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mercoledì 5 luglio 2017

La vita semplice del Monastero di Bose


di Lorenzo Fazzini
in “Avvenire” del 4 luglio 2017

La comunità monastica fondata da Enzo Bianchi vista dalla Francia, nel racconto meravigliato del romanziere Jenni: «Il tutto è nel frammento».

Parafrasando il mitico De Gregori, si potrebbe dire che uno scrittore lo vedi dai dettagli e dai particolari.
E infatti gli aneddoti sono fondamentali nella descrizione che Alexis Jenni – il romanziere affermatosi con L’arte francese della guerra (Mondadori) con cui nel 2011 vinse il Premio Goncourt – realizza nel suo Une vie simple (Albin Michel), da pochi giorni nelle librerie francesi. Si tratta di un ampio e appassionato ritratto dal vivo della comunità monastica di Bose e del suo fondatore, Enzo Bianchi. Anche qui «il tutto è nel frammento». Ovvero: la capacità di Jenni di scovare fatti, parole, episodi, aneddoti nella pluridecennale storia del gruppo di monaci e monache di stanza in Piemonte è davvero rimarchevole. E rende questa ricostruzione un racconto piacevolissimo e ricco di sorprese – con l’auspicio di averlo presto disponibile in italiano.

Della vicenda di fratel Bianchi molto è noto: giovane studente di scienze politiche, astro nascente nella Dc piemontese, quindi la scelta di provare a vivere in comunità il Vangelo negli anni Sessanta sulla scia del Concilio con una profetica vocazione ecumenica (l’ambiente piemontese, con la presenza valdese, fu in questo dirimente); l’individuazione di una pieve romanica in disuso nei pressi di Biella come sede di questo esperimento; il periodo in assoluta solitudine, fino a quando nel 1968 arrivano i primi fratelli; e poi l’espansione negli anni Ottanta, fino ad avere oggi diverse altre sedi in Italia, Assisi, Toscana, Puglia, Lazio; quindi la notorietà mediatica, l’intensa predicazione in Italia e all’estero, i libri con le blasonate Einaudi e Rizzoli, oltre a varie case editrici (il bestseller? Pregare la Parola, Gribaudi 1974: 1 milione di copie!); e poi il legame con pensatori, uomini e donne di cultura e di fede: André Louf, Arvo Pärt, Ignazio IV, per fare degli esempi.

Sono molte le sorprese su Bose che si scoprono in questo racconto, sorprese che hanno un gusto a volte faceto a volte maledettamente serio. Come la notizia che Bianchi, figura universalmente riconosciuta come autorevole maestro spirituale, ha avuto anch’egli la sua notte oscura della fede.
Aveva 42 anni e a un certo punto si è chiesto: «Perchè hai fatto questo? Perché ti sei lanciato in questo sogno, troppo grande per te?». Dopo tre mesi di angoscia spirituale – racconta Jenni – Bianchi ha vissuto «una mutazione, un ravvedimento cristologico, passando da un’immagine di un Dio severo a quella di un Dio che non è altro se non misericordia».

Sono interessanti anche le annotazioni storico-ecumeniche sul percorso di Bianchi e della comunità da lui fondata. Nel 1967 ecco il desiderio del patriarca Atenagora che il giovane monaco del Monferrato “sbarchi” in Grecia: «Bisogna che un giorno lei venga sul Monte Athos per fondare un monastero cattolico» gli disse il patriarca protagonista del celebre abbraccio con Paolo VI. Così come frère Roger di Taizè chiese a fratel Enzo di creare una branca cattolica della sua comunità ecumenica in Borgogna. Nel racconto di Jenni ritornano poi alcuni snodi di vita e di pensiero di Enzo Bianchi e della sua fondazione. Del periodo vissuto insieme all’abbé Pierre l’interessato ha più volte parlato come il momento in cui ha capito la centralità dei poveri nel cristianesimo.
Ribadisce l’«insopportabilità» verso certi mondi cattolici che vogliono «appropriarsi» di altre tradizioni. Oppure la passione per la cucina dell’ex priore (a gennaio scorso ha lasciato la guida di Bose a Luciano Manicardi), intesa come espressione dell’amore per l’altro: «Cucinare e dire io ti amo significano la stessa cosa: è offrire e condividere quello che si ha di meglio».

Ma, come si diceva prima, è nei dettagli che Jenni fa venire fuori alcune delle peculiarità maggiori di Bose. L’accoglienza, ad esempio. Per tutti, per tutte. Fratel Enzo racconta al suo interlocutore di quelle volte in cui, tornando da Torino in automobile, ha fatto autostop ad alcune prostitute. E come queste donne siano poi andate nella sua comunità per trovarvi aiuto e conforto, per esempio in occasione di momenti tragici come degli aborti. Oppure – un aneddoto che pare solo simpatico ma invece dice molto –: il fatto che il monastero sia aperto sempre, permette ai carabinieri che sono di pattuglia di notte nella zona di passare dal monastero per bersi un caffè. Ancora: il fatto che ultimamente anche a Bose non manchino migranti, poveri, profughi, famiglie in difficoltà che bussano per accoglienza, per un aiuto e un sostegno.

E la bellezza. Jenni ne resta colpito. E ne chiede conto al fondatore. «Senza bellezza, non vi è povertà cristiana, vi è solo miseria», scandisce Bianchi. E Jenni, che ha goduto del buon cibo, delle camere spartane ma eleganti, che ha ispezionato la biblioteca di 80 mila volumi («il 40% in francese»), ha visto i laboratori di iconografia, la casa editrice Qiqajon (che ha appena tradotto un altro libro di Jenni, Il volto di tutti i volti), ha curiosato in cucina, ha parlato con monaci della prima ora e con monache più giovani, sancisce: «La bellezza non è una forma di lusso né un sottoprodotto della ricchezza, non è una vanità perseguita, non è una forma di orgoglio: la bellezza è uno stato di equilibrio, un’armonia vivente, una scelta giusta che si applica a tutti i dettagli del quotidiano».
Eppoi a Bose – riferisce il romanziere transalpino – si ride. Si ride di gusto. Nei giorni passati in Piemonte per redigere questo libro egli – ammette – ha riso parecchio: «Ci è parsa l’espressione più evidente di una fraternità dove ciascuno può riconoscere i propri limiti senza farne un dramma, perché si sa amato, accolto, accettato».

Ai lettori Jenni non nasconde le critiche che di tanto in tanto qualche gruppuscolo avanza a Bose e al suo ex priore, firma che i lettori di Avvenire conoscono da decenni: «Gli si rimprovera di non rispettare le regole della Chiesa sulla vita religiosa comune, di una lettura protestante del Vangelo, di elaborare una sorta di umanesimo che sarebbe fondamentalmente ateo. Si rimproverano a Bose le sue invenzioni, la sua libertà e creatività», in particolare il tratto ecumenico e di carattere misto, maschi e femmine insieme. Ma, anche dialogando con un maestro della teologia come Christoph Theobald, gesuita del Centre Sevre, Jenni arriva a formulare quella che può essere la miglior definizione di Bose, dove decine di migliaia di credenti e inquieti transitano ogni anno: un luogo in cui si vive una vita semplice alla sequela di Cristo, salvatore del mondo e maestro di umanità. Per tutti e per tutte.