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venerdì 7 aprile 2017

Ludwig Monti Le nostre profondità, i nostri abissi


📖 Quaresima, tempo di penitenza, di pianto per i propri peccati e di ritorno al Signore, attraverso l’amore fraterno. Scegliamo di accompagnare questo cammino con il commento ai sette salmi penitenziali, uno per ogni venerdì di Quaresima: giorno particolarmente simbolico, nel quale, anche grazie alla pratica intelligente del digiuno a cui la chiesa ci invita, possiamo conoscere meglio il nostro cuore e disporci ad accogliere la chiamata del Signore a fare ritorno a lui.

Questi sette salmi non sono una raccolta messa in evidenza dal Salterio con qualche titolo specifico, non appartengono neanche a un determinato genere letterario. È la sapienza della grande tradizione cristiana ad averli costituiti in un settenario glorioso, da leggere, meditare e pregare per accompagnare il proprio pentimento. Tracce di tale raggruppamento sono già presenti in Origene (185-254) e in Agostino (354-430; il suo biografo scrive che egli amava e meditava con particolare intensità una collezione di “pochissimi salmi di penitenza”); ma il primo a collegare esplicitamente tra loro questi sette salmi è Cassiodoro (485-580): “Nel libro del Salterio, secondo l’uso recepito dalle chiese, i penitenti vengono ammaestrati da sette particolari insegnamenti, utilissimi a chi vuole chiedere perdono al Signore … Questi salmi sono gli strumenti più efficaci per la purificazione del nostro cuore, per rinascere dalla morte dei peccati e passare dal pianto alla gioia nel Signore”.

Intraprendiamo dunque questo itinerario dal pianto alla gioia, percorrendo le sette tappe indicate dalla sapienza di questi salmi.

I sette salmi penitenziali: 
6) Salmo 130

SESTA TAPPA: LE NOSTRE PROFONDITÀ, I NOSTRI ABISSI



1 Canto delle salite.
Dal profondo grido a te, Signore
2 Signore, ascolta la mia voce
i tuoi orecchi siano attenti
alla voce della mia supplica.

3 Se tu ricordi le colpe, Signore
Signore, chi potrà resistere?
4 ma presso di te è il perdono
che infonde il tuo timore.

5 Spero nel Signore,
spera l’anima mia
desidero la sua parola,
6 l’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora
molto più che le sentinelle l’aurora
7 Israele attenda il Signore.

Sì, presso il Signore è la misericordia
decisiva la redenzione
8 è lui che redimerà Israele
da tutte le sue colpe.


Il salmo 130, il penultimo della serie dei penitenziali, è una richiesta di perdono, perché anche il pellegrino che canta i canti delle salite al tempio (salmi 120-134) deve disfarsi di qualche peso. Qui però, piuttosto che insistere sulla confessione delle proprie colpe – come nel salmo 50 (51) –, l’orante esprime fiducia nelle inesauribili risorse di misericordia del Signore, ponendo l’accento sul perdono preveniente da lui accordato: è il Signore, nominato per ben otto volte, il vero protagonista del salmo 130. La speranza e l’attesa del suo perdono-amore-redenzione dominano sulla coscienza del peccato, che pure è l’ineludibile punto di partenza per rivolgersi al Signore: si guarda a lui, non a se stessi! È su questa dinamica spirituale che si innesta il timore del Signore (cf. v. 4), sentimento ben diverso dalla paura: il salmo 130 ce lo indica come la consapevolezza che la sua misericordia precede la nostra conversione, è la fonte del nostro possibile ritorno al Signore e dunque dell’accesso a una vita rinnovata.

Questa una possibile struttura del salmo, tenendo conto che nei primi 4 vv. ci si rivolge al Signore, negli ultimi 4 alla comunità:

vv. 1-2: solenne supplica introduttiva;
vv. 3-4: confessione delle colpe e richiesta di perdono;
vv. 5-6: confessione di fiducia nel Signore, che è l’attesa e la speranza del salmista;
vv. 7-8: esortazione alla comunità affinché condivida la stessa attesa della redenzione.

È questo però un caso evidente in cui ogni possibile schematizzazione si rivela incapace di rendere il calore e la forza di un testo di straordinaria potenza immaginifica, umana e teologica. Cerchiamo dunque di lasciarci illuminare da questo piccolo gioiello.

“Dal profondo, dalle profondità grido a te, Signore”. La prima parola, nota dall’incipit latino De profundis, fornisce la cifra simbolica all’intero salmo. Il salmista ha già gridato: “Salvami, o Dio, l’acqua mi arriva alla gola! Affondo in un abisso di fango, nulla mi trattiene. Discendo nelle profondità delle acque, il vortice mi inghiotte” (Sal 68,3). La particolarità del nostro salmo è che in esso si parla di profondità, di abissi, senza specificarli in altro modo: è un simbolo aperto, sicché ogni lettore e lettrice può pensare ai propri abissi di non senso, di disperazione, prima ancora che di peccato. È dai tentativi sbagliati di uscire da tali abissi, infatti, che nasce ogni pensiero, parola, azione peccaminosa… Commenta Lutero:

“Dal profondo grido a te, Signore”. Sono parole ben scelte, veementi e molto intime, parole d’un cuore sincero e penitente, che nel modo più profondo è volto alla propria miseria: uno stato d’animo che non può essere compreso, se non da quelli che lo provano e ne fanno esperienza. Noi versiamo tutti in una profonda e grave miseria, ma non tutti avvertiamo dove ci troviamo.

Solo quando si va a fondo si scoprono le fondamenta e si può davvero cominciare a risalire. Quest’uomo sembra capirlo, sembra sapere dov’è, dove si trova, perciò insiste due volte nel chiedere al Signore di ascoltarlo. Ma non basta gridare, parlare, nemmeno a Dio. Prima occorre, appunto, capire dove si è: occorre capire che si è in radice peccatori. Se il giusto pecca sette volte al giorno (cf. Pr 24,16)… E più ci si avvicina al Signore, più ci si sente peccatori e miseri, come ricordano Isaia (cf. Is 6,5) e Pietro (cf. Lc 5,8). Ecco allora una lucida presa di coscienza, in forma di domanda: “Se tu ricordi le colpe, Signore, Signore, chi potrà resistere?”. È come se dicesse: “Non entrare in giudizio con il tuo servo. Nessun vivente può giustificarsi davanti a te” (Sal 142,2). Tale consapevolezza non è però fonte di paura, bensì sfocia in una convinta confessione: “… ma presso di te è il perdono”. Il miglior commento sono forse le parole del profeta Michea:

Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato?
Non serbi per sempre la tua ira, ma trovi gioia nel manifestare il tuo amore.
Torni sempre ad avere misericordia di noi, calpestando le nostre colpe.
Tu getti in fondo al mare tutti i nostri peccati (Mi 7,18-19).

Si va al Signore nell’abisso della colpa, e si vede il proprio peccato gettato in un altro abisso: abisso del mare sì, ma più in profondità abisso del suo amore misericordioso, che neanche le grandi acque possono spegnere (cf. Ct 8,6). Davvero il perdono viene da Dio, è divino! Ecco perché Gesù, quando con il suo agire narrava questo tratto di Dio, incarnandolo e donandolo come possibilità agli umani, scandalizzava alcuni uomini religiosi: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?” (Mc 2,7). Ma Gesù non si cura di tale rimprovero, anzi comanda il perdono ai suoi discepoli come compito fondamentale: “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15).

A questo punto l’orante inizia a rivolgersi al Signore alla terza persona, senza però perdere nulla del suo pathos. Il pellegrino del salmo 130 spera nel Signore e lo attende. Anzi, spera e attende la sua parola, “annunciatrice di perdono: è nel dialogo che si realizza l’incontro d’amore” (André Chouraqui). Chi si comporta in questo modo è una sentinella che precede l’aurora: ecco perché l’orante confessa che tutto il suo essere è rivolto al Signore, addirittura “più che le sentinelle all’aurora”. Dagli abissi acquatici o da una “terra riarsa, arida, senza acqua” (Sal 62,2) i cercatori di Dio sono sempre sentinelle dell’aurora, “che precedono il mattino per meditare sulla promessa del Signore” (cf. Sal 118,148). E così possono cantare: “Le misericordie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue compassioni. Esse sono rinnovate ogni mattino, grande è la sua fedeltà” (Lam 3,22-23). È solo questo, in radice, che ci rimette in piedi e ci fa rialzare ogni mattino…

Dopo la notte, l’aurora tanto attesa verrà certamente, le misericordie del Signore saranno rinnovate. Il tutto è espresso in ebraico con un sottile gioco di parole, dato che “sentinella” e “ricordare/osservare (le colpe)” contengono la medesima radice verbale: il credente “veglia” per il Signore, il quale però non “veglia” sulle sue colpe… Commenta Rashi, un maestro ebreo dell’XI secolo: “‘L’anima mia è rivolta al Signore…’: vale a dire, io spio l’arrivo della redenzione. ‘… più che le sentinelle all’aurora’, le quali aspettano e ancora aspettano: di fine in fine”. Una lezione che la vita può insegnarci: forse può imparare ad andare di inizio in inizio solo chi si esercita anche ad andare di fine in fine, arte difficilissima…

Prima di concludere, il salmista sente il dovere di rivolgersi a tutta la comunità, esortandola alla stessa attesa del Signore. E questo perché? Ancora una volta, perché l’amore del Signore precede e guida ogni vivente, dunque dovrebbe ispirare quanti dicono di aderire a lui: “presso il Signore è la misericordia, decisiva la redenzione”, il riscatto, il perdono dei peccati. Ecco l’esperienza salvifica per Israele, per la chiesa e per ogni credente: sulla terra “la conoscenza della salvezza” si ha “nella remissione dei peccati” (Lc 1,77) – come i cristiani cantano nel Benedictus –, fino a quando il Signore riscatterà tutta l’umanità “dalla mano degli inferi” (Os 13,14), dalla morte.

E così, ecco aprirsi l’ampio terreno dell’esegesi cristiana del salmo 130. “Cristo, non guardando alle nostre colpe, ci dona il perdono dei peccati”. Questo antico titolo coglie bene l’attitudine con cui Gesù si è sempre avvicinato ai peccatori pubblici, ai derelitti, che potevano gridare a lui con fiducia la loro richiesta di compassione e ricevere da lui il perdono dei peccati. Mai Gesù si è negato ai peccatori, sempre ha offerto loro consolazione, vicinanza, perdono. Per questo ha potuto dire di sé: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti” (Mc 10,45). Questo lo stile dell’incarnazione, alla luce del quale si proclama il salmo 130 a Natale, confessando che con la sua venuta nella carne Gesù “ha salvato il suo popolo dai suoi peccati” (cf. Mt 1,21) ed è venuto per “togliere il peccato del mondo” (cf. Gv 1,29), compiendo la missione contenuta nel suo Nome: Jeshu‘a, “il Signore salva”. La riflessione del Nuovo Testamento e dei padri svilupperà ampiamente i concetti chiave del nostro salmo, applicandoli a Cristo: egli è il perdono, l’espiazione (cf. 1Gv 2,1-2; 4,10); è la manifestazione vivente dell’amore del Padre (cf. 1Gv 3,16); è la redenzione, il riscatto (cf. 1Cor 1,30; Tt 2,13-14).

Letto in Cristo, il salmo 130 è anche un salmo di resurrezione, perché la notte del peccato e della morte è illuminata dalla luce dell’alba pasquale. Di conseguenza, è anche uno dei salmi classici della liturgia dei defunti: la redenzione definitiva, infatti, di cui Cristo è la primizia, sarà la liberazione dal potere della morte. Al cristiano che prega questo salmo è dunque chiesto di non guardare troppo a se stesso, ma di volgere il proprio sguardo al Signore Gesù Cristo, accogliendo con fiducia la sua offerta di vita, fino alla fine dei suoi giorni, e anche al suo ingresso nell’abisso della morte: “Coraggio, figlio, ti sono rimessi i peccati” (Mt 9,2).

Leggiamo, rileggiamo e meditiamo con cura il De profundis, che è tutto un abisso di profondità, dall’inizio alla fine; e facciamolo con il coraggio di guardare in faccia i nostri personali abissi, senza evitarli, senza fuggirli, senza gettarne il peso addosso agli altri. Come chiede anche Agostino:

Dobbiamo cantare con intelligenza: “Dal profondo grido a te, Signore, Signore, ascolta la mia voce” … Ciascuno di noi comprenda quale sia l’abisso in cui si trova e da cui grida al Signore. Se nell’abisso riesce a gridare, già si sta sollevando dall’abisso e lo stesso suo gridare gli impedisce di rimanere proprio sul fondo. Sono invece nelle profondità estreme dell’abisso coloro che nell’abisso non provano nemmeno a gridare. Il Signore Gesù Cristo non ha disdegnato di guardare i nostri abissi, ma ha assunto la nostra vita e ci ha promesso la remissione di tutti i peccati. Remissione che avviene grazie alla legge della misericordia, del perdono di Dio: la legge dell’amore ottiene il perdono dei peccati, cancella le colpe del passato e ammonisce per il futuro …“Sì, presso il Signore è la misericordia, decisiva la redenzione”. Splendido! Per quanto l’essere umano si senta gravato di colpe, c’è sempre la misericordia di Dio.

Ecco la legge dell’amore, quella di cui ci parla anche uno scritto minore del Nuovo Testamento, la Lettera di Giuda, che contiene un’autentica perla, degna sintesi del salmo 130: “Conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore” (Gd 21).

Gli orecchi del tuo amore, Signore,
siano attenti alla profondità della preghiera di chi ti supplica,
poiché presso di te è la remissione dei peccati,
sicché non ricordi le nostre colpe,
ma ci doni le tue misericordie.

(Orazione salmica di tradizione romana, inizio VI secolo)

Fratel Ludwig Monti
dal sito del Monastero di Bose