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giovedì 9 marzo 2017

Rosanna Virgili “E allora Maria disse”


👪 Come il saluto di Maria aveva riversato la gioia dello Spirito in Elisabetta, così le ultime parole di Elisabetta provocano un’esplosione di gioia e di Spirito in lei. La beatitudine che le deriva dall’aver creduto diventa un fiume di canto sulla sua bocca dove si loda l’incredibile opera di Dio!
“Dilata il Signore la mia anima”: non c’è posto neppure nell’anima per tanta bellezza, occorre che il Signore la dilati e la predisponga a quanto vi depone. La bellezza sta nella bontà di un Dio che ha guardato la sua “serva”.
Qui Maria non allude a se stessa come donna di Nazaret, ma si fa voce di tutta Israele. Israele è, infatti, il servo del Signore, come esprime chiaramente il v. 54: “Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi del suo amore”. La parola “servo” apre e chiude il Magnificat. Esso designa il partner del Dio dell’alleanza e della promessa: il Dio di Abramo. Israele, in Maria, è un servo umile, colui che il Signore solleverà dalla polvere: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (v. 52). In lei sono celebrati tutti i titoli e le condizioni del popolo di Dio.
Con il Magnificat Maria annuncia il superamento della funzione del Tempio: lei è il popolo di Abramo con la sua umiltà e la sua speranza di essere innalzato; lei è il sacerdote di questa speranza che viene benedetta da Dio; lei è corpo di un Dio che la inabita, dilatando la sua persona, come fece, nel passato, con Abramo, e come farà di nuovo, nel futuro incipiente, attraverso suo figlio. Quando arriva Maria con la sua creatura divina nascosta nel grembo, Israele non ha più bisogno di un Tempio! Il suo grembo è l’autentico Tempio.
Ha rovesciato i potenti - Il Magnificat è il canto di gioia dei servi, cioè di tutto Israele. Esso è, infatti, il servo del Signore. Ma non il sottomesso. Al contrario, quando nel Primo Testamento Dio parla al suo popolo eletto lo definisce suo servo, in quanto gli appartiene, e gli appartiene proprio perché è lui che l’ha liberato dalla schiavitù di Egitto.
39Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; 40sia presso di te come un bracciante, come un ospite. Ti servirà fino all’anno del giubileo; 41allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. 42Essi sono infatti miei servi, che io ho fatto uscire dalla terra d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi. (Lv. 25, 39-42)
Servi dunque, acquistati a caro prezzo! Il Dio dell’Esodo fece morire i primogeniti di Egitto per riscattare Israele. Da quella prima Pasqua, nessuno potrà più mettere un segno di schiavitù sui figli di Abramo.
Essi sono nati liberi, da quell’atto di salvezza che li fece uscire dall’Egitto. Il Magnificat riecheggia il Canto di Miriam (anche lei una Maria…) “51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili “ (Lc 1, 51-52) “6La tua destra, Signore, è gloriosa per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico” (Es.15,6).
La gioia e il giubilo per il passaggio del mare, che è anche passaggio dall’oppressione alla libertà, è danza di memoria nel Cantico di Miriam, ma diventa profezia nel Cantico di Maria. Mentre Miriam cantava un fatto accaduto, Maria ne anticipa uno ancora a venire. La sua certezza che il miracolo antico si rinnovi, che quel che canta cominci a succedere di nuovo, sta in quel batuffolo di carne e di speranza che si porta nel ventre.
Dalla voce di Maria che sale come inno di fede inarginabile, prende forma un altro primogenito, un prezzo di riscatto per una terra tutta vestita di promessa.
Il canto dei poveri - Forse nessuno è riuscito a cantare e inaugurare le speranze dei poveri come chi ha composto il Magnificat. Un concerto di forza, di meraviglia, di fede e di visione, di speranza e di perfetta carità. Una parola che arriva direttamente all’orecchio di Gesù e sembra dargli suggerimento per il primo discorso della sua vita pubblica, nella sinagoga di Nazaret: “8Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi” (Lc.4, 18)
“Beati i poveri” è la prima parola di Gesù anche nel Vangelo di Matteo (cf. Mt5,3=Lc.6,20). Gesù impara da sua madre. Lei imprime il codice genetico, il carattere essenziale alla fede cristiana: la buona novella ai “servi”, agli umili, agli affamati. Una fede “diacona” che annuncia ai “diaconi” l’amore di un Dio “diacono”.
Rovesciando, così, i potenti dai troni, tutti coloro, cioè, che pretendono di togliere a chi serve la signoria sulla terra, sulla vita e perfino sulle cose di Dio.
“Magnifica il Signore, anima mia, perché hai avuto misericordia di Israele e l’hai soccorso. Hai rovesciato coloro che lo privavano della sua libertà dinanzi a te, di coloro che usurpavano un potere non consentito: quello di farsi padroni della sua fede. Oggi, Signore, gli affamati possono nutrirsi di te, gli umili possono venire fino a te, i figli di Abramo possono godere della tua promessa.”
Questa donna di Galilea viene ad annunciare una comunità cristiana che, un domani, dirà per bocca di Paolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede, siamo invece collaboratori della vostra gioia” (2Cor.1,24)

Biblista
da “Il «no» di Elisabetta” Lettura di Luca 1-2

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