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giovedì 23 febbraio 2017

Luciano Manicardi Simeone, la vecchiaia e la fede


📙 Il testo di Luciano Manicardi, priore della comunità ecumenica di Bose, introduce al celebre brano lucano del Nunc dimittis nella modalità di una intensa meditazione più che in quella di uno studio esegetico.
La breve pericope evangelica è fatta oggetto di una penetrante lettura, che mette in risalto i delicati tratti spirituali di Simeone, uomo anziano e prossimo alla morte, ma anche uomo che ringrazia, benedice e prega, riconoscendo la presenza salvifica di Dio in un bambino nato da poco.
Simeone diviene così l’emblema del «kalógheros, l’anziano “bello”, scavato e plasmato da una vita di obbedienza, di fede», figura riconciliata con la morte, che sa pregare davanti a essa, non spinto dall’angoscia, bensì dalla riconoscenza di chi ha saputo cogliere la gratuità del dono e la fedeltà di Dio, conservando la freschezza di saperlo vedere nella semplicità di un bambino. La figura di Simeone propone così molti motivi di riflessione sui modi del ben invecchiare, suggerendo i tratti di una saggia spiritualità dell’età anziana.

Ed ecco, c’era a Gerusalemme un uomo di nome Simeone, e quest’uomo era giusto e timorato; egli attendeva la consolazione di Israele e lo Spirito santo era su di lui. Egli era stato avvertito dallo Spirito santo che non avrebbe visto la morte prima di aver visto il Messia del Signore. Nello Spirito egli venne al tempio, e quando i genitori introdussero il bambino Gesù, per fare secondo la consuetudine della Legge a suo riguardo, egli lo accolse nelle sue braccia e benedisse Dio dicendo:
Ora lasci, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza che tu hai preparato davanti a tutti i popoli,
luce per rivelazione alle genti e gloria del tuo popolo, Israele.
Suo padre e sua madre erano meravigliati di ciò che veniva detto di lui (Lc 2,25-33).

Preghiera della sera della vita
Il Nunc dimittis è il breve inno che la Chiesa fa pregare a compieta, alla fine del giorno, come ultime parole di fede prima di entrare in quel sonno che è simbolo della morte. E il Nunc dimittis è anche il canto della sera della vita, pronunciato da un Simeone ormai prossimo alla morte, ed è per noi memoria dell’«ora della nostra morte», come recita un’altra popolare preghiera, l’Ave Maria. Si tratta dunque di un atto, pregare il Nunc dimittis, che rientra nell’ormai scomparsa arte di prepararsi a morire.
E prepararsi nella fede, se mai ci si può preparare a quell’evento della morte che sempre ci contraddice e sorprende. In questo, pregare il Nunc dimittis è atto decisamente controcorrente in un contesto culturale come quello attuale in cui l’ideale della cosiddetta ‘bella morte’ prende la forma della morte repentina, improvvisa e incosciente, a cui non solo non ci si prepara e nemmeno ci si pensa, ma di cui ‘non ci si rende nemmeno conto’, in cui non solo non si soffre fisicamente, ma non si patisce nemmeno la fatica del pensare, dell’anticipare la propria morte, del veder arrivare la propria fine, dell’integrare nella fede, con la preghiera, l’evento culminante della vita, cioè la morte. Questo ideale, inteso come una morte senza il morire, è l’esatto contrario della concezione della ‘bella morte’ diffusa fino a pochi decenni fa, quella di una morte preparata, che lasciava tempo all’uomo di adattarvisi, certo, per quanto possibile, di dettare le sue ultime volontà, di salutare e dire addio ai suoi cari, di regolare le ultime pendenze, di ricucire in extremis i rapporti incrinati.
Nella tradizione cattolica le litanie dei Santi recitavano: A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. Chiudere la giornata con un atto di fede che riconosce la vita come dono e si prepara alla morte come obbedienza: questo significa, tra l’altro, la preghiera del Nunc dimittis.
Pregare il Nunc dimittis ci aiuta a integrare la morte, o meglio, la prospettiva della nostra morte, nella nostra vita. Esercizio affine a questo, anch’esso collocato al termine del giorno, quando facciamo un esame di coscienza, è porsi la domanda su ciò che ci fa vivere.
Ovvero, se abbiamo un motivo per cui saremmo disposti e pronti a morire. Perché solo chi ha un motivo per cui morire ha anche un motivo per cui vivere. La fine del giorno e l’ingresso nella notte, la soglia che separa la veglia dal sonno, sono il luogo di frontiera, di quotidiana frontiera, di quotidiano confine che ci ricorda e ci esercita al passaggio finale, alla morte appunto come passaggio.

Preghiera dell’anzianità
Nunc dimittis che è anche preghiera dell’uomo anziano. Certo, il testo non dice esplicitamente che Simeone sia anziano, e ancor meno ci viene specificata l’età, come avviene per la profetessa Anna, che aveva ottantaquattro anni (Lc 2,37). È licenza poetica quella che porta Thomas Stearns Eliot a parlare di Simeone come di «un uomo di ottant’anni che non ha domani». Tuttavia, il parallelismo con Anna stessa, la prossimità con fi gure come Zaccaria e Elisabetta, presenti nel primo capitolo del vangelo secondo Luca, di cui si dice che erano «avanti negli anni» (Lc 1,7), la sua prossimità con la morte, il fatto che egli abbia alle spalle una vita che gli ha meritato la considerazione di «uomo giusto e pio», o, come ho preferito tradurre, «timorato» (iustus et timoratus, in latino), tutto questo sta a indicare la condizione di anzianità di Simeone. Prossimità della morte e condizione di vecchiaia: il Nunc dimittis sembra voler sfidare due dei maggiori tabù culturali del nostro tempo, impegnato com’è, quest’ultimo, a rimuovere il pensiero della morte e a cancellare con ogni mezzo le tracce della vecchiaia dal corpo umano.

Un uomo che prega
Ma soprattutto, il Nunc dimittis ci presenta un uomo che, nella sua anzianità e prossimità alla morte, prega. Egli loda e benedice Dio.
Spesso avviene, soprattutto nella vita di fede di un uomo, di un maschio, che l’avanzare degli anni porti con sé anche un certo cinismo, un non crederci più di tanto, un pregare sempre meno o un tralasciare del tutto la preghiera. Colpisce molto vedere uomini in età avanzata, anziani, che piegano il loro corpo affaticato e acciaccato in un gesto di adorazione davanti a Dio, si inginocchiano, spesso in modo impacciato e lento, e tuttavia non rinunciano a questa espressione visibile e corporea dell’invisibile che abita nel loro cuore. Uomini che magari hanno costruito la loro vita da protagonisti e che tuttavia si riconoscono debitori davanti a Dio, si inginocchiano, pregano, rendono grazie.
La figura di Simeone sembra così anche un po’ fuori moda: non è l’uomo in rivolta, disperato di fronte alla morte, che si scaglia contro il silenzio di Dio di fronte all’imperversare del male nel mondo. Non è nemmeno l’uomo angosciato che, stanco della vita, vorrebbe che tutto finisse o vorrebbe farla finita. No, è l’uomo che ringrazia, che benedice e prega, riconoscendo la presenza salvifica di Dio in un bambino nato da poco. Simeone è anche la diretta sconfessione dell’uomo religioso pieno di sé, che rende grazie a Dio in realtà benedicendo ed esaltando se stesso, inebriato di sé e del proprio agire, un po’ come il fariseo nella sua preghiera al tempio (cfr. Lc 18,11-12). La grandezza di Simeone è nella sua umiltà. Nella semplicità dei suoi occhi che vedono la salvezza nella carne di un neonato, di una nuova vita da poco sbocciata, nella tenerezza del suo abbraccio al piccolo, nella disponibilità a fare spazio ad altri, nella prontezza a farsi da parte, a cedere il passo, a lasciare il posto, a diminuire perché altri cresca. Contento che altri cresca. Proprio come Giovanni Battista: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Nessuna traccia di quella gelosia spesso tipica degli anziani nei confronti di chi viene dopo di loro, nessun sospetto e diffidenza, nessuna invidia, ma la gratitudine, la gioia serena e pacata. Simeone è invecchiato bene.

Articolo completo sul sito di Vita e Pensiero

LA RIVISTA DEL CLERO ITALIANO

Mensile fondato nel 1920

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La Rivista del Clero italiano, mensile fondato nel 1920, è uno strumento di aggiornamento pensato per quanti nella Chiesa italiana rivestono ruoli di responsabilità (vescovi, preti, laici impegnati). Essa propone una linea editoriale attenta ad interpretare le transizioni in atto, sia nel contesto religioso sia in quello socio-culturale.

Gli articoli pubblicati, di taglio prevalentemente non specialistico, mirano ad alimentare un sapere della fede cristiana radicato nella fede evangelica e proprio per questo aperto all'ascolto dell'odierna vicenda storica e alla sua interpretazione credente. La struttura di ciascun fascicolo prevede un editoriale di apertura, cui seguono alcuni studi di interesse generale (biblico, pastorale, teologico, culturale), brevi note, la recensione di un libro particolarmente significativo, e alcuni spunti per la predicazione domenicale.