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giovedì 9 marzo 2017

Commenti Vangelo 12 marzo 2017 II Quaresima


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Commento di Paola Radif
(uscito su Il Cittadino del 12 marzo 2017)

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA
Vangelo: Mt 17, 1-9


Abbracciando con un solo colpo d'occhio i brani evangelici delle domeniche di Quaresima,ciclo A, intravediamo la possibilità di compiere con l'aiuto della liturgia un graduale passaggio dalla morte alla vita, dal buio alla luce. Nella prima domenica, abbiamo già trovato le tentazioni, oscura trama perversa di Satana, a cui Cristo tiene testa, nella Trasfigurazione odierna ecco un trionfo di luce, e poi, cammin facendo ci verrà incontro la Samaritana della terza domenica, il cieco nato, Lazzaro risorto: tutto s'inquadra e si conferma come evento di vita.
Oggi incontriamo i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, intenti a salire sul monte Tabor, luogo che fu scenario della biblica vittoria di Israele al tempo della profetessa Debora (Gdc cap. 4).
Oggi, qui, non battaglie né vittorie con gli eserciti, ma ben di più: un'anticipazione di paradiso che ciascuno dei tre sinottici ha riferito a modo suo, secondo la propria sensibilità e capacità di comprensione.
La trasfigurazione è un evento straordinario, un raggio di eternità che per un momento investe i tre apostoli e trova il suo significato non come prova della divinità di Cristo, ma come pegno di una beatitudine futura garantita.
Condizione importante per i tre testimoni è quella di “non dire a nessuno” ciò che hanno visto e udito perché non è ancora giunta l'ora della piena rivelazione di Cristo, Figlio di Dio, Messia lungamente atteso.
Due grandi personaggi, il legislatore e il profeta, Mosè ed Elia, partecipano all'evento, dove Antico e Nuovo Testamento s'incontrano, ma non c'è contrasto tra il vecchio e il nuovo: l'uomo è sempre lo stesso, deve solo cambiare il suo cuore, temperare la rigidità della legislazione ebraica con la misericordia del messaggio di Cristo. Dall'alto arriva il suggello di Dio Padre che investe ufficialmente il Figlio del suo ruolo, come già al Battesimo sul Giordano.
Nella versione di Luca si dice che Pietro e gli altri erano “oppressi dal sonno” così come accadde nell'orto degli ulivi in circostanze ben più drammatiche. Questo riferimento può adattarsi anche a noi, perché è forte il rischio di cedere al sonno proprio quando il Signore potrebbe esserci particolarmente vicino per chiederci qualcosa o semplicemente per parlarci: “Timeo Dominum transeuntem”, secondo l'espressione di Sant'Agostino, che temeva non accorgersi del Signore che ci passa vicino.
Quando San Giovanni Paolo II volle modificare la struttura del rosario aggiungendo i misteri della luce, mise in un rilievo tutto particolare l'aspetto luminoso della venuta di Cristo, come del resto il prologo di Giovanni sottolinea. “Veniva nel mondo la luce vera” (Gv 1,9). Ma non basta. Una luce non accolta non ha efficacia. La luce continua a essere tale, ma chi non ne fruisce è nel buio. Deve intervenire la personale adesione per lasciarsi illuminare e poter irradiare questa luce all'intorno. Quello che la luna fa ubbidendo al ciclo che le è imposto dalla natura, splendendo contro lo scuro sfondo del cielo notturno, lo stesso possiamo fare noi, creature dotate di intelligenza per comprendere e volontà per agire.
La luce non è nostra, noi possiamo rifletterla e diffonderla. E se, rispetto alla luminosità degli astri, la nostra piccola luce non potrà neppure mettersi a confronto, possiede di certo un piccolo watt in più: l'amore che la fa pulsare.

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