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mercoledì 1 marzo 2017

Sorelle di Bose - Ci salverà solo l’amore donato


Matteo 25, 31-47

Questa è l’ultima predicazione di Gesù prima della sua Passione, ci parla dell’amore per il prossimo come di un tutt’uno con l’amore per il Signore.



A chi vuole seguirlo per vivere con lui Gesù dice, con una sorta di parabola, dove incontrarlo nel lungo tempo della storia in attesa del suo ritorno.

Quando il Figlio dell’uomo verrà, giudicherà ognuno sull’amore prestato al prossimo bisognoso. Non saremo giudicati su null’altro. Non sulla fede, non sulla speranza, tanto meno sull’appartenenza religiosa, ma solo sull’unico e molteplice frutto cui è ordinata tutta la Rivelazione: sull’amore, sul nostro farci prossimi a chi è nel bisogno.

E il bisogno che affligge la povertà, così come l’amore che lo soccorre, è narrato in modo preciso e concreto, e viene ripetuto nel testo con insistenza martellante, a indicare che agli occhi di Dio è questa la cosa seria della storia e del mondo: la fame delle persone affamate, la sete delle assetate, la multiforme povertà e umiliazione delle persone straniere, il freddo e la vergogna e l’isolamento di quelle nude, carcerate, malate, abbandonate.

In tutta la Scrittura questa miseria dolorosa è il grido incessante che il Signore ode salire dalla terra, come udì il grido muto del sangue di Abele, il grido da Sodoma dove l’ospitalità veniva tradita e gli stranieri usati, il grido della sete di Ismaele, della disperazione di Agar, il grido dall’Egitto, dove Israele era schiacciato dalla schiavitù. E poiché questo grido d’angoscia non ha smesso mai di salire al cielo, il Signore ci ha visitati venendo in mezzo a noi umano e povero nell’uomo Gesù, esposto al patire come noi.

E il Figlio dell’uomo è annunciato nell’atto di rivelare chi lo ha amato, perché è l’incarnazione del Dio compassionevole e il Servo del Signore che patisce e porta su di sé come suo proprio strazio e tribolazione e piaga il dolore di tutti gli esseri umani sofferenti, fino a identificarsi con loro. Oggi ci è rivelata la piena coincidenza, nella storia e oltre, tra il corpo umiliato delle persone povere e quello del Signore, tra il suo volto e il loro volto. Sono loro le membra del suo corpo. Ed è con queste parole profetiche che Gesù rende per sempre i poveri e gli ultimi la presenza più preziosa e la più esigente per discepoli e discepole, magistero quotidiano per aver parte con lui in questo mondo e in quello futuro. La risposta verso chi è in condizioni di debolezza diventa il criterio per discernere in noi stessi e nella Chiesa e nel mondo ogni progetto e gesto di empietà, perché l’empietà, che è idolatria, ha sempre, come cuore e frutto, l’indifferenza e l’odio per le persone deboli, povere, straniere, sempre giudicate irrilevanti.

Le Scritture ci attestano che il diritto del Signore nostro Dio coincide col diritto del nostro prossimo nel bisogno, perché è il Signore stesso che attende nella persona dei poveri il nostro soccorso, la condivisione di ciò che siamo e abbiamo. Così chi umilia e ignora una persona povera, umilia e ignora il Signore. Il Signore dà la propria voce e il proprio volto ai poveri di tutta la storia, e svela la beatitudine di chi lo ha soccorso e l’infelicità di chi non lo ha soccorso. Fa molta impressione che qui neppure siano nominate le violenze e le angherie che noi umani sappiamo infliggere alle persone più deboli di noi e che la Bibbia ben conosce. Qui basta l’omissione di soccorso per essere rivelati malvagi e del tutto estranei al Signore. In quel giorno nessuno dirà la povertà che ha patito, il suo bisogno tormentoso: perché di tutto questo dolore si farà voce il Signore rivelandolo come suo dolore, come il dolore di Dio. Ma ognuno sarà riconosciuto sull’attenzione e la risposta, offerta o negata, al dolore del suo prossimo, alla fame, alla sete, alla nudità e alla vergogna, all’isolamento e all’umiliazione, all’afflizione patite dal suo prossimo.

Ancora una volta Gesù ci insegna che non il nostro dolore ci salva, ma sempre e soltanto l’amore.

a cura delle sorelle di Bose