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venerdì 2 giugno 2017

Alberto Maggi La colpa di Adamo


"Il racconto della creazione non è il rimpianto per un paradiso irrimediabilmente perduto, ma la profezia di un paradiso da costruire...". Su ilLibraio la riflessione del biblista controcorrente Alberto Maggi, che parte da Adamo ed Eva, e va oltre: "È ormai indiscutibile che la fine di ogni essere vivente è sempre esistita in natura come normale conclusione del ciclo biologico..."


Nel Libro della Genesi il nome della donna creata da Dio viene indicato già nel primo capitolo (“l’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi”, Gen 1,20), ma bisogna giungere al quarto capitolo (Gen 4,25) per conoscere finalmente l’identità del marito, Adamo, finora presentato unicamente come “l’uomo”, in quanto rappresentante dell’umanità. Furono i traduttori della Bibbia ebraica, prima greci e poi latini, che resero l’espressione ha-‘ȃdȃm, nome comune semitico che significa “l’uomo”, con valore collettivo indicante la specie umana, con il nome proprio Adamo.

Gli artisti da sempre hanno raffigurato il primo uomo e la prima donna con fattezze non dissimili dai loro contemporanei. Questo perché in passato le conoscenze scientifiche non erano ancora sviluppate, e si calcolava il creato dal computo del Libro della Genesi, che datava la creazione dell’uomo a circa cinque/seimila anni prima della nascita del Cristo. Ma i progressi compiuti negli ultimi secoli dalla paleontologia, dall’archeologia, dall’antropologia e dalla biologia hanno dimostrato che la comparsa del primo essere umano sulla terra, un ominide che si separava dallo scimpanzé, è avvenuta milioni di anni fa, pertanto se si vuole interpretare il racconto della creazione come un avvenimento storico, l’uomo e la donna creati da Dio assomigliavano più a degli scimpanzé che a degli esseri umani. A meno che, e alcuni hanno sostenuto e difendono ancora oggi questa tesi, sì, effettivamente il Creatore creò l’uomo e la donna perfetti, belli, poi la colpa li ha imbruttiti e ridotti al rango di scimmie antropomorfe.

Accusato insieme a Eva di aver mangiato dell’albero di cui il Signore aveva espressamente comandato “Non devi mangiare” (Gen 3,17), è contro questo uomo-scimmia, dal cervello limitato e da capacità intellettuali più che modeste, che si sarebbe scagliato il tremendo castigo del Creatore, con una condanna sproporzionata, che avrebbe coinvolto per sempre tutto il genere umano. Tra i castighi scagliati dall’irato Creatore sulla sua stessa creazione, il primo a farne le spese è il serpente, l’unico dei tre colpevoli a essere maledetto (“Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”, Gen 3,14); poi tocca alla donna, che non solo partorirà i figli con dolore, ma sarà attratta e al contempo dominata dal marito (Gen 3,16). Non pago, il Padreterno scaglia la maledizione addirittura alla terra (“maledetto il suolo per causa tua!… Spine e cardi produrrà per te”, Gen 3,17.18). Infine, viene castigato l’uomo, che Dio aveva creato a sua immagine (Gen 1,27), e la pena è che è destinato a morire: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Stando al racconto biblico la maledizione però non sembra aver avuto subito effetto, tanto che Adamo, dopo Abele e Caino, ebbe ancora un figlio, Set, alla veneranda età di centotrenta anni. Poi visse serenamente ancora ottocento anni, continuando a sfornare figli e figlie, per finalmente morire a novecentotrenta anni (Gen 5,1-5), anche se il record della longevità non fu il suo ma di suo nipote Matusalemme, morto a ben novecentosessantanove anni (Gen 5,25). Poi, visto che gli uomini tardavano a morire, ci pensò il Creatore a fissare il tetto massimo della vita a centoventi anni (Gen 6,3), relativizzando così la sua maledizione.

La Chiesa cattolica per secoli, fin quando ha potuto, ha difeso strenuamente e a oltranza la storicità di questo racconto. Ancora nel secolo scorso si prendeva posizione contro le interpretazioni che negavano il carattere storico dei primi capitoli della Genesi (Humani Generis, Denz. 2329-2330), per poi arrendersi e dover ammettere che i primi undici capitoli del Libro della Genesi sono una narrazione che ha valore teologico e non storico. Il racconto della creazione non è il rimpianto per un paradiso irrimediabilmente perduto, ma la profezia di un paradiso da costruire, come ha intuito Paolo affermando che “l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”, una creazione che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,19.22). Naturalmente gli uomini c’erano arrivati secoli prima, e per questo condannati, come Galileo Galilei, il quale asseriva giustamente che la Bibbia non insegna come va il cielo, ma come si va in cielo.

È ormai indiscutibile che la fine di ogni essere vivente è sempre esistita in natura come normale conclusione del ciclo biologico, che la morte non è la conseguenza di un ipotetico peccato dell’uomo (il termine peccato è assente nel racconto della creazione). Assolta definitivamente dall’idea di una colpa e di un castigo, occorre tornare ad avere una visione il più possibile serena della morte, e viverla come i patriarchi biblici, che evidentemente nulla sapevano della colpa di Adamo, e che morivano, come Abramo, “in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati” (Gen 25,7) .