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sabato 29 luglio 2017

Luca Mazzinghi La missione dei giusti in un mondo di vita sprecata


Il libro della Sapienza ci ha offerto, nel suo primo capitolo, l’idea positiva che l’autore ha del progetto di Dio sul mondo. Dio non ha creato la morte, anzi, ogni realtà creata esiste per la vita (vedi Sap 1,13-15).
Nel capitolo che segue, l’anonimo autore espone, per contrasto, l’idea che della vita hanno invece coloro che egli chiama “empi”, ebrei che hanno abbandonato la loro fede per seguire le mode della società del suo tempo.

C i troviamo ad Alessandria d’Egitto, verso la fine del I sec. a.C., subito dopo la conquista romana, in una società dominata dalla cultura greca. In Sap 2 l’autore lascia la parola a questi “empi”, immaginando che siano essi ad esporre la propria visione della vita che, come il lettore subito vedrà, è di una modernità e attualità sconcertanti.

IL DISCORSO DEGLI EMPI

[Sap.] 1,16: Gli empi, al contrario, con gesti e con parole chiamano a sé [la morte], si struggono per lei, credendola amica, e con essa concludono un patto, perché sono degni di essere del suo partito! 
[Sap.]2,1 Si sono detti, infatti, sragionando: 1b “Breve e triste è la nostra vita, senza rimedio è la fine dell’uomo e non si conosce alcuno che possa liberare dagli inferi. 2 Per caso nascemmo e dopo saremo come se non fossimo mai stati [...]. 4 Anche il nostro nome sarà dimenticato col tempo […]. 5 Passare di un’ombra è infatti il tempo della nostra vita e la nostra fine è senza ritorno; una volta posto il sigillo, nessuno torna indietro”.

L’idea che gli empi hanno della vita umana è di un’esistenza priva di senso: siamo nati per caso e, dopo la morte, saremo come se non fossimo mai esistiti. La vita e la morte sono una questione meccanica: il cuore che smette di battere, il respiro che cessa.

Letto con più attenzione, il discorso degli empi si rivela pieno di allusioni a testi della Bibbia d’Israele: vengono evocati i lamenti di Giobbe sulla brevità della vita, le affermazioni del Qohelet sulla definitività della morte, le preghiere di persone malate e prossime alla morte che nei Salmi dichiarano la loro angoscia di fronte a una vita che sfugge apparentemente senza speranza.

Gli empi che il libro della Sapienza ha in mente sono ebrei, persone che conoscono bene la Bibbia, ma che si sono limitate a trarne solo testi che puntano verso la descrizione delle angosce di una esistenza umana troppo breve. Allo stesso tempo, il nostro saggio mette in bocca agli empi immagini e metafore della cultura greca; fin dai poemi omerici è nota l’immagine dell’anima che, al momento della morte, se ne fugge via con l’ultimo respiro dell’uomo; classica è l’idea di un “Ade”, ovvero del mondo dei morti, dal quale non c’è alcun possibile ritorno. L’immagine dell’essere umano che passa via come un’ombra è poi un prestito preso dal celebre poeta greco Pindaro. Gli empi sono così persone che hanno abbandonato la propria fede, la fede nel Dio della Bibbia che pure mostrano di conoscere, assumendo gli aspetti più razionalisti della cultura greca del tempo.

Persone per le quali la vita non ha alcun senso; l’esistenza umana è dovuta al caso.

IN UN MONDO A PEZZI

Nella strofa che segue (Sap 2,6-9), gli empi traggono una prima conseguenza del loro modo di vedere la vita: siccome la vita non ha alcun senso, allora godiamocela!

6 “Su, dunque, godiamoci i beni presenti e approfittiamo delle cose create con l’ardore della giovinezza! 7 Saziamoci di vino costoso e di profumi e non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera! 8 Coroniamoci di boccioli di rose, prima che appassiscano, nessun prato si salvi dalla nostra orgia”.

Gli empi sono adulti che si comportano come se fossero ancora giovani e sperano di fermare il tempo che passa godendo senza alcun freno ogni attimo della vita. Il verbo “approfittiamo” (v. 6) si potrebbe anche tradurre con “abusiamo”, nel senso sessuale del termine. Per coloro che credono che la vita non abbia un senso, la conseguenza è davvero drammatica: sfruttiamo ogni occasione per il nostro piacere personale.

L’autore ha in mente quei banchetti che si celebravano ad Alessandria d’Egitto nel quadro dei misteri di Dionisio (il Bacco latino). Culti sfrenati che non di rado sfociavano in vere e proprie orge: vino, profumi e donne (nascoste sotto la metafora del “prato”, immagine del sesso femminile).

Per chi non crede che la vita abbia un qualche valore, scrive il nostro saggio, questa è l’unica “eredità” che gli esseri umani possono lasciare. Un mondo a pezzi, ridotto a puro strumento di piacere.

DOVE IL GIUSTO È OSTACOLO VIVENTE

Ecco perché, nel lungo brano che segue, l’autore della Sapienza mette in luce una seconda conseguenza del modo di ragionare degli empi: se la vita è priva di senso (prima strofa), allora è necessario godersela fino in fondo (seconda strofa); ma per farlo, è necessario eliminare ogni persona che ci impedisce di farlo: i deboli e i giusti; ecco il testo di Sap 2,10-16:

10 “Spadroneggiamo sul povero che è giusto, non risparmiamo la vedova, nessun rispetto per i capelli bianchi del vecchio, carico d’anni. 11Sia la nostra forza legge della giustizia, perché la debolezza non serve a nulla. 12Tendiamo tranelli al giusto, perché ci è scomodo, e si oppone alle nostre azioni […]”.

È impressionante questo passaggio improvviso alla violenza, ma è anche estremamente attuale. I “giusti” sono coloro che resistono al modo di vedere le cose proprio degli empi; coloro che non accettano la violenza da loro esercitata sulla creazione. Coloro che in nome della fede in un Dio che è Padre e che ha cura di tutti i viventi, sono d’ostacolo ai malvagi. E, insieme ai giusti, anche i poveri e i deboli, qui rappresentati dal vecchio, dall’orfano e dalla vedova, persone fragili che costituiscono un richiamo per la coscienza del malvagio e che dunque debbono essere eliminate in nome di una pretesa “giustizia” che è in realtà la pura legge della forza (cfr. il v. 11).

… A UNO STILE DI VITA

Si arriva così a una decisione drastica: il giusto dev’essere eliminato; con la sua stessa vita è un ostacolo vivente e una accusa allo stile di vita degli empi (Sap 2,17-20):

17“Vediamo se le sue parole sono vere e mettiamo alla prova ciò che gli accadrà alla fine; 18se infatti il giusto è figlio di Dio, egli avrà cura di lui e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. [...] 20Condanniamolo a una morte infame, perché, va dicendo, alla fine Dio lo visiterà”.

Il lettore cristiano non farà fatica a riconoscere in questi versetti l’eco delle parole che gli evangelisti, Matteo in particolare, metteranno in bocca a coloro che crocifiggono Gesù. Vediamo se il giusto è davvero quel figlio di Dio che si vanta di essere, e se Dio lo soccorrerà nel momento della sua morte.

PRIVO DI OGNI SPERANZA NEL FUTURO

Da queste parole che chiudono il discorso degli empi si comprende come il vero problema suscitato dal loro modo di vivere è l’assenza di ogni speranza nel futuro. La morte è per queste persone la fine di ogni umana illusione. A questo punto, l’autore prende di nuovo la parola, per una considerazione conclusiva sul pensiero degli empi (2,21-24):

21 “Ragionano così, ma s’ingannano; la loro cattiveria, infatti, li ha accecati; 22poichénon hanno conosciuto i misteriosi piani di Dio, […] né hanno previsto un premio per le anime senza difetto: 23come Dio abbia creato l’uomo nell’incorruttibilità, e lo abbia fatto immagine della propria natura. 24Ma per invidia del diavolo la morte entrò nel mondo e ne fanno esperienza quelli del partito di lei”.

L’errore degli empi sta per il nostro saggio nel pensare che la morte sia l’ultima parola della vita; la morte, invece, tocca soltanto a coloro che la cercano, che sono “del partito di lei”. È questa la morte che è entrata nel mondo “per invidia del diavolo”; l’allusione è all’episodio del serpente narrato da Gen 3.

Ma, in realtà, la morte fisica tocca a tutti; come può dire il nostro saggio che tocca solo agli empi? Egli non ha perciò in mente la morte fisica, bensì la morte eterna. La morte fisica è, per il credente, una realtà ambigua; pur nella sua drammaticità, la morte fisica è passaggio alla vita con Dio, a quella “incorruttibilità” nella quale l’uomo è stato creato. Per gli empi, invece, che credono che la vita umana non abbia un senso e che l’unico scopo sia il godersela senza freni, anche ricorrendo alla violenza, se necessario, la morte fisica diviene il preludio alla morte eterna.

Il libro della Sapienza anticipa qui le parole di Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature: la morte fisica è per Francesco “sorella nostra morte corporale”; passaggio alla vita senza fine per coloro che vivono nella volontà di Dio, “ka la morte secunda no’l farà lor male”.

Fonte: Saveriani