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venerdì 14 aprile 2017

Ludwig Monti Dalla morte alla gioia


📖 Quaresima, tempo di penitenza, di pianto per i propri peccati e di ritorno al Signore, attraverso l’amore fraterno. Scegliamo di accompagnare questo cammino con il commento ai sette salmi penitenziali, uno per ogni venerdì di Quaresima: giorno particolarmente simbolico, nel quale, anche grazie alla pratica intelligente del digiuno a cui la chiesa ci invita, possiamo conoscere meglio il nostro cuore e disporci ad accogliere la chiamata del Signore a fare ritorno a lui.

Questi sette salmi non sono una raccolta messa in evidenza dal Salterio con qualche titolo specifico, non appartengono neanche a un determinato genere letterario. È la sapienza della grande tradizione cristiana ad averli costituiti in un settenario glorioso, da leggere, meditare e pregare per accompagnare il proprio pentimento. Tracce di tale raggruppamento sono già presenti in Origene (185-254) e in Agostino (354-430; il suo biografo scrive che egli amava e meditava con particolare intensità una collezione di “pochissimi salmi di penitenza”); ma il primo a collegare esplicitamente tra loro questi sette salmi è Cassiodoro (485-580): “Nel libro del Salterio, secondo l’uso recepito dalle chiese, i penitenti vengono ammaestrati da sette particolari insegnamenti, utilissimi a chi vuole chiedere perdono al Signore … Questi salmi sono gli strumenti più efficaci per la purificazione del nostro cuore, per rinascere dalla morte dei peccati e passare dal pianto alla gioia nel Signore”.

Intraprendiamo dunque questo itinerario dal pianto alla gioia, percorrendo le sette tappe indicate dalla sapienza di questi salmi.

I sette salmi penitenziali: 
7) Salmo 143

SETTIMA TAPPA: DALLA MORTE ALLA GIOIA DELLA RESURREZIONE

1 Salmo. Di David.

Signore, ascolta la mia supplica
alle mie preghiere tendi l’orecchio
nella tua fedeltà, nella tua giustizia rispondimi,

2 non entrare in giudizio con il tuo servo
nessun vivente può giustificarsi davanti a te.

3 Sì, il mio nemico mi perseguita
calpesta la mia vita fino a terra
mi confina in luoghi tenebrosi
come i morti, morti per sempre,
4 si spegne in me il mio respiro
dentro di me si raggela il mio cuore.

5 Mi ricordo dei giorni di un tempo
rimedito su tutte le tue azioni,
ripenso alle opere delle tue mani
6 protendo le mie mani verso di te
come terra arida assetata di te.

7 Presto, rispondimi, Signore
mi viene a mancare il respiro
non nascondere a me il tuo volto
sarei tra quelli che scendono nella tomba.

8 Fammi sentire al mattino il tuo amore
perché ho fede in te, o Signore
fammi conoscere la via da seguire
perché a te io offro la mia vita.

9 Dai miei nemici liberami, Signore
presso di te io trovo rifugio
10 insegnami a fare la tua volontà
perché sei tu il mio Dio,
con bontà mi guidi il tuo Spirito
su terre che non conoscono inciampi.

11 A causa del tuo Nome fammi vivere, Signore
per la tua giustizia fammi uscire dall’angoscia,
12 nel tuo amore annienta i miei nemici
fa’ perire tutti i miei avversari
perché io sono il tuo servo.


“I salmi penitenziali cominciano nel pianto e terminano nella gioia, in modo che nessuno disperi del perdono”. Queste parole di Cassiodoro, simili a quelle dello stesso autore con cui abbiamo aperto il nostro itinerario, sono particolarmente adatte per introdurre la settima e ultima tappa del nostro percorso: dopo il pianto, la coscienza del proprio peccato, il desiderio, il canto della miseria e misericordia, la sofferenza personale e comunitaria, il passaggio attraverso le nostre abissali profondità, eccoci alla gioia della resurrezione.

Ma è una gioia a caro prezzo: gioia in mezzo alle lacrime che segnano questo venerdì santo, passaggio duro ma necessario attraverso la morte, per giungere all’alba di Pasqua. È questo il clima del salmo 143, estrema supplica del Salterio, che menziona per l’ultima volta l’estremo limite temporale, l’enigma della vita umana: la morte. La morte prende il centro della scena nel nostro salmo: basta rileggere i vv. 3-4 e 7, segnati in particolare dal riferimento allo spegnersi del respiro umano… Con la conseguente, elementare ma più che mai vitale, richiesta da parte del salmista: “A causa del tuo Nome, fammi vivere, Signore, per la tua giustizia fammi uscire dall’angoscia”. È anche l’ultima volta in cui nei salmi si parla di angoscia: a dire che l’angoscia estrema di ogni umano è la morte, e la speranza estrema è la vita, una vita che assuma i tratti dell’eternità.

Questo, dunque, il quadro di fondo di una supplica abilmente costruita, con parallelismi e inclusioni testuali, che disegnano la seguente struttura, individuata da Gianfranco Ravasi:

a appello alla giustizia di Dio da parte del servo (vv. 1-2)
b incubo della morte, vissuto in una terra assetata (vv. 3-6)
b’ incubo della fossa, ma speranza di camminare su terra pianeggiante (vv. 7-10)
a’ appello alla giustizia di Dio da parte del servo (vv. 11-12)

L’esordio è all’insegna della richiesta pressante: “Signore, ascolta, … tendi l’orecchio, … rispondimi!”. L’orante non ha però alcun sacrificio, nemmeno delle labbra, da offrire (cf. Sal 140,2); non si dichiara innocente, in cammino su una via giusta sbarratagli dai nemici (cf. Sal 141,4). Si riconosce peccatore, incapace di giustizia, dunque pronto all’ammissione che ha reso celebre questo salmo, al punto da suggerire di classificarlo come ultimo dei penitenziali: “Signore, non entrare in giudizio con il tuo servo, nessun vivente può giustificarsi davanti a te”. Insomma, quest’uomo può contare solo sulle qualità di Dio: fedeltà all’alleanza, giustizia e amore. Qualità che a prima vista possono sembrare in contrasto tra loro (soprattutto giustizia e amore), ma che in realtà concorrono insieme a tratteggiare il volto misericordioso del Signore. “Questo salmo viene recitato nella persona di tutto il popolo di Cristo e di ciascuno in particolare. Di questo popolo sono quotidianamente nemici i sapienti di questo mondo e quelli che si giustificano da sé, i quali non vogliono saperne della grazia misericordiosa di Dio … Le parole’il tuo amore’ e ‘la tua giustizia’ significano la grazia e la giustizia mediante cui Dio ci rende credenti e giusti per mezzo di Gesù Cristo” (Lutero).

Parole, queste, inserite nell’ampio fiume della tradizione interpretativa del salmo 143, che le precede e le segue:

In base alle opere della Leggenessun vivente sarà giustificato davanti a Dio (Rm 3,20).

L’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, … poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno (Gal 2,16).

“Nella tua giustizia rispondimi”. Chi si gloria in sé non riceve risposta, non è esaudito. Non sono esauditi quanti ignorano la giustizia di Dio e, volendo affermare la propria, non si sottomettono a quella di Dio. Come il fariseo che nel tempio volle affermare la propria giustizia e perciò fu rimproverato dal Signore (cf. Lc 18,9-14). Gloriamoci dunque nella giustizia di Dio, se chiediamo di essere esauditi, per poter dire con il salmista: “Nella tua giustizia rispondimi” (Gregorio Magno).

L’orante di questo salmo si sente alle soglie della morte, e l’unica consolazione che gli resta è quella di meditare sulle meraviglie compiute da Dio nella storia: “Mi ricordo dei giorni di un tempo, rimedito su tutte le tue azioni” (cf. Sal 76,6.12-13)… Potrà forse il Signore dimenticarsi di mostrare ancora il suo amore fedele (cf. Sal 76,8-10)? No di certo, perciò quest’uomo si protende verso il Signore con tutto il suo essere assetato di vita, di salvezza (cf. Sal 42,2; 62,2), invoca la sua risposta, facendo leva sulla richiesta – così frequente nei salmi – che il Signore non “nasconda il suo volto”, altrimenti finirebbe nella fossa. Egli spera ancora in un nuovo mattino, l’ora dell’esaudimento, perché confida nel Signore. E mentre chiede di essere liberato dai nemici – il classico terzo lato del “triangolo” dei salmi di supplica –, rinnova la promessa di impegnarsi a vivere nell’alleanza con il suo Dio. Questa è la via da seguire, la volontà da compiere: in una parola, la vita (“fammi vivere”)!

Tutto ciò all’insegna di una grande fiducia nel Signore, il vero filo rosso del nostro testo, fiducia espressa con insistenza nell’ultima parte, ma che rischiara anche la parte più buia del salmo (è al Signore che si esprime la propria angoscia!):

“‘In te mi rifugio, mi nascondo’: nascondo le mie tribolazioni a ogni persona per raccontarle a te solo, Signore” (Rashi, maestro ebreo dell’XI secolo).

“Con bontà mi guidi il tuo Spirito su terre che non conoscono inciampi”. Se anche il respiro dell’uomo viene meno, il Respiro del Signore, identificato da gran parte della tradizione cristiana con lo Spirito santo, continuerà a guidare chi si affida lui sulla terra pianeggiante, “la terra dei viventi” (Sal 141,6). Sarà questo il cammino che il solo Signore conosce, anche oltre la morte, quando verrà meno il nostro respiro (cf. Sal 141,4), quando avremo paura dell’enigma che ci attende?

L’intero salmo è come riassunto nelle due affermazioni conclusive, ispirate alla teologia dell’alleanza: “Sei tu il mio Dio … io sono il tuo servo”, cioè un credente che vive una profonda comunione con il suo Signore, nonostante tutto e tutti.

Già si sono anticipate le linee di fondo della lettura cristiana del salmo 143. Innanzitutto quella cristologica, così sintetizzata da Girolamo: “Questo salmo contiene la voce di colui che, per salvare l’essere umano, si svuotò, assumendo forma di schiavo, per liberare dalla schiavitù tutta l’umanità”. Si legge addirittura in un antico titolo: “Cristo, dall’alto della croce stese le braccia sia verso il popolo non credente (!) sia verso il Padre”. Non dimentichiamolo…

Fino alla fine Gesù ha pregato il Padre perché gli insegnasse a compiere la sua volontà: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36; cf. Mt 26,39); “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Ed è stato esaudito in modo straordinario: il suo Spirito lo ha condotto alla resurrezione, alla vita eterna, a quell’amore pieno che Gesù ha sperimentato su di sé, nel mattino ultimo e definitivo, l’alba di Pasqua.

Ogni credente in Gesù Cristo, di conseguenza, può pregare il salmo 143 attraverso di lui: nessuno si salva da solo, ma nulla è impossibile “in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30). Come egli ha accolto i peccatori pubblici nel corso della sua vita terrena, così accoglie nella sua misericordia questa preghiera di confessione del peccato, chiedendo a chi va a lui solo di riconoscere la propria fallibilità, le proprie tenebre, la propria morte: così Cristo potrà diventare “la via, la verità” – cioè la volontà di vivere nella fedeltà – “e la vita” (Gv 14,6) di chi aderisce a lui. Al punto da donare a ogni suo discepolo il Respiro ricevuto dal Padre, quale dono fondamentale dopo la resurrezione (“Venne Gesù, stette in mezzo … soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito santo’”: Gv 20,19.22), Spirito che è la forza in cui donare a nostra volta la remissione dei peccati (cf. Gv 20,23). È questa la verità ultima e definitiva cui ci vuole guidare lo Spirito di verità (cf. Gv 16,13).

Ecco dove può condurre, nel quotidiano, la “vita in Cristo”: a fare di lui il respiro del nostro respiro, ad attraversare con lui ogni angoscia e battaglia, ad accogliere il volto di Dio da lui narrato, in tutta la nostra vita. Lo aveva ben compreso ancora Lutero, a chiusura del suo commento:

“Perché io sono il tuo servo”. Ciò significa: “Io vivo nella grazia, perciò tutta la mia vita serve te, non me; infatti io non cerco me stesso, ma te e ciò che è tuo. Cerco solo e unicamente Gesù Cristo”. Confesso che tutte le volte che ho trovato nella Scrittura qualcosa meno di Cristo non mi sono mai saziato: Cristo è la grazia di Dio, la sua misericordia, la sua giustizia, la sua verità, sapienza, forza, consolazione e beatitudine che Dio ci ha donate senza alcun nostro merito.

Ecco dove ci ha condotti l’itinerario attraverso i sette salmi penitenziali: alla gioia della resurrezione in Cristo. Gioia che ci sarà data in pienezza nel Regno, ma che possiamo incominciare a sperimentare, almeno un po’, già qui e ora, lottando contro le tante forme di morte che ci assalgono, la prima delle quali è il non riconoscere i propri peccati. Strumento di tale lotta è anche il pregare con amore e intelligenza i salmi giorno dopo giorno, meditandoli alla luce del Vangelo di Gesù Cristo, il Signore risorto, vivente e sempre veniente.

O Dio, tu hai fatto risuonare di gioia
l’alba della resurrezione di Cristo,
quando, facendolo risalire dagli inferi,
hai riempito di gioia la terra coperta di tenebre.
Noi ti preghiamo:
come allora hai fatto esultare la comunità degli apostoli,
accorda ancora oggi alla tua chiesa
di essere illuminata dallo splendore
della stella del mattino, il Signore nostro Gesù Cristo.

(Orazione salmica di tradizione romana, inizio VI secolo)

Fratel Ludwig Monti
dal sito del Monastero di Bose