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lunedì 10 aprile 2017

Enzo Bianchi Domenica di passione


La Repubblica 10 aprile 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

La Domenica delle Palme, che ieri i cristiani di tutte le confessioni celebravano alla stessa data, è chiamata anche “di passione” perché apre le liturgie della settimana santa, culminanti nella notte pasquale: raramente tale titolo è stato di così tragica pertinenza come ieri a Tanta e Alessandria d’Egitto.
Da tempo i copti in Egitto sono vittime di ripetute violenze e stragi: tensioni e conflitti, soprattutto nelle zone rurali, sono esacerbati dall’elemento religioso e conducono a distruzioni di luoghi di culto e a vessazioni e minacce; una vera e propria caccia all’uomo, e ai presbiteri in particolare, è in atto nella penisola del Sinai, obbligando intere famiglie a fuggire verso Ismailia e altre città nei pressi del canale di Suez; mentre negli ultimi tre anni attentati nei luoghi di culto in occasione delle maggiori feste cristiane, quando più numerosa è la partecipazione dei fedeli, hanno colpito famiglie intere, specialmente donne e bambini.

Nonostante queste stragi e le perduranti minacce, i copti non rinunciano a testimoniare la loro fede anche pubblicamente, comunitariamente: non smettono di ritrovarsi in chiesa, di mandare i bambini a catechismo, di tatuare sulla pelle il segno della croce, di proclamare apertamente la loro fede. Incoscienza? Volontà di sfida? Vocazione al suicidio di massa? Niente di tutto questo. Solo la ferma, risoluta consapevolezza che, come dicevano i martiri cristiani durante la persecuzione di Diocleziano, “senza la domenica non possiamo!”, non possiamo essere quello che siamo, non possiamo vivere la nostra fede, non possiamo concepire il nostro futuro, non possiamo dirci discepoli del Signore.

Celebrare comunitariamente la Pasqua – e quella “pasqua settimanale” che ricorre ogni domenica – per il cristiano non è una ricorrenza tra le altre, una commemorazione da viversi o meno a seconda di come consiglia la prudenza: si tratta di proclamare la ragione che il credente ha per vivere, quella ragione che lo porta anche ad accettare l’eventualità della morte violenta. Se osservassimo con attenzione la sofferta dignità con cui i parenti delle vittime hanno sempre reagito – si pensi ai familiari dei ventuno operai sgozzati dall’Isis in Libia – se ascoltassimo le loro parole di fiducia nel Signore, a volte persino di perdono verso i carnefici, se uscissimo dagli stereotipi di chi vuole registrare “a caldo” l’indicibile di un dolore umanamente straziante, ci dovremmo rendere conto della quotidiana “banalità della fede”: semplici cristiani come tanti, uomini e donne come ne incontriamo ogni giorno nelle nostre vite, trovano normale continuare a vivere la loro fede come sempre, anche in situazioni che normali non sono più. Certo, i cristiani in Egitto come in tutto il Medioriente e in altre regioni del pianeta conoscono da secoli il prezzo della loro appartenenza a Gesù di Nazareth, conoscono ostilità e persecuzioni che noi in occidente credevamo confinate nei libri di storia o alle estreme frontiere del nostro mondo. Forse anche per questo la recrudescenza di violenza di questi ultimi decenni li ha trovati spiritualmente più preparati, magari più prudenti, ma comunque mai disposti a rinunciare a ciò che ritengono essenziale per vivere e testimoniare la loro fede.

In occasione dei tragici, ripetuti attentati nelle città del nostro occidente, sentiamo ripetere con convinzione il risoluto appello a continuare la nostra vita quotidiana nella convivenza civile: continuare a lavorare, a divertirci, a viaggiare, a incontrarci, a godere di quella libertà per la quale tanti nel secolo scorso hanno pagato un prezzo altissimo. Ecco, i copti ci ricordano che questo è altrettanto vero e decisivo anche per la vita di fede: nonostante tutto, nonostante la morte in agguato, continuare a fare ciò in cui si crede, a pregare insieme, a celebrare insieme gioie e dolori della vita, a trasmettere ai propri figli le parole e gli insegnamenti che si ritengono portatori di vita e di bene.

Se entrambi gli attentati di ieri assumono una valenza e una risonanza mondiale particolari, in quanto tra una ventina di giorni papa Francesco sarà pellegrino di pace in Egitto, l’assalto mortale alla chiesa di San Marco ad Alessandria ha una caratteristica tutta propria: all’interno della chiesa, infatti, aveva appena finito di presiedere la celebrazione festiva il patriarca copto Tawadros II, un uomo di pace e di dialogo sia con i musulmani che con gli altri cristiani, un pastore di grande apertura e spessore spirituale, in profonda sintonia con papa Francesco, un difensore non solo della sua chiesa e dei suoi fedeli ma anche dell’unità e della solidarietà del popolo egiziano. Colpire lui significa voler colpire un artefice del dialogo e uno strenuo sostenitore delle religioni come fattori di pace e non di divisione e di violenza.

Così i sempre più numerosi martiri della chiesa copta – che significativamente fa iniziare il computo degli anni dall’inizio della tremenda persecuzione di Diocleziano – ci ricordano che ci sono ancora uomini e donne fedeli alla loro testimonianza di vita cristiana e a celebrare insieme la Pasqua, vittoria sulla morte e sull’odio. È a questi oscuri testimoni della speranza, semplici fedeli o presbiteri e vescovi – già uno di loro venne ucciso nell’attentato al presidente Sadat – che siamo tutti, cristiani e non cristiani, debitori di senso e di energia vitale.