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venerdì 27 gennaio 2017

Enzo Bianchi Chi porta il peso


Nella Chiesa, a partire dal IV secolo, uomini e donne hanno dato inizio a forme di vita che volevano essere ispirate dal Vangelo. Era la loro fede e il loro amore per il Signore Gesù Cristo che li spingeva a “inventare” comunità dove si potesse vivere il primato della Parola e il comandamento nuovo della carità. Dai padri del deserto a san Pacomio e san Basilio in oriente a san Benedetto e altri in occidente, fino alle fondazioni contemporanee è stata originata una risposta all’unica vocazione cristiana nelle pluralità di vie monastiche diverse.

Il Signore nel giorno del giudizio dirà la sua parola sia su chi ha iniziato una forma di vita sia su quelli che l’hanno intrapresa.
Quando, alla fine del concilio Vaticano II, decidevo di abbracciare la vita monastica e iniziavo a dimorare nella solitudine di Bose, non pensavo e non progettavo lo sviluppo che la comunità avrebbe avuto. Al Signore chiedevo soltanto: «Se è la tua volontà, donami alcuni fratelli perché si possa vivere un monastero semplice e attuale in cui si cerchi un’unica cosa: vivere il Vangelo, e nient’altro». Dal 1968 cominciarono a raggiungermi fratelli e sorelle cattolici e cristiani di altra confessione: io ho semplicemente detto «Amen», confermato da padre Michele Pellegrino che ha custodito e accompagnato gli inizi della nostra comunità.
Ho sempre ritenuto che chi ha iniziato un’opera non può pensare di portarla a compimento, perché questo spetta allo Spirito santo e non mi sono mai sentito insostituibile.
Entrando nell’anzianità e discernendo, non da solo, la maturità della comunità, ho pensato che era venuta l’ora di lasciare il posto di priore a un altro fratello. Un commento di sant’Agostino al salmo 41 (42) era da me meditato: «Si dice che i cervi […] quando camminano nella loro mandria […] appoggiano ciascuno il capo su quello di un altro. Solo uno, quello che precede, tiene alto senza sostegno il suo capo e non lo posa su quello di un altro.
Ma quando chi porta il peso (qui pondus capitis in primatu portabat) è affaticato, lascia il primo posto e un altro gli succede». Nel decidere dunque di lasciare il priorato, ho voluto innanzitutto una visita fraterna alla comunità, in analogia alla visita canonica propria delle congregazioni monastiche. Padre Michel Van Parys, già abate di Chevetogne e Grottaferrata, e l’abadessa trappista di Blauvac, madre Anne-Emmanuelle Devêche nel 2014 hanno incontrato per alcune settimane tutti i membri della comunità, sostando a Bose e visitando le fraternità, in modo da poterci dare una lettura, esterna ma in solidarietà di vocazione, della vita materiale e spirituale della comunità. Alla fine di quella visita intendevo dimissionare, ma i visitatori mi hanno chiesto di restare per portare a compimento il nuovo statuto, come si imponeva dopo la creazione delle quattro fraternità. Ho così continuato a presiedere, ma avvertendo a più riprese la comunità che erano gli ultimi mesi del mio servizio e assentandomi sovente affinché la comunità potesse imparare a vivere senza la mia guida diretta.
Nella storia di ogni nuova comunità monastica il passaggio di guida dal fondatore alla generazione seguente è un segno positivo di crescita e di maturità. Scrive l’apostolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere» (1Corinzi, 3, 6). La vita continua, la fondazione è stata feconda e di questo ringraziamo il Signore: è quindi giunto il tempo e la sera del 26 dicembre scorso, vigilia di san Giovanni apostolo, ho annunciato le dimissioni e indetto il capitolo generale elettivo per il 25 gennaio, rivelazione di Gesù Cristo a Paolo apostolo, con l’inizio delle votazioni il 26 gennaio, memoria dei santi abati di Cîteaux.
Ho ancora avuto modo di dire alla comunità il bonum del lasciare il posto di priore per tanti motivi. Innanzitutto, nella mia vita ho conosciuto fondatori che sono restati in carica fino alla morte, mettendo sovente in difficoltà le loro comunità. Occorre obbedire alla nostra condizione e accettare la vecchiaia come un tempo da viversi altrimenti, con altre funzioni e altre testimonianze da dare. Credo anche che un fondatore
debba mostrare con un atto di distacco che la comunità non gli appartiene perché essa resta comunità del Signore.
Certamente chi ha iniziato e dato forma a una vita monastica ha assunto responsabilità che non possono venir meno né sono trascurabili, quali il vegliare sulla fedeltà al Vangelo e alla regola monastica e sulla comunione con la Chiesa. Viene lasciato il governo, non l’insegnamento, non la testimonianza: il fondatore resterà un fratello tra i fratelli e obbedirà anche lui al nuovo priore, fratello o sorella, partecipando alla vita comunitaria come tutti gli altri, né più né meno.
Per tutto questo nasce il ringraziamento al Signore, innanzitutto, ai fratelli e alle sorelle che percorrono questa nostra storia monastica, ai pastori della Chiesa che ci hanno custoditi e amati, dal cardinale Pellegrino al nostro vescovo padre Gabriele Mana. E ringrazio anche il Signore per tutti quelli che hanno reso difficile e contraddetto il nostro cammino, perché anche loro sono stati occasione di obbedienza al Vangelo.
Unica sofferenza che porto nel cuore in questo momento è la consapevolezza delle difficoltà che il monachesimo cattolico vive e il fatto che oggi è entrato in un cono d’ombra nella vita della Chiesa. I monaci si sentono dimenticati, ma anche questo fa parte della loro vocazione di marginali, di cristiani che vivono sui confini.
Il Signore che è sempre fedele ci ha accompagnato anche nell’elezione del nuovo priore: fratel Luciano Manicardi, monaco di Bose dal 1980, poi maestro dei novizi e dal 2009 vice-priore, è stato eletto al primo scrutinio, segno di una grande unità della comunità. La liturgia di inizio del suo ministero di priore ha inaugurato una nuova stagione per la nostra comunità. In quest’ora mi abita un’unica grande preghiera: che il Signore abbia misericordia di tutti noi, ora e nel giorno del giudizio.

Enzo Bianchi