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mercoledì 30 agosto 2017

A. Mainardi Anche nella morte precede il Messia


Pubblichiamo l’omelia per la festa liturgica del martirio del Battista tenuta il 29 agosto a Bose.

Adalberto Mainardi.
L'Osservatore Romano del 30 agosto 2017

Di Giovanni, il più grande dei nati di donna (cfr. Matteo, 11, 11; Luca, 7, 28), la Chiesa fa memoria della nascita e della morte.
Giovanni — annunciato alla sua nascita come colui che avrebbe camminato innanzi al Signore «con lo spirito e la potenza di Elia» (Luca, 1, 17) — anche nella morte precede il Signore, prepara la via al Messia. In questa sua fine oscura, nella banalità del male, la Chiesa riconosce un martirio, la più eloquente testimonianza al Cristo Signore.
Tutta la vita di Giovanni, in realtà, è stata una preparazione, una testimonianza resa a Cristo.
La sua vocazione è intrecciata con quella di Gesù. Il quarto vangelo ci dice che Giovanni aveva riconosciuto in quel suo discepolo «che veniva dietro di lui» uno che gli era davanti, addirittura che era prima di lui: in Gesù Giovanni aveva riconosciuto «l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Giovanni, 1, 29-30), il servo del Signore di cui aveva parlato Isaia, che «come un agnello condotto al macello non aprì la sua bocca» (Isaia, 53, 7).
In Giovanni rivive la potenza dell’annuncio profetico (cfr. Marco, 6, 17; 8, 27; 9, 12-13). Egli è «voce di uno che grida nel deserto», che domanda la conversione dei cuori in vista della riconciliazione gli uni verso gli altri (cfr. Luca, 1, 17): chiede di portare un frutto di giustizia, di convertire le nostre vie tortuose, deformate dall’ipocrisia, in un cammino di verità e rettitudine, di comunione con Dio e con i fratelli. Le sue parole sono le stesse di Gesù: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Matteo, 3,2; 4,17).
Giovanni testimonia il Cristo e Gesù rende testimonianza a Giovanni: solo chi confessa che la parola di Giovanni viene da Dio e non dagli uomini può conoscere anche l’autorità del Cristo (cfr. Marco, 11, 27-33) e accoglierne la parola. Ma questa parola, per Giovanni come per Gesù, è una parola a caro prezzo. A Erode Giovanni aveva ricordato l’obbedienza alla legge donata da Dio — «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello» (cfr. Esodo, 20, 17; Levitico, 20, 21) — senza spaventarsi di fronte al potere; la sua parola è «come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo» (Geremia, 1, 17-19) contro l’ipocrisia dei potenti, contro le molte parole doppie che coprono sopraffazione e violenza, cui troppo facilmente ci lasciamo assuefare. È l’appello coraggioso e pieno di franchezza (parrhesía) del profeta, che porta alla vita o alla morte di chi lo ascolta (cfr. Ezechiele, 3, 18).
Giovanni ne paga le conseguenze: è in carcere. Su di lui si tramano disegni di morte — «Erodiade lo odiava e voleva farlo uccidere» (Marco, 6, 9) — come avverrà per Gesù (cfr. Marco, 9, 31; 10, 34; 12, 5-8; 14, 1). Su di lui si fanno chiacchiere, come si sta già chiacchierando di Gesù (cfr. Marco, 6, 14-15): senza sapere, senza comprendere, senza ascoltare (cfr. ibidem, 6, 27-28). Troppo spesso anche noi parliamo del Vangelo senza aprire l’orecchio del nostro cuore alla Parola del Signore, che chiede di essere obbedita.
Viene un «tempo propizio» (Marco, 6, 21) per far tacere Giovanni, come verrà un tempo propizio (cfr. ibidem, 14, 11) per consegnare Gesù nelle mani degli uomini. Il grido di Giovanni si fa più forte quando non si ode più. Marco mette in scena il suo martirio consegnandolo al silenzio.
Giovanni, voce che gridava nel deserto, è ora l’agnello afono: poco più che un oggetto in mano ai suoi aguzzini, merce di un macabro scambio di favori.
Alle parole vane di cui il potere ama circondarsi, si oppone il grande silenzio di Giovanni. In questa sua definitiva diminuzione, in questa incondizionata consegna di sé in obbedienza alla Parola di Dio, Giovanni stesso diventa una strada per Gesù, che non aprirà la sua bocca nell’ora della passione (cfr. Marco, 15, 4- 5), come agnello «muto davanti ai suoi tosatori». Gesù riconoscerà la forza profetica di questa morte senza gloria, nel silenzio e nel buio di una segreta, vi leggerà il suo stesso cammino: in Giovanni «Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto» (Marco, 9, 12-13). Ma questa morte per la verità e la giustizia, nella notte e nel nascondimento, questa vita consegnata per amore in obbedienza alla Parola di Dio, è anche profezia di resurrezione, come paradossalmente dirà Erode sentendo parlare di Gesù: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!» (Marco, 6, 16). Anche noi oggi nella memoria del suo martirio confessiamo con Giovanni la nostra fede nel Signore risorto.