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venerdì 28 luglio 2017

Giovanni Chifari La diaconia di Filippo verso lo straniero


rivista Il diaconato in Italia n. 204 del maggio 2017 pp. 13-15.

Non è mai chiamato diacono, ma solo ministro delle mense e della Parola. La diaconia di Filippo, che qui cercheremo brevemente di ripercorrere, per due volte si confronta con lo straniero, dapprima con i samaritani e poi con un eunuco etiope.
L’accoglienza dello straniero segna la sua docilità all’azione dello Spirito e alla discreta irruzione della grazia e si lascia riconoscere nel graduale e costante abbassamento del discepolo, nella sua kenosi, che interpreta quell’ascolto e quel servizio così intimamente intessuti con la diaconia della Parola.
Filippo è tra i sette uomini di «buona reputazione», «pieni di Spirito e di sapienza», incaricati dai dodici per servire alle mense (usato il verbo diekonein), in modo che essi si possano dedicare a tempo pieno alla preghiera e al servizio della Parola (diakonia tou logou; At 6,4). Poi tuttavia, dopo il martirio di Stefano, la persecuzione della Chiesa di Gerusalemme e la diaspora dei cristiani, Filippo, si ritrova in Samaria, in terra “straniera”, «a predicare il Cristo» (At 8,5). Il testo dice che è sceso in Samaria, quando invece, trovandosi a Gerusalemme, sarebbe dovuto salire. Sottolineatura teologica per dire che chi annuncia la parola “scende”, è chiamato cioè a chinarsi e abbassarsi, per farsi servo e strumento, perché chi si umilia sarà esaltato (cf. Lc 14,11), chi scende poi sale. “Addetto” in un primo tempo alla diaconia delle mense, nella “missione samaritana” Filippo si dedica profondamente alla diaconia della Parola. Annuncia il kerigma, «il Vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo» (At 8,13) e le sue parole sono accompagnate da segni, esorcismi e guarigioni (il verbo usato è terapeuo 8,7), conversioni e battesimi. Appare evidente il ruolo di mediazione della persona del ministro della Parola, è detto infatti che molti «incominciarono a credere a Filippo» e poi si specifica che ciò avviene a motivo del suo annuncio. C’è allora una cifra umana che consente alla Parola di farsi carne, e poi di riconoscerla come Parola di Dio. Quando il collegio degli apostoli viene a sapere che la Samaria ha accolto la Parola, invia Pietro e Giovanni, e anche loro scendono (katabaino) e pregano per i samaritani perché ricevano lo Spirito Santo. Note di ecclesiologia tipicamente lucana che pare così distinguere tra il dono dello Spirito, che nel battesimo è comunicato, e una sorta di confermazione nella fede, con annessa manifestazione dei doni dello Spirito, che invece richiede la presenza degli apostoli. Del resto anche oggi sono i Vescovi a presiedere le Cresime.
Dopo la Samaria e i samaritani, Filippo è inviato a percorrere la strada che scende (ancora una volta si scende) da Gerusalemme a Gaza. Il clima è sempre quello della resurrezione, infatti a Filippo è detto “alzati” (da anastasis). La strada è deserta (eremo), e proprio qui un etiope, un altro straniero, è in viaggio su un carro. Camminare nel tempo e nella storia con la luce, la forza e lo sguardo della resurrezione consente al discepolo delle due diaconie (mense e Parola), di riconoscere quei fratelli che sono alla ricerca del vero e autentico culto da rendere a Dio. L’etiope infatti era già stato a Gerusalemme, ma ciò gli aveva giovato solo in parte. Era ancora in ricerca, Filippo, gli corre innanzi, ed è invitato a salire (anabaino) e a sedersi, come fa chi serve mediante l’insegnamento. Non si tratta però di una lezione frontale, ma di uno stare accanto. Si siede infatti vicino a lui, sul carro. Insegnamento itinerante, disponibilità del discepolo di Cristo ad essere sempre in cammino, e a condividere un tratto di strada con quanti, anche tra gli stranieri, cercano di rivolgere un culto a Dio. C’è infatti una ricerca spesso vanificata dalla mancanza di risposte adeguate o di ministri intessuti di Parola e ad essa così familiari da essere a loro volta custoditi e così presi in carico dalla sapienza che nella Parola abita e risplende. L’Etiope è trovato mentre cerca di attingere alla mediazione delle Scritture d’Israele, e legge e rilegge un brano del profeta Isaia circa la sofferenza di un agnello che muto è condotto al macello. Chiaro riferimento cristologico che indica nella croce di Cristo quell’ermeneutica che può divenire materia di dialogo con gli stranieri e fra le religioni, esprimendo la prossimità di Dio verso ogni uomo. Filippo gli spiega le Scritture partendo proprio dal passo e dal punto che egli stava leggendo (professando cioè l’unità delle Scritture in Cristo), poi tutti e due scendono nell’acqua, l’etiope è così battezzato ma Filippo “rapito” dallo Spirito del Signore, scompare dalla sua vista. “Movimento” che educa al senso autentico di ogni mediazione, fare incontrare Cristo e non frapporsi tra lui e quanti lo cercano. Anche ad Emmaus Gesù scompare, dopo aver spiegato le Scritture e spezzato il pane dell’Eucarestia, lì per annunciare che adesso lo si dovrà riconoscere nella mediazione sacramentale, per dire che c’è una presenza mistica nella quale lo si può incontrare. Filippo ricorda a ogni discepolo e servitore quanto ebbe a dire il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Indole diaconale di chi ha imparato a rendersi inevidente e similmente diaconia di ogni teologia che riesce a fare incontrare i cristiani con l’intelligenza della fede a partire dall’egemonia delle Scritture. Il servizio di Filippo, al quale erano state imposte le mani, indica che egli è depositario di una testimonianza ininterrotta, e che anche lui, per mezzo delle Scritture, può comunicare quello che hanno visto e creduto Pietro, Giovanni e gli altri apostoli. Per questo può domandare all’eunuco: “Comprendi quello che leggi?” (cf. At 8,31). Il ministro della Parola non offre infatti la chiave di lettura del “secondo me”, ma quella del “secondo le Scritture”, rinviando quindi ad un’oggettività che lo sorpassa. È questo che fa la differenza e vince ogni pretesa o tentazione di autoreferenzialità. Una testimonianza di fede che sia secondo le Scritture, katà tas grafas, può assurgere un ruolo interculturale, proponendosi come invito allo straniero che è in cerca di Dio, e che nel brano di Atti per bocca dell’etiope confessa che per comprendere le Scritture è necessaria una guida, una mediazione. Compito che la chiesa rinvia ai suoi ministri, non affinché essi ricerchino nello straniero un nuovo proselito da conquistare ma perché imparino che accogliere, ascoltare e servire, sono forme che esprimono il proprio essere in Cristo. Azioni che trasudano di Parola, di quel Verbo che è offerto come possibilità di salvezza per tutti.