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domenica 1 gennaio 2017

Paolo Ricca "La celebrazione del Natale"





Meditazione del pastore valdese Paolo Ricca alla preghiera della Comunità di Sant'Egidio in Santa Maria in Trastevere del 20 dicembre 2016. Testo e podcast 

Questo video fa parte della playlist "Paolo Ricca"

Che cosa celebriamo quando celebriamo il Natale? 

Al sesto mese l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazareth ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E l'angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto. E l'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell'Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine». E Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». E l'angelo rispondendo, le disse: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figliuolo nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese per lei, ch'era chiamata sterile; poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». E Maria disse: «Ecco, io sono l'ancella del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l'angelo si partì da lei (Luca 1,26-38).

Che cosa celebriamo quando celebriamo il Natale, che è, a ragione o a torto, la festa cristiana più diffusa al mondo, quella più universalmente celebrata, forse perché è uno straordinario intreccio di storia, teologia e poesia, da cui emana un fascino particolare, al quale è difficile, per i più svariati motivi, restare indifferenti?
A Natale celebriamo, come tutti sanno, una nascita: «Natale» è in realtà un aggettivo che sottintende «giorno» e vuol dunque dire: giorno della nascita. Sappiamo anche di chi celebriamo la nascita: di Gesù. Ora ci chiediamo: Che cosa caratterizza questa nascita? E perché la celebriamo? Le caratteristiche sono almeno tre:
1) era una nascita annunciata;
2) era impossibile;
3) è effettivamente ac­caduta. I motivi per celebrarla sono tanti.

1. Una nascita annunciata

Il Vangelo di Luca comincia con l'annuncio di una nascita, anzi di due: oltre a quella di Gesù (1,26-38), annuncia anche quella di Giovanni Battista (1,5-25). Solo Luca, tra gli evangelisti, annuncia queste nascite. Marco e Giovanni, com'è noto, ignorano la nascita di Gesù (e a maggior ragione quella del Battista), nel senso che non la raccontano: evidentemente non la considerano rilevante per l'evangelo che essi annunciano. Matteo invece racconta la nascita di Gesù (non però quella del Battista), ma non l'annuncia: c'è un angelo del Signore (senza nome, a differenza di quello di Luca, che si chiama Gabriele: Luca 1,19) che in sogno rivela a Giuseppe che Maria, inaspettatamente incinta, non lo ha tradito, perché «ciò che in lei è generato, è dallo Spirito Santo» (1,20) e che toccherà a lui dare al bambino il nome che qualcuno non menzionato – evidentemente Dio stesso – ha scelto: Gesù (1,21). In Matteo dunque non c'è annuncio, ma rivelazione. In Luca invece è annunciata sia la nascita di Giovanni Battista sia quella di Gesù da parte dello stesso angelo Gabriele. Soffermiamoci un istante su questo annuncio.

a) Di solito si annuncia una nascita avvenuta, qui invece si annuncia una nascita che deve ancora avvenire. Perché? C'è forse bisogno di annunciare una nascita? Ogni nascita si annuncia da sé, senza angeli. Appena un bambino è stato concepito, la donna intuisce quasi subito che qualcosa di nuovo è accaduto dentro di lei, ancor prima che la cosa diventi evidente ad occhi estranei. Anche se la vita sbocciata è ancora embrionale, molto prima che da fuori si possa notare alcunché, la donna avverte la presenza di un altro nel suo grembo. È il bambino stesso l'«angelo» che annuncia la sua nascita. Qui invece le due nascite sono annunciate dall'angelo Gabriele. Perché? Perché queste nascite sono uguali a tutte le altre e al tempo stesso diverse da tutte le altre. Sono uguali a tutte le altre perché, nei due casi, la gravidanza delle due donne dura nove mesi, come generalmente accade a ogni donna incinta, e la nascita avviene allo stesso modo in cui accadono tutte le nascite umane. Sono però diverse da tutte le altre, perché sono entrambe, in ma­niera speciale e unica, opera di Dio. Nel caso di Elisabetta, l'allusione è più velata: «Ecco quel che il Signore ha fatto per me...» (1,25); nel caso di Maria è più esplicita: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua...» (1,35). Ecco perché era necessario annunciarle: per segnalarne la novità e la diversità. La nascita è sempre l'inizio di una storia nuova, che non è ancora stata scritta perché non è ancora stata vissuta. Inaugurando il suo Vangelo con l'annuncio di due nascite, è come se Luca dicesse: Ho scritto questo Vangelo per raccontarvi una storia nuova e diversa da quelle che sono state vissute e scritte finora. Celebrare il Natale significa celebrare queste nascite, cioè l'inizio di una storia nuova e diversa.

b) Dove avviene l'annuncio della nascita di Gesù? Avviene a Nazareth, insignificante cittadina della Galilea, mai menzionata nella Legge e nei Profeti, sulla quale non c'è alcuna promessa, una specie di non-luogo dal punto di vista spirituale. Per di più collocato in Galilea, terra malfamata politicamente e religiosamente. Politicamente perché regione ribelle, dalla quale provenivano molti elementi della guerriglia antiromana, che oggi chiameremmo «terroristi»; religiosamente, perché terra di confine, di religione mista, nella quale c'erano, sì, famiglie di ebrei osservanti (come Maria e Giuseppe, che salivano regolarmente al tempio di Gerusalemme per le grandi feste), che però convivevano con i pagani, e questo rendeva la regione impura. Nazareth gode di così poco credito nell'opinione corrente che quando Filippo, secondo il Vangelo di Giovanni, dice a Natanaele: «Abbiamo trovato il Messia, cioè Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazareth», Natanaele commenta: «Può forse venir qualcosa di buono da Nazareth?» (1,45-46). Evidentemente no. Da quella estrema periferia geografica e spirituale della terra promessa non può venir nulla di buono. E invece è proprio lì che Dio manda il suo angelo ed è da lì, dalla periferia, che Dio comincia a scrivere la sua storia nuova. Ci sono molte periferie e molti tipi di periferia. Penso, ad esempio, alle periferie sociali, così drammaticamente presenti anche nel nostro paese: la grande periferia dei cosiddetti «extracomunitari»[1], e al suo interno quella dei cosiddetti «clandestini» (per Dio non ci sono clandestini), cercati da quelli che li fanno lavorare in nero sfruttati, e braccati dalla polizia che li rispedisce nei paesi da dove sono fuggiti. Penso alla periferia umana costituita da tante persone che conoscono il «mal di vivere» materiale, psicologico, affettivo, i perdenti, quelli che non ce la fanno. Penso anche alla periferia della fede, cioè alle tante persone che vivono sul confine tra fede e dubbio, tra speranza e scoramento, tra il vecchio che non passa e il nuovo che non nasce. Ecco, Dio ha mandato il suo angelo ad annunciare il Natale in periferia. Celebrando il Natale, celebriamo il Dio delle periferie. E più facile incontrarlo lì che altrove.

2. Una nascita impossibile

A chi sono annunciate le nascite con le quali Luca comincia il suo Vangelo? A due coppie di sposi, una anziana e l'altra giovane. La coppia anziana è troppo anziana per generare: Zaccaria è «vecchio» ed Elisabetta, oltre che essere «avanti nell'età», è anche «sterile» (1,7 e 18). La coppia giovane potrebbe, lei sì, generare: la ragazza, Maria, avrà avuto, sì e no, vent'anni e Giuseppe, anche lui sui vent'anni, avrebbe sicuramente potuto generare; ma erano solo fidanzati, e non sposati, e a quel tempo (a differenza di quel che accade spesso oggi) i fidanzati non convivevano: un concepimento non era dunque possibile. Dunque Dio manda il suo angelo ad annunciare a due coppie due nascite impossibili: impossibile la nascita di Giovanni Battista perché Elisabetta e Zaccaria sono troppo vecchi e non possono più generare; impossibile la nascita di Gesù perché Maria e Giuseppe, pur potendo generare, non convivono e quindi il concepimento non può avvenire. Eppure, queste due nascite impossibili hanno luogo, questi due bambini, che non potevano nascere, nascono: l'impossibile diventa possibile. Questa è l'opera di Dio. Ed è questo che noi celebriamo a Natale: l'impossibile che diventa possibile.
Ma in che modo l'impossibile può diventare possibile? Lo dice l'angelo nel suo saluto a Maria: senza neppure chiamarla per nome (lo farà solo al v. 30), le dice: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te» (1,28). Il termine greco (kekaritomène, dal verbo karitòo) significa, nella forma attiva, «mostrare favore», e nella forma passiva (che è quella qui utilizzata) «ricevere un favore». L'angelo dunque saluta così Maria, chiamandola «favorita dalla grazia» o «oggetto del favore di­vino». La traduzione tradizionale: «Ti saluto, Maria, piena di grazia» (così la traduzione latina di Girolamo: Ave, Maria, gratia plena) non rende correttamente il testo, anzi lo tradisce perché fa di Maria la depositaria della grazia, mentre lei ne è l'oggetto. E proprio questo è il bello della scelta divina: Maria, che non era di famiglia sacerdotale, come Zaccaria (1,8), né di ascendenza davidica, come Giuseppe (1,27), che quindi non aveva nessun titolo per compiere la più alta missione cui una donna ebraica potesse ambire: essere la madre del Messia, proprio lei, che non era nulla e nessuno, proprio lei, ragazza senza pedigree, viene scelta per questo compito unico. Solo perché «favorita dalla grazia» questo impossibile diventa possibile. La grazia è la parola-chiave dell'an­nuncio dell'angelo (la ripete infatti al v. 30) ed è la parola che racchiude in sé la quintessenza della storia nuova e diversa che qui comincia. Ecco allora che cosa celebriamo celebrando il Natale: celebriamo una storia di grazia che comincia a Natale e che rende l'impossibile possibile capovolgendo i criteri di giudizio umani, per cui i primi diventano ultimi e gli ultimi primi, come è successo a Maria. Questa storia, che Dio ha iscritto nella trama della vita di Maria, ragazza senza pedigree, vuole iscriverla anche nella trama della nostra vita e, più in generale, in quella della storia umana. Ecco perché il Natale lo celebrano, più o meno consapevolmente, un po' tutti: perché tutti hanno l'impressione, più o meno chiara, che questa storia in qualche modo li riguarda. E infatti è così: in fondo, il saluto natalizio dell'angelo a Maria è rivolto all'intera umanità. È come se l'angelo dicesse: «Ti saluto, umanità, favorita dalla grazia».

3. Una nascita avvenuta

«Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce, e lo chiamerai Gesù» (1,31). Secondo Matteo è Giuseppe incaricato di dare il nome a Gesù (1,21), secondo Luca è Maria (1,31). Secondo Matteo l'interlocutore dell'angelo è Giuseppe, secondo Luca è Maria. Secondo Matteo in primo piano c'è Giuseppe, secondo Luca c'è Maria. Secondo Matteo, protagonista è Giuseppe, secondo Luca protagonista è Maria. Gesù, dunque, nasce. E anche qui dobbiamo sostare un istante in attonita meditazione.

a) Gesù nasce. Non scende dalle stelle, ma viene fuori, come ogni bambino, dal grembo di una giovane donna. Nasce come siamo nati noi, e come nasce ogni bambino che viene alla luce su questa terra. Gesù, è vero, «viene dall'alto» (Giov 3,31), ma nasce dal basso. Come aveva profetizzato Isaia, la terra, per una volta, è «ferace di salvezza» (45,8): non si apre, come da sempre, «per ricevere il sangue di Abele» (Gen 4,11) e di tutte le vittime della storia, ma per produrre un figlio dell'uomo capace di iniziare una storia nuova e diversa. La nascita di Gesù viene spesso chiamata miracolosa, ma miracoloso fu il concepimento, non la nascita. La nascita fu ordinaria, come tutte le altre. Ma ogni nascita, anche la più ordinaria, è straordinaria.

b) Gesù nasce da Maria, ma non da Giuseppe. «Non conosco uomo» dice Maria (1,34). Gesù è «nato da donna» dice Paolo (Gal 4,4), non da donna e uomo. Egli nasce senza la partecipazione dell'uomo, ma non senza quella della donna. Non c'è nascita senza la donna. È il privilegio della donna veder germinare nel suo seno la vita umana e darla alla luce. Questo l'uomo non lo può fare. La vita è dono di Dio, come dice bene il Salmo 131): «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti celebrerò perché sono stato fatto in modo meraviglioso, stupendo. Meravigliose sono le tue opere... » (vv. 13­14). Ma questo dono Dio ce lo dà attraverso la donna. Siamo tutti nati da una donna. Forse è il caso di ricordarlo: Gesù è nato senza l'uomo, ma non senza la donna. Ma che cosa vuol dire, teologicamente, che Gesù non è nato da Giuseppe, ma è stato «concepito di Spirito Santo» come dirà più tardi il Credo riprendendo l'annuncio dell'angelo? Vuol dire una cosa molto semplice, e cioè che questo bambino, figlio di Maria (1,31) e figlio di Davide (1,32), è anche, in senso proprio, figlio di Dio (1,35). Non è diventato figlio di Dio più tardi, per esempio al battesimo, quando lo Spirito Santo scese su di lui in somiglianza di colomba, oppure a Pasqua, quando è stato risuscitato dai morti e «dichiarato Figlio di Dio con potenza» (Rom 1,4). No, Gesù è figlio di Dio fin dalla nascita, fin dal concepimento. Celebrando il Natale, celebriamo Colui che, «essendo in forma di Dio e svuotandosi della sua divinità per prendere forma di servo» (Fil 2,6-7), non è diventato meno divino, ma, se possibile, ancora di più. Abbassandosi, Gesù ha manifestato la sua altezza. Ecco il paradosso cristiano: rinunciando alla divinità, Gesù non l'ha persa, ma l'ha espressa nella misura più alta. Dio non mai tanto divino come quando di­venta umano.

c) Gesù nasce. Dio fa nascere. Celebrando il Natale, celebriamo il Dio che fa nascere. Non c'è modo migliore di celebrare la forza della vita che con una nascita. Che cos'è una nascita? Principalmente due cose. Anzitutto è una vittoria dell'Essere sul Non essere, una vittoria sul Nulla. Dove prima non c'era nessuno, ora c'è qualcuno. Dove prima non c'era vita, ora c'è vita. Dove prima c'era assenza, ora c'è presenza. In secondo luogo, la nascita è un inizio assoluto, un'assoluta novità. Con la nascita, comincia qualcosa di totalmente nuovo. Ogni bambino che nasce è un inedito: non c'era mai stato prima, non ci sarà mai più dopo. A Natale celebriamo la novità di ogni vita. Ogni nascita è un miracolo, il più grande miracolo del mondo. Celebriamo il miracolo della vita, celebriamo il Dio della vita. «Sei tu che mi hai intessuto... Meravigliose sono le tue opere».

d) Ma chi è colui che nasce? Come s'è detto, è un bambino, come in ogni nascita. Ma chi è questo bambino? L'evangelista Giovanni risponde: «La Parola è stata fatta carne», e questa Parola «era nel principio con Dio, ed era Dio» (1,1 e 1,14). È dunque Dio che nasce a Natale – Dio come Parola, come Lògos, come Figlio, ma pur sempre Dio. Il Dio che fa nascere è un Dio che nasce. Come canta Dante nella Divina Commedia rivolgendosi a Maria:

Tu se' colei che l'umana natura
Nobilitasti sì, che il suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura
(Paradiso 33,4-6)

Il Creatore diventa creatura. Dio diventa uomo diventando bambino. È questo che celebriamo a Natale.

4. E qui, davanti al bambino appena nato, sostiamo di nuovo per qualche istante, raccogliendoci in meditazione contemplativa.

a) Si sa che Francesco d'Assisi celebrava il Natale «con ineffabi­le premura», dice un suo biografo,[2] e aveva il Natale più a cuore di tutte le altre feste cristiane, pur sapendo che erano altre quelle più importanti per la nostra salvezza. Ma tutto cominciava a Natale. E ciò che più destava la sua meraviglia non era tanto il fatto che Dio fosse diventato uomo, ma che lo fosse diventato diventando bambino. Perché questa scelta? Perché non comparire sul palcoscenico della storia come uomo adulto, pronto a iniziare la sua missione (come accade nel racconto dell'evangelista Marco e in quello dell'evangelista Giovanni)? Perché iniziare dalla nascita, quando Gesù non può fare né dire nulla, non può essere in alcun modo protagonista?
Si possono naturalmente dare diverse risposte. Si può dire, per esempio, che Dio diventa a Natale quel­lo che dobbiamo diventare noi: «Se non mutate, e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel regno dei cieli» (Mt 18,2): Natale come metafora della nascita «dall'alto», cioè della nuova nascita. Oppure si può dire che l'assunzione della condizione umana da parte di Gesù implicava necessariamente la condivisione dell'essere bambino, altrimenti la sua umanità sarebbe stata incompleta: Natale come segno della piena immersione di Dio nell'umano. Oppure si può dire che la situazione del bambino è la più fragile e precaria di tutte le situazioni umane: nessuno è così indifeso, così in balia degli altri, così incapace di far nulla per se stesso e quindi totalmente dipendente dagli altri, come un neonato. Dio si consegna all'umanità, si mette letteralmente nelle sue mani: Natale come piena misura che Dio fa di se stesso, senza riserve. Che cosa farà l'umanità di questo Dio inerme, indifeso, che a essa si è consegnato mettendosi pericolosamente nelle sue mani? Infine, per cercare di spiegare perché Dio si è fatto uomo facendosi bambino, si può dire che Dio, diventando bambino, diventa ultimo, com'era allora il bambino nella scala sociale. Dio, il primo, diventa ultimo, affinché l'ultimo, il bambino, diventi primo. Dio dà, per così dire, l'esempio: comincia lui a praticare quel capovolgimento dei valori che il suo mondo porta nel nostro, per cui, come già abbiamo detto, ma qui conviene ripetere, i primi diventano ultimi e gli ultimi primi.
Quanto al fatto che Dio, che «i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere» (1 Re 8,27), sia ora, in Gesù, diventato così piccolo da poter essere preso in braccio da una ragazza-madre, e «fasciato e coricato in una mangiatoia» (Lc 2,12), torna alla niente questo testo impressionante di Lutero:
«Dio non è un essere così esteso, lungo, largo, spesso, alto, profondo, ma un essere soprannaturale e insondabile che è al tempo stesso totalmente in ogni piccolo chicco di grano, ma anche dentro tutte e al di sopra di tutte e al di fuori di tutte le creature, perciò non è affatto il caso di circoscri­verlo, come sogna [di fare] lo spirito. Un corpo infatti è per la di­vinità molto, molto troppo vasto, e molte migliaia di divinità po­trebbero esservi contenute; inversamente, è molto, molto troppo stretto in modo che nessuna divinità può trovarvi posto. Nulla è così piccolo che Dio non sia ancora più piccolo. Nulla è così grande che Dio non sia ancora più grande. Nulla è così corto che Dio non sia ancora più corto. Nulla è così lungo che Dio non sia ancora più lungo. Nulla è così largo che Dio non sia ancora più largo. Nulla è così stretto che Dio non sia ancora più stretto, e così via. È un essere ineffabile al di sopra e al di fuori di tutto ciò che si può nominare o pensare».[3]
È questo Dio che noi celebriamo, celebrando il Natale.

b) Ma al bambino deposto nella mangiatoia Dio – aveva detto l'angelo – «darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine» (1,32-33). Quel bambino è un re. Difatti la scritta affissa sulla croce sulla quale Gesù sarà inchiodato dirà: «Il Re dei Giudei» (Mc 15,26). Negli anni Trenta del secolo scorso uno storico illustre di nome Robert Eisler scrisse una grossa opera in due volumi intitolata Gesù, il re che non ha regnato, nella quale sosteneva che il Gesù storico (la cui vera immagine, secondo Eisler, fu presto cancellata dal Cristo predicato dall'apostolo Paolo) era un re-messia ebraico che tentò appunto di restaurare politicamente il regno di Davide, cacciando i romani dalla Palestina. Ma il tentativo fallì e Gesù fu giustiziato in quanto sovversivo politico nemico di Roma. Mentre taluni aspetti della ricostruzione di Eisler sono convincenti o quanto meno plausibili, la sua tesi di fondo è più frutto di im­maginazione che di prove, essendo assai debole la sua base documentaria. Le cose sembrano essere andate diversamente. Gesù non è un «re che non ha regnato», ma un re che ha regnato diver­samente. Dio gli ha dato, sì, il trono di Davide suo padre affinché regnasse, ma non come i re della terra, e come lo stesso suo padre Davide, al quale Dio disse: «Tu hai sparso molto sangue e hai fat­to molte guerre; tu non edificherai una casa al mio nome, poiché hai sparso molto sangue sulla terra, dinanzi a me» (1 Cron 22,8). Gesù ha inaugurato un altro modo di regnare, con la forza della parola, non con la violenza delle armi, con la verità che Pilato non sa che cosa sia e che il potere teme più di ogni altra cosa. Di lui disse il profeta Isaia: «Respirerà come profumo il timor dell'Eterno, non giudicherà dall'apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, farà ragione con equità agli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca, e col soffio delle sue labbra farà morire l'empio. La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi» (11,3-5). «Col soffio delle labbra», cioè con la parola, non con la violenza, dicendo la verità, non mentendo al popolo, facendo valere la giustizia per i poveri e per gli umili, non per i ricchi e i prepotenti, così questo re diverso «farà morire l'empio», non nel senso che lo eliminerà fisicamente, ma nel senso che lo convertirà. Sì, decisamente, è un altro modo di regnare rispetto a quello praticato dai re della terra. «Il mio regno non è di questo mondo» disse Gesù a Pilato (Giov 18,36), ma certamente è per questo mondo. «Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità» (v. 37): la verità di un diverso modo di regnare e di essere re. Allora, che cosa dobbiamo dire? Gesù, il re che non ha regnato? No, ma diremo: il re che ha cominciato a regnare diversamente, inaugurando, in questo mondo «pieno di violenza» (Gen 6,11), il regno della nonviolenza. Ecco che cosa e chi celebriamo celebrando il Natale: celebriamo questo re diverso, mansueto, nonviolento, a differenza di suo padre Davide, che «ha sparso molto sangue sulla terra».

c) Ma questo re nuovo e diverso è in realtà il capostipite di una umanità nuova e diversa. A Natale nasce, sì, Dio nella persona del Figlio, ma nasce anche l'uomo, quello che il Nuovo Testamento chiama «l'ultimo Adamo» (1 Cor 15,45). Natale è questo: Dio diventa umano. Perché? Perché l'uomo ritrovi, nella umanità di Dio, la sua umanità perduta, o dimenticata, o rimossa. L'uomo è ancora troppo disumano. Dio è diventato uomo, l'uomo non ancora. Potremmo dire: solo Dio, finora, è riuscito a diventare uomo, l'uomo ci sta ancora provando: il suo Natale non è ancora venuto. Ecco il senso ultimo dell'incarnazione: Gesù rivela e incarna l'umanità di Dio per aprire la strada all'umanizzazione dell'uo­mo. E qui comprendiamo il senso ultimo del Natale: Dio ha volu­to che questa nascita impossibile diventasse possibile perché ritie­ne che l'uomo nuovo, cioè l'uomo finalmente umano, sia possibile. Come la nascita impossibile di Gesù è diventata possibile, così è possibile, agli occhi di Dio, la nascita di una umanità finalmente umana, cioè pacifica, fraterna e solidale. Ecco chi e che cosa celebriamo a Natale: celebriamo nel Dio diventato uomo diventando bambino la rivelazione di una umanità nella quale l'uomo può specchiarsi e ritrovare se stesso. Natale è questo: l'impossibile è possibile, l'uomo disumano diventa umano – umano con Gesù, umano come Gesù.

(Paolo Ricca, Come in cielo, così in terra. Itinerari biblici, Claudiana 2009, pp. 5-16)

NOTE

[1] Un termine, questo, ormai generalmente accettato e usato, senza notare la carica discriminante che contiene: «extra» infatti non vuol dire «super», come in qualche caso (cioccolato extra fine, ad esempio; articolo extra lusso), ma vuol dire «fuori». Chiamando un immigrato «extracomunitario» lo qualifico non per quello che è, ma per quello che non è: non è comunitario. Prendo atto che ci sei, dicendo o ciò che non sei. Ti affermo per quello che non sei, ignorando quello che sei. Ci sei, ma non sei. «Extracomunitario» è una parola odiosa, razzista, che dovrebbe essere bandita dal linguaggio civile.
[2] TOMMASO DA CELANO, Vita Seconda di San Francesco d'Assisi, in: Fonti France­scane, Edizioni Messaggero, Padova, 1983, p. 711: «Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhia­to ad un seno umano» (cap. 151). Nella stessa Vita si racconta (al cap. 7) come Francesco soggiornasse volentieri nell'eremo di Greccio, dove aveva celebrato il Natale nel quadro di un presepio vivente, «facendosi bambino col Bambino» (p. 582).
[3] Martin LUTERO, Vom Abendmahl Christi, Bekennitnis [= La Cena di Cristo. Confessione di fede], in: Martin LUTHER, Studienausgabe 4, a cura di Hans-Ulrich Delius, Evangelische Verlagsanstalt, Berlin 1986, p. 102, 6-16.