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venerdì 31 marzo 2017

Ludwig Monti Sofferenza personale e comunitaria


📖 Quaresima, tempo di penitenza, di pianto per i propri peccati e di ritorno al Signore, attraverso l’amore fraterno. Scegliamo di accompagnare questo cammino con il commento ai sette salmi penitenziali, uno per ogni venerdì di Quaresima: giorno particolarmente simbolico, nel quale, anche grazie alla pratica intelligente del digiuno a cui la chiesa ci invita, possiamo conoscere meglio il nostro cuore e disporci ad accogliere la chiamata del Signore a fare ritorno a lui.

Questi sette salmi non sono una raccolta messa in evidenza dal Salterio con qualche titolo specifico, non appartengono neanche a un determinato genere letterario. È la sapienza della grande tradizione cristiana ad averli costituiti in un settenario glorioso, da leggere, meditare e pregare per accompagnare il proprio pentimento. Tracce di tale raggruppamento sono già presenti in Origene (185-254) e in Agostino (354-430; il suo biografo scrive che egli amava e meditava con particolare intensità una collezione di “pochissimi salmi di penitenza”); ma il primo a collegare esplicitamente tra loro questi sette salmi è Cassiodoro (485-580): “Nel libro del Salterio, secondo l’uso recepito dalle chiese, i penitenti vengono ammaestrati da sette particolari insegnamenti, utilissimi a chi vuole chiedere perdono al Signore … Questi salmi sono gli strumenti più efficaci per la purificazione del nostro cuore, per rinascere dalla morte dei peccati e passare dal pianto alla gioia nel Signore”.

Intraprendiamo dunque questo itinerario dal pianto alla gioia, percorrendo le sette tappe indicate dalla sapienza di questi salmi.

I sette salmi penitenziali: 
5) Salmo 102

QUINTA TAPPA: SOFFERENZA PERSONALE, SOFFERENZA COMUNITARIA



1 Preghiera di un povero che soffre
e sfoga davanti a Dio il suo lamento.

2 Signore, ascolta la mia preghiera
il mio grido giunga no a te,
3 non nascondere a me il tuo volto
nel giorno in cui sono nell’angoscia
verso di me piega il tuo orecchio
quando ti chiamo, presto, rispondimi.

4 Come fumo svaniscono i miei giorni
le mie ossa ardono come brace,
5 il mio cuore secca come erba falciata
mi dimentico di mangiare il mio pane
6 a forza di gridare il mio lamento
la mia pelle aderisce alle mie ossa.

7 Somiglio alla civetta del deserto
sono come il gufo tra le rovine
8 nella notte resto insonne a vegliare
solitario come un passero su un tetto.

9 I miei nemici mi oltraggiano tutto il giorno
accaniti imprecano contro di me
10 la cenere è il pane che mangio
alla mia bevanda mescolo le lacrime.

11 A causa della tua collera e del tuo sdegno
mi hai sollevato e poi scagliato a terra
12 i miei giorni come l’ombra che declina
e io avvizzisco come l’erba.

13 Ma tu, Signore, regni per sempre
il tuo ricordo di età in età,
14 tu sorgerai e avrai compassione di Sion
l’ora è venuta di usarle misericordia:
15 i tuoi servi hanno care le sue pietre
per la sua polvere provano amore.

16 Le genti temeranno il Nome del Signore
la tua gloria tutti i re della terra,
17 quando il Signore ricostruirà Sion
quando vi apparirà nella sua gloria
18 esaudirà la preghiera del solitario
non avendo disprezzato la sua supplica.

19 Si scriva questo per la generazione futura
e il popolo ricreato loderà il Signore:
20 dall’alto del Santo osserva il Signore
dai cieli egli guarda sulla terra
21 per ascoltare il lamento del prigioniero
per liberare i condannati alla morte.

22 Il Nome del Signore sarà esaltato in Sion
sarà lodato in tutta Gerusalemme
23 quando si raduneranno i popoli
e i regni e insieme serviranno il Signore.

24 Lungo il cammino [il Signore] ha fiaccato la mia forza
ha abbreviato il numero dei miei giorni
25 e io ho gridato: «Mio Dio!
non prendermi alla metà dei miei giorni!».

I tuoi anni nei secoli dei secoli
26 dal principio hai fondato la terra,
i cieli sono opera delle tue mani
27 ma essi passeranno, tu resterai
si consumano come un tessuto
come un vestito tu li rinnoverai.

28 Saranno rinnovati, ma tu resterai
i tuoi anni non hanno mai fine
29 i figli dei tuoi servi avranno una dimora
la loro discendenza resterà alla tua presenza.


“Preghiera di un povero che soffre e sfoga davanti a Dio il suo lamento”: nella soprascritta del salmo 102 è contenuta la sua efficace sintesi. Siamo di fronte a un testo composito, che alterna la dimensione personale e quella comunitaria, collettiva:

lamento per la sofferenza personale (vv. 2-12);
lamento per la sofferenza comunitaria, del popolo di Dio in esilio (vv. 13-23; si veda il riferimento alle rovine di Sion, Gerusalemme, ai vv. 14-15);
lamento per la sofferenza personale (vv. 24-28);
speranza finale: la discendenza dei servi del Signore vivrà in pace alla sua presenza (v. 29).

Riprendendo numerose affermazioni tratte da altri salmi e da passi profetici, l’orante descrive con immagini molto intense la sofferenza che lo attanaglia. Per una volta, soprattutto dopo l’ampio e dettagliato commento al salmo 50 (51), lascio ai lettori il compito di soffermarsi su tali immagini, di gustarne tutto l’aspro sapore leggendole, rileggendole e riascoltandole nell’audio qui proposto. Faccio solo notare che quest’uomo sente la propria condizione come punizione divina, secondo quel riflesso psicologico che abbiamo già commentato in altri salmi. In realtà non è Dio che castiga, ma nella nostra debolezza umana, non riusciamo a esprimerci diversamente… Il miglior commento alle parole del v. 11 si trova in un altro salmo, che ancora una volta si esprime con gli stessi toni:

Siamo consumati dalla tua ira, Signore,
dalla tua collera siamo spaventati:
tu metti le nostre colpe davanti a te
le nostre opacità alla luce del tuo volto.
Per la tua collera svaniscono i nostri giorni,
i nostri anni se ne vanno come un soffio.
La nostra vita arriva a settant’anni,
a ottanta se ci sono le forze:
quasi tutti sono pena e fatica.
passano presto e noi ci dileguiamo (Sal 89,7-10).

Qui addirittura il salmista non può nemmeno spingersi così avanti, ma è come annichilito da una tristissima prospettiva: “Ho gridato: ‘Mio Dio! Non prendermi alla metà dei miei giorni!’” (v. 25; cf. Is 38,10).

Eppure, anche in tale condizione, continua a confidare nel Signore, a rivolgersi a lui con enorme fiducia e speranza: “Tu, Signore, regni per sempre, il tuo ricordo di età in età … Il Nome del Signore sarà esaltato in Sion, sarà lodato in tutta Gerusalemme … I cieli sono opera delle tue mani, ma essi passeranno, tu resterai; si consumano come un tessuto, come un vestito tu li rinnoverai. Saranno rinnovati, ma tu resterai” (vv. 13.22.26-28). Da dove nasce questo slancio interiore? Dalla coscienza che “l’amore del Signore è per sempre” (ritornello del salmo 135), ed è un amore che tocca certamente il singolo, ma si estende anche a tutto il popolo dei credenti di cui egli fa parte, anzi a tutti gli umani, per sempre: “I tuoi anni nei secoli dei secoli … I tuoi anni non hanno mai fine” (vv. 25.28). Ecco un discernimento davvero liberante, che ci fa alzare lo sguardo e respirare nell’esteso spazio della misericordia di Dio: i miei giorni finiranno, ma l’amore di Dio no, il suo amore è per sempre. Amore per me, per ciascuno, per tutti.

Dunque, anche quando si consumeranno i cieli e giungerà il Giorno, il giorno del giudizio, della venuta gloriosa del Signore, della fine di questo cielo e di questa terra (cf. 2P 3,8-10), non dovremo temere nulla. Sarà l’ora del suo giudizio temibile e misericordioso, del quale Gesù ci ha svelato il criterio: saremo giudicati in base all’amore concreto che avremo saputo vivere verso ogni nostro fratello e sorella in umanità, soprattutto gli ultimi, i più poveri (cf. Mt 25,31-46). La prospettiva del nostro salmo non è molto diversa: unire la propria sofferenza a quella comunitaria (in una visione che si allarga fino al mondo intero, alla comunità di tutti gli esseri umani), significa già ampliare i nostri orizzonti, dilatare i nostri cuori ai “sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fili 2,5), sapere anche noi ascoltare il lamento di ogni prigioniero (di ogni tipo di catene!), soffrire insieme a quanti vanno verso la morte (cf. v. 21), cioè tutti gli umani. Nessuna sofferenza di nessun essere umano ci può essere estranea: solo con questa chiara consapevolezza, potremo rivolgerci a Dio e supplicarlo anche per le nostre personali sofferenze, con “cuore puro e spirito saldo” (Sal 50,12).

È esattamente ciò che ha fatto Gesù, come ha saputo cogliere con un’intelligente sintesi Agostino, commentando la soprascritta del salmo:

Un povero prega. Quale povero? Colui che “si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9). Guarda le sue ricchezze: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui” (Gv 1,3). Come è giunto a mangiare un pane di cenere e a mescolare la sua bevanda con le lacrime (cf. v. 10)? Sì, è lui che ha assunto la forma di schiavo (cf. Fili 2,7), è lui lo stesso povero che dice: “Dai confini della terra ho gridato a te” (Sal 60,3).

Sì, nel farsi uomo il Signore Gesù ha assunto dall’interno tutta e ogni nostra povertà, dunque si è fatto povero della nostra povertà, fino a “prendere su di sé le nostre debolezze e caricarsi delle nostre malattie” (cf. Mt 8,17; Is 53,4), fino a morire d’amore, potremmo dire. Proprio per l’amore che ha vissuto e patito è stato richiamato dai morti e ora, risorto per sempre, “sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rm 8,34): ormai in Dio c’è la nostra umanità crocifissa con Cristo e risorta con lui (cf. Rm 6,8; Col 2,12)!

Questo stile proprio del passare sulla terra di Gesù, del suo condividere le nostre sofferenze, è espresso splendidamente in un testo liturgico che dovremmo meditare con più attenzione, in particolare in questo tempo di Quaresima:

O Cristo,
la tua passione è anche passione dell’umanità:
è la fame degli affamati, la sete degli assetati.

O Cristo,
la tua passione continua tra i viventi:
è il languire dei malati, l’agonia dei morenti.

O Cristo,
la tua passione è presente nella storia:
è l’oppressione dei poveri, la tortura dei perseguitati.

O Cristo,
la tua passione è sofferta in mezzo a noi:
ogni dolore è tuo dolore, ogni vergogna è tua vergogna.

Ed è proprio per Cristo, con Cristo e in Cristo che possiamo accogliere con gratitudine un’audace intuizione della tradizione ebraica sul nostro salmo: “Sta scritto: ‘Preghiera di un povero’, ma si può anche leggere: ‘Preghiera a un povero’”. È Dio il povero che soffre con noi e ci prega di accogliere il suo patire insieme a noi: a ciascuno di noi e a noi tutti insieme.

Signore, tu che ascolti la nostra preghiera,
porgi l’orecchio alla nostra supplica.
Schiavi del peccato,
noi appassiamo come erba secca:
donaci di essere risollevati
grazie al tuo sguardo pieno di misericordia.

(Orazione salmica di tradizione romana, inizio VI secolo)

Fratel Ludwig Monti
dal sito del Monastero di Bose