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venerdì 24 febbraio 2017

G. Ravasi Le beatitudini e il discorso della montagna


🙌 A Perugia, presso la Sala dei Notari, venerdì 24 febbraio 2017 il Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della cultura e noto esegeta, ha parlato del Discorso della Montagna – che ha definito “Il più grande discorso all’umanità di ogni tempo” – partendo dalle Beatitudini, che sono state oggetto di una delle sue ultime pubblicazioni (G. Ravasi, Le beatitudini, Mondadori 2016).


Un ESTRATTO dal libro Le Beatitudini. Il più grande discorso all’umanità di ogni tempo (Mondadori 2016) –

È un poggio che si affaccia sullo stesso panorama che Gesù duemila anni fa aveva negli occhi. Davanti, infatti, si distende quel lago di Tiberiade che fu lo sfondo della prima fase del suo ministero pubblico nella regione settentrionale della Terra Santa, la Galilea. Su quel lago egli aveva navigato, nelle insenature delle sue coste aveva parlato alle folle, nel centro di Cafarnao, il principale snodo viario per la Siria, aveva sostato, ospite della casa del suo discepolo Pietro, nei prati circostanti aveva attirato tanta gente affamata di pane ma anche di parole nuove, sui colli che incombono su questo specchio d’acqua, posto a 212 metri sotto il livello del mare, si era ritirato tutto solo a pregare.

Su una di queste alture, in una località solennemente denominata oggi Monte delle Beatitudini, si leva dal 1937, per iniziativa dell’Associazione nazionale per soccorrere i missionari italiani che acquistò anche un’ampia area sottostante e allestì un ospizio per pellegrini (ora trasformato e ammodernato), un santuario a pianta ottagonale (progettato dall’architetto romano Antonio Barluzzi), con tanti lati quante sono le Beatitudini secondo il Vangelo di Matteo. In realtà, come vedremo, esse sono apparentemente nove, ma l’ultima è probabilmente il commento più espanso dell’ottava. Al basalto nero tipico di questo territorio usato per quell’edificio sacro si contrappongono le colonne in travertino di un deambulatorio che circonda il tempietto e che permette di contemplare il panorama sottostante, mentre le arcate di questa tribuna a portici sono in pietra bianca di Nazaret.

Abbiamo voluto ricomporre questo paesaggio, che è topografico e spirituale al tempo stesso, sulla scia dei pellegrini che hanno desiderato identificare quel monte innominato indicato da Matteo (5,1) come fondale del primo dei cinque grandi discorsi pronunciati da Gesù in quel Vangelo, discorso detto appunto «della montagna» (Mt 5-7). In realtà, come avremo occasione di spiegare, quella cornice geografica sembra essere più simbolica che fisica. Si tratta del contrappunto rispetto a un altro monte, capitale nella storia biblica, il Sinai. Come da quella vetta era scesa la parola di Dio che diverrà la Tôrah, la Legge per eccellenza di Israele, così da questa cima parallela scende la parola il Cristo e la sua rilettura della Tôrah.

Il «beato» cristiano è, dunque, colui che leva lo sguardo verso l’alto, verso l’eterno e l’infinito e ascolta un messaggio controcorrente, sconcertante e fin provocatorio. Con molta libertà si potrebbe quasi pensare al finale di un film di Charlie Chaplin, Il grande dittatore (1940), quando il protagonista invita la dolce Anna a fissare il cielo dal quale scende la sua voce: «Anna, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia… Guarda in alto, Anna». E le Beatitudini sono appunto i sentieri d’altura che ci conducono al Regno dei cieli. Percorsi ideali e concreti, paradossali per il senso comune, basati non su richieste ma su promesse, praticabili da ogni piede, anche con I passi dell’uomo e della donna che vivono nella valle e non soltanto con quelli degli scalatori.

Fuor di metafora, un messaggio destinato a tutti. Certo, nella cornice iniziale narrativa del testo matteano sono i discepoli a circondare Gesù, e questa è la scena raffigurata in modo delicato e intenso dal Beato Angelico nell’affresco del Convento di San Marco di Firenze. Ma alla fine del Discorso è tutta la folla che applaude stupita (Mt 7,28), come avremo occasione di dire. Anzi, un importante teologo tedesco, Thomas Söding, ha fatto notare che «Gesù non prende in considerazione otto o nove gruppi diversi, ma guarda sempre allo stesso gruppo da angolature differenti: è il gruppo di coloro che intraprendono il percorso della fede e si orientano quindi a Gesù, il quale vive le Beatitudini prima di annunciarle».

È per questo che papa Francesco ha scelto proprio le Beatitudini come base delle tre edizioni della Giornata Mondiale della Gioventù (Gmg). Quella diocesana del 2014 ha avuto per tema la prima beatitudine: «Beati i poveri nello spirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5,3); nel 2015 è stata, invece, di scena la sesta beatitudine, quella dei «puri di cuore, perché essi vedranno Dio» (Mt 5,8); infine, nel cuore della Gmg di Cracovia nel 2016 domina la quinta beatitudine, dedicata ai «misericordiosi che troveranno misericordia» (Mt 5,7). Già nel 2013, a Rio de Janeiro, papa Francesco aveva esortato i giovani a rileggere «con tutto il cuore» le Beatitudini, trasformandole in un vero e proprio programma di vita, in una sorta di stella polare che, dall’alto, guida i passi nel cammino della vita, spesso irto di sassi o erto nelle sue ascese. E nel Messaggio per la XXIX Giornata Mondiale della Gioventù del 2014, legata alle singole diocesi, aveva ribadito che «le Beatitudini di Gesù sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media, dal pensiero dominante».

Anche l’evangelista Luca conserva le Beatitudini, ponendole ad architrave di un discorso più breve e tendenzialmente monotematico rispetto a quello di Matteo (Lc 6,17-49). A sorpresa, però, la cornice topografica è un’altra, quella di una delle varie pianure che si aprono lungo le coste del lago di Tiberiade o nella regione della Galilea (Lc 6,17). Sorprende ancora il fatto che le Beatitudini da 8+1, come sono in Matteo, qui si comprimano in 4, piuttosto omogenee tra loro. Meraviglia ancor di più un altro dato: a esse sono associate altrettante maledizioni espresso attraverso un «Guai a voi…!» veemente. Per gli esegeti Luca conserva elementi più direttamente collegabili al Gesù storico, sia a livello della formulazione concreta delle parole di Cristo, sia per le coordinate dello spazio entro cui furono pronunciate, cioè un’area campestre pianeggiante. È, questa, una testimonianza della qualità viva della memoria di Gesù e su Gesù da parte degli evangelisti: essi non l’hanno custodita come una fredda pietra preziosa, ma come un seme deposto nel terreno della storia, sbocciato poi in stelo e spiga, soprattutto dopo l’esperienza pasquale da loro vissuta. In questo senso possiamo dire che entrambi i contesti, il monte e la pianura, così come le differenti formulazioni della sostanza delle Beatitudini da parte di Matteo e Luca sono da considerare vere e genuine nel loro significato di base. Ed è ciò che scopriremo attraverso il nostro viaggio testuale all’interno delle 107 parole greche (compresi gli articoli e le particelle) della pagina di Matteo e le 116 (73 per le Beatitudini e 43 per le maledizioni) del parallelo di Luca. La montagna di Matteo rimane, dunque, in tutto il realismo della sua forza emblematica, essendo appunto il simbolo una componente decisiva nella nostra lettura della realtà. È ciò che poeticamente confessava lo scrittore Luigi Santucci nella sua opera Pellegrini in Terrasanta (1987): «Uomo d’alpe che sono, voglio seguitare a credere nel monte di Gesù. Quella rapsodia rivoluzionaria, che ci esalta nelle sue cadenze ancor prima che nei contenuti, per me ha aria e sapore di montagna, quando la riascolto ci sento anzi di sfondo un murmure di cori montanari. Le Beatitudini che Lui proclama lievitano solo a una certa quota; e perciò Egli salì, ritengo, ad annunciarle “sul monte”. Qui nacquero più ispirate queste “regole” della felicità, perché Gesù stesso, quando si inerpicava quassù, in vista del suo lago, attingeva anche per sé la propria beatitudine. Beati noi che, guardando intorno le acque, la campagna, gli agglomerate umani che Lui ebbe cari, viviamo in pochi attimi l’annuncio che rovescia gli uomini dallo smarrimento alla gioia». Ascoltiamo, allora, il messaggio delle Beatitudini. La chiave musicale-spirituale che ne governa idealmente la partitura è in quell’aggettivo greco makárioi, «beati», che apre un orizzonte verso cui anela costantemente il nostro cuore, quello della felicità.

Gianfranco Ravasi