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giovedì 8 giugno 2017

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Agostino di Ippona


“Rimase la misera con la misericordia”

Agostino di Ippona

“Tardi ti ho amato, Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io ero fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me e io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi hai chiamato e il tuo grido ha sfondato la mia sordità; sei rifulso, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità; hai diffuso la tua fragranza, ho respirato e anelo a te, ho gustato e ho fame e sete; mi hai toccato e sono riarso del desiderio della tua pace” (Confessioni X,27,38). Con queste parole, in un celebre passo delle sue Confessioni, Agostino sintetizza il suo lungo e tormentato cammino fino all’incontro con “la Bellezza sempre antica e sempre nuova”. Agostino (nato a Tagaste, Numidia nel 354 e morto a Ippona, attuale Algeria nel 430) si accostò al cristianesimo a Milano, dove era giunto trentenne per insegnare retorica; nei sei mesi trascorsi a Cassiciaco, l’attuale Cassago in Brianza, decise di abbracciare la fede cristiana e fu battezzato da Ambrogio nella veglia di Pasqua del 387. Dopo un breve soggiorno a Roma, fece ritorno in Africa e si stabilì a Tagaste; radunò attorno a sé alcuni suoi amici e il figlio Adeodato e con essi condusse vita monastica; ordinato presbitero nel 391, fondò un monastero in cui alla vita di preghiera e di studio si univa il ministero della predicazione. Consacrato vescovo di Ippona nel 396, trasformò in monastero la casa episcopale; si dedicò a un’intensissima attività pastorale a servizio sia della propria diocesi sia dell’intera chiesa africana. Predicò almeno due volte alla settimana, spesso con maggior frequenza; si dedicò alla formazione del clero esigendo che i suoi preti vissero in comunità, organizzò monasteri femminili e maschili; intervenne contro i manichei, i donatisti, i pelagiani, gli ariani, i pagani. Scrittore fecondissimo, redasse, secondo il suo biografo Possidio, più di un migliaio di scritti di vario genere: opere autobiografiche, filosofiche, apologetiche, dogmatiche, pastorali, monastiche, esegetiche e polemiche. testimonianza preziosa della sua ininterrotta predicazione. Nel 426 intraprese la revisione dei suoi scritti. Morì il 28 agosto del 430.
Il fatto che Agostino muoia mentre i barbari stanno assediando la città di Ippona acquista un significato simbolico: è l’intera civiltà antica ad essere assediata e a morire. Agostino è l’iniziatore della cultura occidentale del Medio Evo. Agostino è filosofo, teologo, mistico, oratore, scrittore, pastore. Non è possibile dare una sintesi in poche righe del suo pensiero e della sua influenza sulla tradizione occidentale; preferiamo limitarci a riportare alcuni suoi brevi testi che riflettono la sua visione della vita spirituale. Il primo è un commento all’episodio della donna adultera di Gv 8,1-11.
“I farisei, per mettere alla prova il Signore, condussero davanti a lui una donna sorpresa in flagrante adulterio. La punizione per tale peccato era stabilita dalla Legge, intendo dire dalla Legge data per mezzo di Mosè, servo di Dio. I farisei si rivolsero al Signore con questo dilemma insidioso e ingannatore: se avesse ordinato che la donna diffamata venisse lapidata, sarebbe stato privo di misericordia; se invece avesse proibito ciò che la Legge comandava, sarebbe stato ritenuto un peccatore che trasgredisce la Legge ... Gesù interrogò gli stessi interrogatori dell’adultera e in tal modo giudicò i giudici. “Non proibisco – disse – di lapidare la donna che la Legge ordina di lapidare, ma chiedo da chi debba essere lapidata. Non mi oppongo alla Legge, ma cerco un esecutore della Legge”. E infine ascoltate: “Volete lapidarla secondo la Legge? Chi è senza peccato scagli per primo la pietra (Gv 8,7)”. Mentre ascoltava le parole degli accusatori, scriveva con il dito per terra (Gv 8,6). Quando invece diceva ai farisei queste parole, alzò i suoi occhi, guardò la terra e la fece tremare. Quindi, dopo aver parlato, ricominciò a scrivere per terra. Ma quelli confusi e tremanti, se ne andarono l’uno dopo l’altro. O terremoto, in cui la terra si è talmente mossa da cambiare anche luogo! Partiti i farisei, rimase la peccatrice con il Salvatore. Rimase la malata con il medico. Rimase la misera con la misericordia. E volgendo lo sguardo sulla donna, Gesù disse: “Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno, Signore (Gv 8,10-11). Era ancora sconvolta, tuttavia, perché i peccatori non avevano osato condannarla, non avevano osato lapidare la peccatrice perché, esaminandosi, si erano ritrovati simili a lei, ma la donna si trovava ancora in grande pericolo perché le era rimasto quel giudice che era senza peccato. Nessuno ti ha condannata? disse. “Nessuno, Signore; se neanche tu mi condanni, sono salva”. A quella silenziosa angoscia il Signore rispose con voce forte: “Neanche io ti condanno. Neanche io, sebbene senza peccato, neanche io ti condanno. La coscienza ha trattenuto i farisei dalla vendetta, la misericordia mi spinge a venirti in aiuto” (Discorsi 13,4-5). Certamente Agostino, che aveva sperimentato profondamente la propria miseria, si rispecchiava in quella donna adultera; ma “miseria” è la condizione di ogni uomo, è la condizione della chiesa che costantemente cade in peccato. Altrove Agostino spiega l’etimologia di “misericordia”, termine composto dalle parole “miseria” e “cuore”. L’umana miseria quando il cuore (dal latino urere = bruciare) le si avvicina, brucia. In ogni essere umano c’è sete di misericordia, una misericordia che è Dio stesso. Raggiunto dalla misericordia di Dio, il cristiano fa misericordia agli altri; e dunque: “Ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (Commento alla prima lettera di Giovanni 7,8).
Il seguente passo riprende anch’esso un tema assai presente negli scritti di Agostino, in particolare nei commenti ai salmi. “Camminate lungo la via con tutte le genti, camminate lungo la via con tutti i popoli, o figli della pace, o figli dell’unica cattolica! Camminate lungo la via e camminando cantate. Così fanno i viandanti per dimenticare la stanchezza. Cantate anche voi lungo la via! Vi supplico in nome della via stessa (cf. Gv 14,6), cantate lungo la via, cantate un canto nuovo! Nessuno in questo cammino innalzi canti vecchi, cantate inni d’amore per la vostra patria del cielo. Nessuno innalzi canti vecchi. Nuova è la via, nuovo il viandante; sia nuovo il canto. Ascolta l’Apostolo che ti esorta al cantico nuovo: Se dunque vi è una nuova creatura in Cristo, le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove (2Cor 5,17). Cantate il cantico nuovo lungo la via che avete conosciuto sulla terra. In quale terra? Tra tutte le genti. Il cantico nuovo non appartiene a una parte sola. Chi canta separandosi canta qualcosa di vecchio, come è vecchio l’uomo che canta; è diviso, pensa secondo la carne. E certamente, se pensa secondo la carne è vecchio, se pensa secondo lo spirito è nuovo ... Canta sicuro, ti dico, il nuovo cantico lungo la via che hai conosciuto sulla terra, cioè in mezzo a tutte le genti” (Esposizione sul salmo 66,4-5).
Un altro tema caro ad Agostino è quello del desiderio che troviamo a più riprese nei suoi scritti; riportiamo questo passo stupendo tratto dal suo commento al v. 10 del salmo 38 (37): E dinanzi a te sta ogni mio desiderio. “Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il tuo desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano l’Apostolo ha detto: Pregate senza interruzione (1Ts 5,17) ... c’è una preghiera interiore che non conosce interruzione ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri il riposo del regno, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessare mai di desiderare. Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se smetterai di amare ... Il gelo della carità è il silenzio del cuore: l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri ... E il mio gemito non ti è nascosto. A te non è nascosto, ma lo è a molti uomini ... Ma se dentro al cuore c’è il desiderio, c’è anche il gemito, non sempre esso giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio” (Esposizione sul salmo 37,10).

Per saperne di più rinviamo a due antologie delle opere di Agostino: Per conoscere sant’Agostino, a cura di V. Joannes, Mondadori, Milano 1976; Il maestro interiore, testi scelti, introduzione e commenti a cura di A. Trapé, Paoline, Milano 1992.

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