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venerdì 10 marzo 2017

Alberto Maggi Il Papa che lasciò la Chiesa


Potrà mai accadere che un papa, una volta convertito al vangelo, abbandoni la Chiesa ufficiale? L’ipotesi, per quanto assurda, non è poi tanto strampalata, perché è quel che accadde ai primordi del cristianesimo... Su ilLibraio l'analisi del biblista Alberto Maggi


Potrà mai accadere che un papa, una volta convertito al vangelo, abbandoni la Chiesa ufficiale? L’ipotesi, per quanto assurda, non è poi tanto strampalata, perché è quel che accadde ai primordi del cristianesimo. Luca narra negli Atti la travagliata conversione di Pietro, che Gesù aveva garantita con queste parole: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). L’evangelista presenta le tappe del lungo cammino di conversione di Pietro, iniziato da quando accolse dei pagani, e comprese che “non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28). Era la Legge che creava distinzioni tra persone accette a Dio e altre escluse, non il Signore. Questa apertura di Pietro ai pagani suscitò l’irata reazione degli zelanti custodi dell’ortodossia, che lo richiamarono a Gerusalemme, per render conto del suo operato, e “lo rimproveravano dicendo: Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!” (At 11,2-3). I grandi problemi della religione sono sempre ridicoli e hanno alla base il nulla, in questo caso un prepuzio, e per un prepuzio era sorta una controversia che spaccò la Chiesa primitiva rischiando di farla naufragare (At 12,5-12).

Al re Erode Agrippa I, favorevole ai farisei, non parve vero. Questa crisi nella comunità dei seguaci del Cristo, con il calo di prestigio di Pietro, gli permetteva di colpire i vertici della Chiesa. Tanto per vedere le reazioni, fece decapitare Giacomo, il fratello di Giovanni (At 12,2) e, “vedendo che ciò era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro” (At 12,3), con l’intenzione di farlo morire subito dopo la Pasqua.

La prigionia fu provvidenziale per Pietro, perché lo portò finalmente alla sua piena conversione e a comprendere che le vere catene, quelle dalle quali è più difficile liberarsi, erano quelle interiori, la schiavitù di un’ideologia religiosa accettata e radicata nel profondo dell’essere. Ma ci volle un intervento del Signore per liberare Pietro non solo dalle catene e dalla prigione di Erode, ma anche “da tutta l’aspettativa del popolo dei Giudei” (At 12,11). Quel che i Giudei desideravano, e che Pietro aveva strenuamente condiviso, era l’attesa di un Messia guerriero, vincitore e trionfante. Era questa la prigionia che opprimeva Pietro e che gli aveva impedito di seguire liberamente Gesù, conducendolo poi al suo rinnegamento (Lc 22,54-62).

Ora Pietro prende le distanze dal suo popolo e dall’attesa del Messia trionfatore e, uscito dal carcere, non si reca, come ci si sarebbe aspettato, nella Chiesa ufficiale di Gerusalemme, retta ormai da Giacomo, il “fratello del Signore” (Mc 6,3; Gal 1,9). Ultraconservatore e filo-giudeo, per il fatto di essere il fratello di Gesù, pur non avendolo mai seguito nella sua vita (“neanche i suoi fratelli credevano in lui”, Gv 7,5), Giacomo intende far valere i suo diritti dinastici nella nascente Chiesa di Gerusalemme, che presiede con fare autoritario (At 15,13-21), e che viene strutturata secondo il modello gerarchico giudaico con gli Apostoli, rimasti legati alla Legge di Mosè, e gli Anziani, che amministrano i beni della comunità. Un gruppo che non si distingue dalle tante correnti del giudaismo, e che viene tollerato e lasciato in pace. Per questo i seguaci di Gesù non verranno riconosciuti come tali a Gerusalemme, bensì ad Antiochia, dove “per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11,26). E ad Antiochia, anziché Apostoli e Anziani, ci sono Profeti e Maestri che formulano e insegnano il messaggio del Cristo.

Pietro, “dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano” (At 12,12). Dopo l’uccisione di Stefano e la dispersione di tutti i credenti di lingua greca (At 8,1-3), si era prodotta una chiarificazione nel seno della Chiesa giudeo-credente: gli Apostoli, non toccati dalla persecuzione, rimasero installati nella Chiesa ufficiale di Gerusalemme, mentre i credenti più aperti al mondo pagano si riunirono attorno a Giovanni Marco, l’evangelista garante del messaggio di Gesù. Attraverso tre personaggi, Luca presenta il modello ideale di Chiesa: la casa è di Maria, il che significa che è una donna che presiede la comunità. Maria è la madre di (Giovanni) Marco, l’autore del vangelo che porta il suo nome. Poi comparirà un terzo personaggio, Rosa (Rode), la serva. Pertanto la Chiesa che pregava incessantemente per Pietro (At 12,5) e alla quale egli ora si dirige, è centrata sul vangelo (Giovanni Marco), presieduta dall’amore (Maria, la madre), e si manifesta nel servizio (Rosa, la serva).

Tanta è la sorpresa di trovare Pietro davanti alla porta, che Rosa non gli apre! Quando finalmente decidono di aprire a Pietro, che continuava a picchiare alla porta, “rimasero stupefatti” (At 12,16). Pregavano per la liberazione di Pietro, ma non potevano credere che colui che era stato finora il massimo rappresentante della Chiesa di Gerusalemme arrivasse a bussare alla loro piccola comunità.Dopo aver raccontato le vicissitudini della sua liberazione, Pietro conclude con queste parole: “Riferite questo a Giacomo e ai fratelli” (At 12,15). Pietro non ha alcuna intenzione di prendere contatti con Giacomo e la comunità ufficiale di Gerusalemme, dalla quale si è ora liberato, ma la informa del processo di liberazione che ha vissuto. Per quel che lo riguarda, Pietro, uscito “se ne andò verso un altro luogo” (At 12,17), la sua conversione è completata e così la sua liberazione.