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venerdì 3 febbraio 2017

Rosanna Virgili La benedizione di Elisabetta


L’importanza della figura di Elisabetta, all’inizio della storia cristiana, non viene sempre illuminata come dovrebbe. Ma la lettura del primo capitolo del vangelo di Luca ci invita a farlo con esplicite ragioni. Tanto la sua vita e le sue parole sono intrecciate con la nascita di Gesù che sarebbe impossibile non riconoscere alla moglie di Zaccaria, un ruolo di primo piano nella venuta al mondo del figlio di Dio.


La sua insperata attesa di Giovanni è ormai una realtà — è già al sesto mese di gravidanza — quando l’angelo raggiunge sua cugina Maria, nella lontana Galilea. Per lei, la figlia di Levi, che viveva nei pressi di Gerusalemme, città capitale politica e religiosa, quella parente doveva essere un po’ “alla larga” e dovevano frequentarsi poco, vista la distanza, ma anche la differenza sociale tra le due. Elisabetta è una adulta signora, moglie di un sacerdote che officia nel Tempio, una classe affatto alta, nella gerarchia degli ebrei di Palestina. Maria, invece, era una ragazza di campagna, una semplice ebrea di provincia. Elisabetta è sposata da anni, naturalmente con un uomo del suo ceppo e del suo rango: i leviti, infatti, sposavano donne levite e viceversa. Maria era ancora promessa sposa a un uomo della famiglia di David, una buona famiglia certamente, una stirpe messianica, tuttavia laica. In un periodo — come quello del tempo — in cui messia non ce n’erano più e il potere apparteneva ai sacerdoti, anche Giuseppe era un uomo qualunque. Ma la sorpresa verrà dall’alto, da una volontà divina che un angelo portò a compimento, recandosi dal Tempio di Gerusalemme proprio nella lontana regione galilaica a salutare Maria.

Quella visita così straordinaria si concluse con un annuncio altrettanto straordinario: Maria diventerà la madre del «figlio dell’altissimo» (cfr. Luca 1, 26-38).

Da quel momento le due donne diventano un tutt’uno e Maria vola da Elisabetta. Un comune sogno e un comune destino ne segnano il cammino. Il percorso di Maria sembra calcato su quello che l’angelo ha appena fatto verso di lei. Parte dalla Galilea, dalla sua Nazaret e si reca, plausibilmente a piedi, sino in Giudea. Rispetto a quello dell’angelo, il suo è un cammino a ritroso. Il villaggio di Elisabetta non ha un nome, di esso si dice solo che fosse sulle montagne della Giudea (cfr. Luca 1, 39); un luogo che la tradizione ha identificato con Ain Karim, a sei chilometri da Gerusalemme.

Ciò che importa è che siamo in Giudea. E che quella sua parente appartenesse a una “sacra” famiglia. Giunta in città, Maria si comporta identicamente all’angelo: «entra nella casa di Zaccaria e saluta Elisabetta» (Luca 1, 40). Ciò che potrebbe sembrare un gesto normalissimo assume qui un valore teologico fondamentale: ella non va solo a trovare sua cugina Elisabetta, ma entra nella casa del sacerdote e quanto vi porterà coinvolge e cambia radicalmente la realtà e la funzione dei sacerdoti del Tempio.

Cosa porta la ragazza di Nazaret? La voce del saluto di Gabriele e la fonte della vita: la sua parola è feconda come quella di Dio e risveglia la vita. Elisabetta, infatti, sente suo figlio sussultare nel grembo, proprio quando Maria la saluta. Ciò che la vergine ha ricevuto dall’annuncio dell’angelo, ora lo riversa su di lei: Maria si è fatta angelo di Dio!

La corsa di Maria è accolta da una benedizione. In essa il segno della grandezza di quell’impresa: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo » (Luca 1, 47) sono le parole di Elisabetta. La benedizione, quando non viene dalla bocca di Dio, ma da quella di un essere umano, è causata dallo stupore e dalla gratitudine per qualcosa di grande che la persona benedetta ha fatto. Un primo esempio è quello di Abramo. Un’azione di grande generosità aveva compiuto Abramo a favore della città di Sodoma: aveva sconfitto i nemici che le avevano dichiarato guerra, restituendole il territorio e la libertà (cfr. Genesi 14). Abramo non aveva voluto niente per sé come compenso, mostrandosi affatto disinteressato in relazione al suo impegno e alla sua solidarietà con la città di suo nipote Lot. Ed è in tale frangente che ricevette una benedizione dal sacerdote Melchisedek:

«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

creatore del cielo e della terra,

e benedetto sia il Dio altissimo,

ché ti ha messo in mano i tuoi nemici» (Genesi 14, 19-20).

Data da un sacerdote, la benedizione giunge ad Abramo come un tributo di Dio per quanto egli ha compiuto. Il Dio di Melchisedek è chiamato «altissimo» come il Dio di cui Gesù è figlio, secondo le parole dell’evangelista (cfr. Luca 1, 32). La benedizione di Elisabetta scaturisce proprio da colui che Maria già porta in grembo: il Figlio dell’Altissimo. Per questo come il sacerdote Melchisedek benedice il Dio altissimo, così Elisabetta benedice il figlio dell’altissimo, cioè il «fruttodel suo grembo »; e come il sacerdote invoca la benedizione di Dio su Abramo, ugualmente Elisabetta benedice Maria.

La figura di Maria si fa sostituta di quella di Abramo e ciò verrà confermato nel Magnificat, che così si conclude: «Come aveva promesso ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza per sempre » (Luca 1, 55).

«Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle», aveva detto Dio ad Abramo, «tale sarà la tua discendenza» (Genesi 15, 5). Nel figlio che lievita nel grembo di Maria, alita la pienezza della promessa antica.

Elisabetta, per contro, diventa un “sacerdote” simile a Melchisedek, estranea, cioè, a ogni autorità ereditaria e legittima della funzione sacerdotale, ma è lei a benedire sia Maria che Dio, a rendere grazie, cioè, della grande impresa che si realizza nella sua parente: accogliere e portare il figlio di Dio.

Un altro caso che può contribuire a illuminare il senso della benedizione di Elisabetta è quello di Giuditta. Piena di sapienza e di bellezza, di prudenza e di bontà, Giuditta — la “giudea” — rappresenta la sapienza stessa di Israele. Grandi furono il suo coraggio, la sua forza e la sua generosità che sottrassero Betulia all’assedio dei nemici. Al ritorno dalla sua eroica impresa, Giuditta si presentò vittoriosa alla porta della sua città e fu allora che: «Tutto il popolo si stupì profondamente e tutti si chinarono ad adorare Dio, esclamando in coro: “Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo”. Ozia a sua volta le disse: “Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo, più di tutte le donne che vivono sulla terra, e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato”» ( Giuditta 13, 17-18).

Lo schema è sempre lo stesso: prima si benedice Dio, poi colei (o colui, come nel caso di Abramo) che ha compiuto un’impresa straordinaria, di cui Dio è stato all’origine, ma grazie alla fede di chi crede in lui. Le imprese che meritano la benedizione sono sempre descritte in termini bellici. Quella di Abramo è una guerra tra popoli che si contendono un territorio; quella di Giuditta è una guerra tra una città e i nemici che la stanno assediando; quella di Maria è la rivoluzione che Dio porta tra i poveri e i ricchi, per cui questi ultimi verranno rovesciati e i poveri, invece, verranno esaltati.

Ma il dettaglio che accosta e distanzia, allo stesso tempo, Maria e Giuditta, è lo strumento utilizzato per la salvezza del popolo: Giuditta ha usato la sua mano audace nel brandire la spada di Oloferne; Maria ha usato il suo grembo inerme della tenerezza di un figlio. Maria non usa violenza, ma la sua piccola creatura. Il frutto di questo grembo diventa, allora, la ragione della benedizione di Elisabetta, perché è da lui che verrà la grande opera della salvezza di Dio.

Mentre nei casi precedenti sono re e sacerdoti a dare la benedizione, il caso di Debora e Giaele è ancor più simile al nostro, perché una donna benedice un’altra donna. Collocato anch’esso nel contesto di una guerra e scaturito dalla vittoria di Israele, il cantico di Debora benedice una donna per il suo provvidenziale coraggio: «Sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Cheber il kenita, benedetta fra le donne della tenda! Acqua egli chiese, latte ella diede» ( Giudici 5, 24-26).

Nei periodi più difficili della storia di Israele, spesso entrano in gioco le donne che si alleano tra loro per salvare il popolo. I tempi di Debora e Giaele, quelli di Noemi e di Rut e persino delle figlie di Lot, dalla cui audace iniziativa ebbero origine i popoli di Moab e di Ammon (cfr. Genesi 19, 30-38). Quando gli uomini si mostrano fragili, corrotti e pavidi, o quando mancano del tutto, entrano in gioco le donne.

Il tempo di Maria e di Elisabetta è uno di questi. Tempo di attesa e di crisi profonda, di stanchezza e di ristagno della fede di Israele. Un tempo in cui Dio, come risposta alla gestione miope e chiusa che del Tempio facevano sacerdoti e dottori, preparava un’altra grande impresa per il suo popolo: la nascita di un figlio, che l’avrebbe colmato di gioia.

Elisabetta benedice Maria per il dono che riceve da lei rendendole la gioia profonda dell’essere madre: «Il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo » (Luca 1, 44). Questa benedizione ha un linguaggio squisitamente liturgico e si celebra dentro una casa. Quella casa può essere paragonata al Santo del Tempio! Ma in essa non c’è un “dentro” e un “fuori”, come, invece, accade, nel Tempio. Qui c’è un’umanità e una divinità che si intrecciano nel corpo di due donne. Dio non si mostra più protetto e arcano come nel grembo del “Santo dei santi”, ma vivo e umano, nelle braccia del popolo di Dio.

Elisabetta e Maria sono il simbolo di quel popolo che prega e aspetta fuori (cfr. Luca 1, 10.21), ma, allo stesso tempo, diventano voce di quel Dio della vita che pure abita nel Tempio e sono corpo dello stesso angelo che, prima, era ritto sull’altare (cfr. Luca 1, 11).

Dio si fa Spirito santo su Maria e su Elisabetta, venendo per sempre ad abitare in mezzo al suo popolo. Quando Elisabetta chiede: «A che debbo che la madre del mio Signore venga da me? » (Luca 1, 43) fa eco alle parole che David pronuncia sull’arca condotta in Gerusalemme: «Come potrà venire da me l’arca del Signore? » (2 Samuele 6, 9).

«Beata colei che ha creduto»: stupendo il saluto che Elisabetta porge a Maria ( Luca 1, 45). Con esso si inaugura un tempo nuovo per la fede di Israele. La fede diventa un motivo di felicità! Non è più un dovere, un precetto, o una tradizione, ma un piacere e una meraviglia. Un miracolo e un’avventura bellissima che rende possibile l’impensabile. Rivolgendo queste parole a sua cugina, Elisabetta fa risuonare ancora un confronto con l’atteggiamento opposto di suo marito Zaccaria. Mentre quegli era uscito muto e triste dal Tempio, riversando il suo impotente silenzio su tutta l’assemblea (cfr. Luca 1, 22), Maria, al contrario, è beata, perché ha creduto . Ha creduto nell’angelo e ha creduto anche nel miracolo che avveniva in sua cugina Elisabetta, a differenza di Zaccaria.

Le parole del Signore si sono adempiute in tutte e due le donne e hanno raggiunto, contemporaneamente, la loro pienezza.

La fede, insomma, si vive nella comunione di due o più persone, insieme all’angelo di Dio. «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo al loro » sono le parole di Gesù (Matteo 18, 20). Questo incontro anticipa la realtà della comunità cristiana che sarà luogo di gioia e di culto del cuore, sostituendosi al Tempio. La casa di Elisabetta è un nuovo “tempio”! Laddove Dio è presente come vita nuova e gioia piena.

Come il saluto di Maria aveva riversato la gioia dello Spirito sul cuore e sul ventre di Elisabetta, così le ultime parole di Elisabetta provocano un’esplosione di gioia e di Spirito in Maria stessa. Un’eccedenza che non può essere contenuta, ma chiede di essere comunicata come canto di riscatto.

«La mia anima magnifica il Signore»: nel grembo di Maria il corpo del Figlio di Dio prende forma, si incarna nello spazio e nel tempo, “dilata” la sua presenza nel mondo come fiume di misericordia, «di generazione in generazione» ( Luca 1, 50). «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata » (Luca 1, 48): è l’inno che si scioglie dalla bocca di Maria. Effetto dell’ombra dello Spirito e della benedizione di Elisabetta.

Rosanna Virgili


L’autrice

Rosanna Virgili, biblista, vive a Roma, è laureata in filosofia all’università di Urbino, in teologia alla Pontificia università lateranense e licenziata in scienze bibliche al Pontificio istituto biblico di Roma. È docente di esegesi presso l’Istituto teologico marchigiano (Pontificia università lateranense). Fra le sue pubblicazioni: Il “no” di Elisabetta. Lettura di Lc 1-2 (Editrice Ancora, Milano 2013).