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martedì 4 luglio 2017

Lidia Maggi Per veder fiorire il deserto


Fiducia e cammino nella Bibbia

Pubblichiamo uno stralcio dal libro Fare strada con le Scritture (Milano, Edizioni Paoline, 2017, pagine 188, euro 15) della pastora battista Lidia Maggi.


La parola che, probabilmente, esprime al meglio l’essenza della fede biblica è «fiducia». Non è solo una questione di vicinanza semantica. Perché della materia della fiducia sono fatti i molteplici fili della trama biblica. Di solito si pensa alla fiducia come a un atteggiamento passivo, un affidarsi vissuto come abbandono totale a qualcuno che agisce al nostro posto, come quando ci lasciamo cadere su una sedia, senza più la forza di alzarci. Oppure alla fiducia associamo quel modo ingenuo, infantile di guardare il mondo senza coglierne le brutture. La fiducia biblica è esperienza più complessa: è movimento, desiderio di cambiamento, insieme alla disponibilità a lasciarsi condurre da chi può indicarci la strada, anche quando l’itinerario non ci appare chiaro all’orizzonte.

Nelle Scritture, fiducia è sinonimo di cammino. Sin dall’inizio e con linguaggi diversi, la Scrittura racconta l’esperienza del credere come di un camminare. La fede, nella Bibbia, non è mai adesione a rigidi principi, a granitiche certezze. Non si sgretolano solo gli idoli costruiti da mano umana; anche le parole divine, scritte sulla pietra, durante il cammino si spezzano. «Quando fu vicino all’accampamento, vide il vitello e le danze; e l’ira di Mosè s’infiammò ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte» (Esodo 31, 19). Bisogna riscrivere una Torah che sia più pratica e trasportabile nell’arca, durante il lungo e incerto pellegrinaggio nel deserto. Chissà se la rottura delle tavole della Legge da parte di Mosè, quando vide il popolo in adorazione dell’idolo, oltre a esprimere la delusione, la rabbia e l’indignazione per il tradimento, non rappresenti anche un monito. Persino le cose ritenute fondanti, come la Torah, non si presentano come edificio stabile, inamovibile; sono un tempio portatile, per un popolo in cammino. Il tema del cammino nella Bibbia, come grammatica della fede, può aiutarci a disfarci di quei pesi che ci impediscono di procedere nei percorsi spirituali ed esistenziali e restituirci uno sguardo mobile, sollecitando nuovi passi e indicando paesaggi inediti. Riflettere sul cammino ci forza a prendere di petto le domande essenziali del credere. Quale fede abitiamo e in quale Dio crediamo? Ma c’è ancora un’altra ragione, forse la più urgente, che può rendere feconda una riflessione sulla fede a partire dall’immagine del cammino. I passi sul selciato, i piedi sporchi di terra, i muscoli indolenziti, il peso dello zaino e la voce di chi cammina accanto a noi impediscono un’indagine sulla fede che non affronti la vita concreta, al riparo del quotidiano. Il cammino ci sollecita a parlare anche di noi, della nostra vita reale, delle gioie e delle difficoltà delle relazioni, perché ogni vita è un cammino, ogni creatura è in viaggio. Entriamo nella vita attraverso il parto e ne usciamo con la morte. La vita, come la fede, con le sue fasi di crescita e decrescita, ben si presta a essere narrata come un cammino. Non un percorso lineare, ma accidentato, a volte segnato da lunghe soste, fino a lasciarci in stallo. Un cammino sempre a rischio. È forse per questo che la Bibbia — il libro della vita, quel capolavoro letterario che fonda la fede in un Dio che cammina con il suo popolo — ci racconta tante storie di nascite difficili, di parti impossibili: donne sterili, incapaci di generare la vita, come se ci fosse una radicale resistenza al viaggio, al partorire che è partire. Entrare nella vita, come uscirne, non è mai percorso tranquillo. Lo sappiamo per esperienza, lo impariamo dalle nostre ferite affettive, dai nostri fallimenti, dalle perdite, dai lutti delle persone care, dalle malattie. E la Bibbia, che narra la vita senza nulla rimuovere, tra i tanti modi in cui racconta la fatica di questo viaggio esistenziale predilige il tema shock della sterilità delle donne. Le matriarche incapaci di generare vita ci testimoniano come l’aprirsi al futuro, permettendo a qualcuno di iniziare a camminare nella vita, non sia esperienza scontata, automatica, ma operazione a rischio. Richiede desiderio, ingegno, creatività e attesa. La vita, con il suo nascere e morire — col suo continuare a nascere infinite volte e sempre a rischio di morire prima di morire — non è un movimento ciclico, che avviene senza crisi.
La fede, come la vita, è sì un dono, ma che non fluisce spontaneamente: ha bisogno di desiderio, di essere accolto, riconosciuto, custodito; e non avviene senza fatiche, rischi e pericoli. La strada del futuro non è «naturalmente aperta»; al contrario, è spesso sbarrata e richiede un continuo lavoro per liberarla da tutti quegli ostacoli che impediscono che il cammino proceda. Questa verità antropologica è egregiamente inscritta nel corpo sterile delle matriarche. Figure paradossali le madri della fede: madri, eppure incapaci di generare. Donne chiamate a camminare con Dio verso itinerari mai scontati, ricercando spazi di senso da negoziare ogni volta, per spingere la vita, la storia, verso il futuro. Nulla è garantito una volta per tutte.
Si vive di promesse e precarietà. E in questo quadro, la fiducia non è consegna passiva o ingenua alla vita; piuttosto, l’ostinato desiderio di veder fiorire il deserto. Quando nasce una nuova creatura, perché la vita fluisca, è necessario che l’aria inondi i polmoni. Il pianto del neonato è il suo primo atto di vita autonomo, segnale doloroso di distacco necessario, affinché, come corpo individuale, inizi a occupare nel mondo il suo spazio. Con il respiro, accoglie dentro di sé il mondo. È solo l’inizio: il bambino, la bambina, dovrà poi imparare subito dopo a nutrirsi, a succhiare il latte materno, per poter crescere e fortificarsi. Non basta aver messo al mondo un figlio, avergli dato la vita in dono; questo dono, poi, deve essere accolto col respiro e il cibo. L’inizio dell’avventura umana nelle prime pagine della Bibbia passa attraverso un percorso di consapevolezza che porterà la neonata umanità a esprimere il suo sì consapevole alla vita. Forse è anche per questo che il primo comando che la coppia primordiale riceve è un invito a nutrirsi, a mangiare di ogni frutto, a gustare quanto è buono vivere e abitare la terra. «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento» (Genesi 1, 29). Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai» (Genesi 2, 17-18). Ci ricorderemo più facilmente del divieto che segue, dimenticando che questo è parte integrante dell’offerta di cibo ricevuta affinché l’umanità possa crescere e fortificarsi.