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sabato 20 maggio 2017

Luciano Manicardi Vivere un paradosso


Luciano Manicardi
Commento al vangelo del giorno
dal sito del Monastero di Bose

Gv 10,1-21


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. 11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12 Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
19 Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20 Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21 Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».

La rivelazione di Gesù quale pastore è anche giudizio di chi è ladro, brigante, estraneo. Se il pastore Gesù è venuto per dare la vita e perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza, ladri e briganti invece vengono per “rubare, sacrificare (Bibbia CEI: uccidere) e far perire”. Ciò che differenzia il buon pastore dal brigante è che il primo dona vita e il secondo prende per sé e porta morte. In particolare viene condannato il sacrificare: cioè, il togliere vita in nome di Dio, il servirsi delle persone per fini religiosi fino ad annientarle, l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani, il servirsi dello spirituale per abusare delle persone.

Se il vero pastore si fa servo delle persone e della loro libertà, il falso pastore si serve delle persone e le asservisce a sé. Anzi, Gesù quale “buon pastore”, cioè quale autentico e unico pastore, vive il paradosso fino all’estremo: egli dona la vita per le pecore. Se ogni pastore pasce le pecore perché esse gli procurino sostentamento e vita, il pastore Gesù offre la vita, cioè la rischia, pur di salvare le sue pecore. E arriva anche a morire per i suoi. Il pastore, a differenza del salariato, a cui non importa delle pecore, è unito alle pecore da un legame personale e di amore. Non c’è niente di funzionale nella qualità di pastore che Cristo vive: egli è in legame di obbedienza e di amore con il Padre (“il Padre conosce me e io conosco il Padre”) e vive un legame di conoscenza e di amore con le pecore: “Conosco le mie (pecore) e le mie (pecore) conoscono me”. Tutto si gioca sul piano della relazione, non del ruolo, né della funzione, sul piano dell’amore, non del dovere: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Il pastore “fa uscire” le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di esodo, di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà. Egli chiama per nome ciascuna delle sue pecore e le educa conducendole a vivere in nome proprio. L’educazione è il luogo dell’assunzione della responsabilità nei confronti di chi viene dopo di noi ed è parte del ministero pastorale. Il falso pastore invece, non e-duca, ma se-duce; non fa uscire verso la libertà, ma lega a sé.

La rivelazione del pastore è anche rivelazione della pecora, cioè del credente che segue, ascolta e conosce il pastore Gesù. Questo è il cammino che Gesù, quale pastore e porta per le pecore, indica al singolo credente e alla chiesa tutta: il cammino della conversione verso l’unificazione personale e l’unità ecclesiale: “Diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Unità anzitutto con Dio. Gesù, infatti, è porta delle pecore, non del recinto. Il termine “recinto” in greco non indica un ovile, ma il tempio: la porta che immette nella comunione con Dio non è il tempio di Gerusalemme, ma il Cristo risorto. Se Cristo è la “porta” che conduce alla salvezza e se la porta fa parte dell’edificio a cui consente l’accesso, Gesù è al tempo stesso il mediatore della salvezza e la salvezza. Gesù è la Via verso il Padre, ma è anche la Vita: in Gesù troviamo la vita del Padre.