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giovedì 5 gennaio 2017

E. Bianchi Perdendo “la Pifania” ho trovato un tesoro


di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 6 gennaio 2017
dal sito di Monastero di Bose

Ognuno di noi ricorda un momento, un’ora della sua vita in cui gli è sembrato che un mondo andasse in frantumi. Forse non un mondo, ma un sogno, una credenza salda che si rivelava essere invece una menzogna, provocando tristezza, se non dolore. Per me la fine dell’infanzia fu segnata proprio dalla fine di un’illusione, alla vigilia de «la Pifania», come chiamavamo tra le colline del Monferrato l’ultima festa del buio inverno.

In quegli anni del dopoguerra le feste erano solo quelle di Natale, ed erano giorni in cui a noi bambini sembrava quasi di essere al centro dell’attenzione. Dico «quasi» perché le famiglie di allora avevano molti bambini, ed essendoci problemi più gravi come la fame e le malattie alla vita spicciola dei bambini non si badava più di tanto. Ma Natale riusciva a destare in tutte le famiglie il desiderio di donare qualcosa, e i destinatari naturali erano i bambini. Da piccolo non ho mai visto un genitore fare un regalo al coniuge o scambiarselo con i figli adulti, ma ai bambini i «regali di Natale» sembravano spettare di diritto. E i doni erano ben poca cosa se paragonati a quelli odierni: un po’ di cioccolato, fichi secchi, noccioline ed eventualmente un paio di calze di lana o una sciarpa fatte a mano dalla nonna.

Ogni casa allora aveva un camino, al quale noi bambini appendevamo una calza nella speranza che venisse riempita dalla Befana. Pifania, Befana, era il modo in cui si era semplificato, e storpiato, il nome greco di questa festa: «Epifania», cioè manifestazione del Figlio di Dio all’umanità. Ma cosa volete che ne sapessimo di greco noi bambini? Per noi quella festa della «Pifania che tutte le feste le porta via» era semplicemente l’ultima occasione di allegria: poi sarebbero tornati i giorni grigi con la neve, la scuola da raggiungere ogni giorno a piedi in mezzo al gelo, il freddo che la faceva da padrone nelle nostre case, soprattutto in camera da letto, autentica ghiacciaia.

Ogni anno ascoltavamo affascinati la «storia», come fosse la prima volta. C’erano dei Magi - non «maghi», proprio «magi» -, sapienti che dall’Oriente erano venuti a cercare il bambino appena nato, il Re dei re, indicato da una cometa apparsa nella notte. E questo lo rappresentavamo anche nel presepe, con Magi e cammelli che facevamo avanzare passo dopo passo verso la grotta di Betlemme. Camminando camminando, avevano trovato alloggio in una casa dove abitava una vecchia, alla quale avevano manifestato il motivo del loro viaggio: la ricerca del Re dei re. Ma non le avevano detto nulla della stella. Allora la vecchina pensò di andare a cercare anche lei il Re dei re appena nato per portargli il suo dono. Si caricò in spalla un sacco di regali ma, non avendo alcuna idea di dove potesse essere quel bambino-re, si mise a girare di casa in casa, lasciando cadere un regalo in ogni camino fumante. E così i doni per il Re dei re diventarono doni per ogni bambino
presente in una casa. La ricerca di quella vecchina non finisce mai e la Befana (quello era diventato il suo nome) ogni anno cerca il Re dei re e, non trovandolo, si accontenta di portare doni ai bambini più poveri, come se li donasse al Re dei re. Anche noi allora attendevamo che venisse, re o non re.

Ma una vigilia dell’Epifania, dopo aver appeso la mia brava calza al camino, invece di andare a fare i compiti dal vicino, ero rimasto in casa. Sentendo salire qualcuno per le scale, andai a vedere chi stesse arrivando e trovai mia madre con un sacchetto di fichi secchi e una tavoletta di cioccolato in mano. Appena mi vide, lasciò cadere per terra i pacchetti e mi venne incontro cercando di non farmeli vedere, ma ormai avevo capito. «La Befana non era vera!», dissi in cuor mio, e fui colto da grande tristezza. Mia madre, che era già malata, se ne accorse subito, mi strinse al petto, mi baciò sussurrandomi: «Ora sei grande. È ora che tu sappia che i regali te li facciamo io e papà perché ti vogliamo bene».

Fu per me un cambiamento di attesa, di desiderio, di fiducia. Quella delusione fu l’inizio di un cammino di apprendimento: occorre sì desiderare, ma solo ciò che è possibile, e attenderlo da chi può farci il dono. Non dalla Befana, non dal cielo, al limite nemmeno da Dio occorre aspettare quello che possiamo attendere dalla terra, dalle persone che incontriamo, che ci amano e che amiamo. E a nostra volta dobbiamo sapere che solo noi siamo il dono che le persone che amiamo hanno il diritto di attendersi.

La «perdita» della Befana fu per me la scoperta di un tesoro, l’allenamento a lasciar cadere tante fiducie incerte che costellavano il mio cielo di bambino e a prendere piena consapevolezza dell’amore di mia madre che di lì a pochi mesi mi avrebbe lasciato. La fine di quella favola al cuore dell’inverno mi ha insegnato che nella vita bisogna attendere dalla terra ciò che la terra ci può dare, e ad attendere dal cielo, da Dio, solo ciò che Dio ci può donare, il suo amore fino alla fine. E quei regalini caduti per le scale mi avevano fatto capire che mia madre mi aveva già fatto il suo dono più grande: la mia vita e la sua vita.