, è ricca di valori e manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere. Il popolo di Dio ha olfatto. Magari a volte non riesce a esprimersi bene, a volte pure sbaglia… Ma c’è qualcuno di noi che può dire: «Ti ringrazio, Signore, perché non mi sono mai sbagliato»? No. Il popolo di Dio ha olfatto. E a volte il nostro compito di pastori consiste nel metterci dietro al popolo. Il pastore deve assumere tutti e tre gli atteggiamenti: avanti, a segnare la strada; in mezzo, per conoscerlo; e dietro, perché nessuno resti indietro e per lasciare che sia il gregge a cercare la strada… e le pecore annusano il pastore buono. Il pastore deve muoversi continuamente con questi tre atteggiamenti. Ecco, questo mi viene da rispondere su questa domanda.

«Buonasera, Santità, sono Rodolfo Abello, incaricato della pastorale giovanile della Provincia, e vorrei porre una domanda di questo tenore: verso quale orizzonte vuole che motiviamo i nostri giovani di spiritualità ignaziana?».

Mi viene da rispondere, per dirla in maniera un po’ intellettuale: metterli in spiritualità di Esercizi. Che cosa voglio dire? Di metterli in movimento, in azione. Oggi la pastorale giovanile dei gruppetti e della pura riflessione non funziona più. La pastorale di giovani quieti non ingrana. Devi mettere il giovane in movimento: sia o non sia praticante, va messo in movimento.

Se è credente, guidarlo ti riuscirà più facile. Se non è credente, bisogna lasciare che sia la vita stessa a interpellarlo, ma stando in movimento e accompagnandolo; senza imporgli niente, ma accompagnandolo… in attività di volontariato, in lavori con anziani, in lavori di alfabetizzazione… tutti i modi adatti a un giovane. Se mettiamo il giovane in movimento, lo poniamo in una dinamica in cui il Signore comincia a parlargli e comincia a smuovergli il cuore. Non saremo noi a smuovergli il cuore con le nostre argomentazioni; tutt’al più lo aiuteremo, con la mente, quando il cuore si muove.

Ieri, a Medellín, ho raccontato un episodio che per me ha significato molto, perché mi è venuto dal cuore. A Cracovia, durante il pranzo con quindici ragazzi di diverse parti del mondo, insieme all’arcivescovo – in ogni Giornata della gioventù c’è un pranzo del genere –, hanno cominciato a fare domande e si è aperto un dialogo. Un giovane universitario mi ha chiesto: «Alcuni miei compagni sono atei, che cosa devo dire per convincerli?». Questo mi ha fatto notare il senso di militanza ecclesiale che aveva quel ragazzo. La risposta che mi è venuta è stata chiara: «L’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa, davvero l’ultima. Comincia ad agire, invitalo ad accompagnarti e, quando vedrà quello che fai e il modo in cui lo fai, ti domanderà, e a quel punto puoi cominciare a dire qualcosa».

Quel che vi dico è di mettere i giovani in movimento, inventare cose che li facciano sentire protagonisti e, poi, li inducano a chiedersi: «Che succede, che cos’è che mi ha cambiato il cuore, perché ne sono uscito contento?». Come negli Esercizi, insomma, quando ci si interroga sulle mozioni interiori. Ovviamente, però, non domandate ai ragazzi quali mozioni hanno avuto, perché non capirebbero niente del vostro linguaggio. Ma lasciate che vi raccontino loro che cosa hanno sentito, e a partire da là coinvolgeteli a poco a poco. Ma per riuscirci – come mi diceva il benemerito padre Furlong, quando mi hanno fatto provinciale – bisogna avere la pazienza di star seduti ad ascoltare chi viene quando pone questioni, e bisogna sapersi però destreggiare quando chi viene ti vuole infilare in discussioni infinite. I giovani stancano, i giovani discutono; allora bisogna avere questa mortificazione continua di starli ad ascoltare sempre e comunque. Ma per me il punto chiave è il movimento.

Lo scolastico Jefferson Chaverra pone al Papa questa domanda: «Santità, in primo luogo voglio ringraziarla per essere venuto a visitarci e perché è venuto in Colombia. In secondo luogo, non voglio fare una vera e propria domanda, ma una richiesta a nome di tutto il popolo afro-colombiano, di tutto il popolo nero della Colombia. Voglio ringraziarla per tanti sacerdoti e vescovi impegnati nelle nostre lotte e, al tempo stesso, dire a lei, e in suo nome a tutta la Chiesa, che noi neri in Colombia abbiamo bisogno di maggiore accompagnamento e impegno da parte della Chiesa, perché il nostro dolore e la nostra sofferenza come popolo nero continuano a essere enormi, e gli operai sono ancora pochi, Santità. La messe resta abbondante e gli operai sono pochi. Molte grazie».

Quello che dici è vero. Nel discorso che ho rivolto ai vescovi ho parlato della realtà che hai toccato. C’è un carisma base del gesuita colombiano: è una persona, e si chiama Pedro Claver. Credo che Dio ci abbia parlato attraverso quest’uomo. Questo m’impressiona: in fondo era un ragazzino esile, un giovane gesuita in formazione, che però parlava tanto col vecchio portiere. E il vecchio alimentava le sue aspirazioni. Come sarebbe bello che i nostri vecchi nella Compagnia si mettessero davanti e i giovani andassero loro dietro! Così si compirebbero le parole di Gioele: «I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno». E quindi bisogna profetizzare, ma parlando con i vecchi.

Jorge Alberto Camacho, parroco della parrocchia San Pedro Claver, dice al Papa: «Santità, grazie davvero per essere qui con noi. Lei ha appena fatto un regalo al santuario e noi dal santuario vogliamo ricambiare con piccoli doni. Uno è il processo di canonizzazione di san Pedro Claver, in cui c’è tutto ciò che l’ha fatto santo, quei suoi gesti che come i suoi ci aiutano a lavorare. P. Tulio Aristizábal, che è il più anziano della nostra comunità a Cartagena, e ha 96 anni, studioso di san Pedro Claver, le darà il libro». P. Tulio Aristizábal si alza e, commosso, gli dice: «Il mio padre superiore mi ha chiesto di darle in dono il libro del processo di canonizzazione di san Pedro Claver. Contiene una parte molto interessante: la dichiarazione giurata di più di trenta schiavi che dicono chi fu Pedro Claver. A mio modo di pensare, si tratta della migliore biografia del Santo. La metto nelle sue mani». Il Papa lo ringrazia. P. Jorge Alberto Camacho prosegue: «Santità, l’altro regalo che abbiamo preparato per lei è un programma che promuoviamo qui da tre mesi. Lo abbiamo chiamato la “Ruta Verde” [Strada Verde] di papa Francesco, e porta l’enciclica “Laudato si’” nei quartieri popolari. Come segno di questo cammino, vogliamo regalarle il libretto che abbiamo usato con i ragazzi nei quartieri e la maglietta della “Ruta Verde”. Alla fine chiederemo a Sua Santità di benedire, insieme agli oggetti, gli alberelli della “Ruta Verde”, alberi locali da frutto che abbiamo seminato nella città».

Vicente Durán Casas si alza per porre un’altra domanda: «Santo Padre, di nuovo grazie per la sua visita. Insegno filosofia e mi piacerebbe sapere, anche a nome dei miei colleghi docenti di teologia, che cosa si aspetta dalla riflessione filosofica e teologica in un Paese come il nostro e nella Chiesa in generale».

Direi, per cominciare, che non sia una riflessione di laboratorio. Infatti, abbiamo visto che danno ha finito col fare la grande e brillante scolastica di Tommaso quando è andata decadendo, decadendo, decadendo…: è diventata una scolastica da manuale, senza vita, mera idea, e si è tradotta in una proposta pastorale casuistica. Almeno, ai nostri tempi siamo stati formati in questa linea… Direi che era piuttosto ridicolo che, per spiegare la continuità metafisica, il filosofo Losada[1] parlasse dei puncta inflata… Per dimostrare questo tipo di cose si cadeva nel ridicolo. Era un grande filosofo dell’epoca, ma decadente, volava rasoterra…

Dunque: la filosofia non in laboratorio, ma nella vita, nel dialogo col reale. Nel dialogo col reale troverai, come filosofo, i tre trascendentali che fanno l’unità, ma con un nome concreto. Ricordiamo le parole del nostro grande scrittore Dostoevskij. Come lui, anche noi dobbiamo riflettere su quale bellezza ci salverà, sulla bontà e sulla verità. Benedetto XVI parlava della verità come incontro, ovvero non più una classificazione, ma una strada. Sempre in dialogo con la realtà, perché non si può fare filosofia con la tavola logaritmica, che peraltro è ormai in disuso. E lo stesso vale anche per la teologia, ma questo non vuol dire «imbastardire» la teologia, al contrario. La teologia di Gesù era la cosa più reale di tutte, partiva dalla realtà e si innalzava fino al Padre. Partiva da un semino, da una parabola, da un fatto… e li spiegava. Gesù voleva fare una teologia profonda, e la realtà grande è il Signore. A me piace ripetere che per essere un buon teologo, oltre a studiare, bisogna avere dedizione, essere svegli e cogliere la realtà; su tutto questo bisogna riflettere in ginocchio. Un uomo che non prega, una donna che non prega, non può essere teologo o teologa. Sarà il volume del Denzinger[2] fatto persona, saprà tutte le dottrine esistenti o possibili, ma non farà teologia. Sarà un compendio, un manuale dove c’è tutto. Ma oggi la questione è come esprimi Dio tu, come esprimi chi è Dio, come si manifestano lo Spirito, le piaghe di Cristo, il mistero di Cristo, a partire dalla Lettera ai Filippesi 2,7 in avanti… Come spieghi questi misteri e li vai spiegando, e come stai insegnando quell’incontro che è la grazia. Come quando leggi Paolo nella Lettera ai Romani, dove c’è tutto il mistero della grazia e vuoi spiegarlo.

Approfitto di questa domanda per dire una cosa che credo vada detta per giustizia, e anche per carità. Infatti, sento molti commenti – rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati – sull’Esortazione apostolica post-sinodale. Per capire l’Amoris laetitia bisogna leggerla da cima a fondo. A cominciare dal primo capitolo, per continuare col secondo e così via… e riflettere. E leggere che cosa si è detto nel Sinodo.

Una seconda cosa: alcuni sostengono che sotto l’Amoris laetitia non c’è una morale cattolica o, quantomeno, non è una morale sicura. Su questo voglio ribadire con chiarezza che la morale dell’ Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso. Potete parlarne con un grande teologo, tra i migliori di oggi e tra i più maturi, il cardinal Schönborn. Questo voglio dirlo perché aiutiate le persone che credono che la morale sia pura casistica. Aiutatele a rendersi conto che il grande Tommaso possiede una grandissima ricchezza, capace ancora oggi di ispirarci. Ma in ginocchio, sempre in ginocchio…

Prima di congedarsi, il Santo Padre ha dato la benedizione ai gesuiti, chiedendo loro di non dimenticarsi di pregare per lui. Quindi, dopo alcune foto e i saluti, si è diretto verso il Monastero di Santo Domingo, dove ha pranzato con il seguito papale.

[1]. Luis de Losada (1681-1748) fu un teologo e filosofo gesuita spagnolo, che insegnò a Salamanca, in un tempo di crisi della Scolastica.

[2]. Heinrich Denzinger (1819-1883) fu un teologo tedesco, autore dell’Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, che è il compendio di tutti i principali testi dogmatici del Magistero, a partire dai Padri della Chiesa fino ai nostri giorni. Dopo la morte dell’autore l’opera è stata continuamente aggiornata.