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sabato 7 gennaio 2017

Brunetto Salvarani La Bibbia a scuola di De Mauro


“Una bomba conoscitiva!”. Così, con un’immagine forse poco nonviolenta ma tanto colorita quanto felice, l’allora ministro della Pubblica Istruzione, il grande linguista prestato alla politica Tullio De Mauro, aveva definito la Bibbia.
La dichiarazione, resa al settimanale Famiglia Cristiana (10 settembre 2000), all’epoca non mancò di creare scalpore, tanto più che il ministro non proveniva dalla cultura cattolica e passava, anche se un po’ sbrigativamente, per comunista…
Ecco, comunque, com’era andata. Alla domanda dell’intervistatore, Alberto Bobbio, su cosa avrebbe voluto fare De Mauro nelle ultime ore dei suoi superpoteri, prima dell’avvento della stagione dell’autonomia e della liberalizzazione nella scuola italiana, egli rispose sorprendentemente: “Cosa farei? Imporrei la Bibbia come libro di testo”. Precisando subito dopo, stupendo ancor più il suo interlocutore: “Dal punto di vista didattico la Bibbia è una bomba conoscitiva. Non si capisce la nostra storia, né l’arte, senza la Bibbia”. Fino a suggerirne la lettura a mo’ di vero e proprio libro di testo per l’ora scolastica di insegnamento della religione cattolica; e a condividere la medesima preoccupazione dei vescovi italiani sul fatto che “quell’ora oggi non è occupata al meglio”, cosa che “vale per chi la sceglie, come per chi decide di non avvalersene”. Parole nette, il cui unico neo riguardò il fatto che – purtroppo – non ne seguì un’azione conseguente. Ma la partita, com’è noto, è scottante, e complicata, ancora oggi, sedici anni dopo… Resta il fatto che il problema posto da De Mauro, evidenziare come non sia possibile comprendere la cultura in cui viviamo senza fare i conti con la Bibbia, ci è ancora tutto davanti. Il che significa sostenere che quanti non sanno da dove vengono difficilmente possono partecipare in maniera consapevole, creativa e attiva alla definizione del dove andare, del percorso verso una società capace di rispondere alle sfide delle società glo-cali in cui tutti viviamo. Tullio De Mauro ne fu profondamente convinto, da laico qual era. Lo dimostrò altresì firmando (a maggio 2001) uno specifico Protocollo d’intesa fra il Ministero della Pubblica Istruzione e la benemerita associazione laica di cultura biblica Biblia, orientato alla diffusione della conoscenza della Bibbia all’interno delle nostre istituzioni scolastiche per realizzare un programma comune nelle seguenti aree: a) ricerca e sperimentazione di nuovi modelli di lettura e di interpretazione interdisciplinare dei grandi codici dell’occidente nell’ambito storico, artistico, filosofico e letterario (è quella che si chiama Wirkungeschichte, storia degli effetti di senso, con un termine coniato da H.G. Gadamer); b) produzione di materiali didattici da diffondere attraverso strumenti multimediali; c) formazione e aggiornamento del personale. Tutto molto bello: salvo il fatto che, complici le elezioni politiche di poco successive alla stipula del Protocollo e il conseguente cambio di maggioranza, del documento si perderanno le tracce, mentre gli splendidi progetti immaginati resteranno malinconicamente sulla carta. De Mauro, non più ministro, continuerà a mostrare un profondo interesse per il progetto, non solo firmando a ripetizione gli appelli successivi lanciati da Biblia (www.biblia.org), ma anche prendendo parte a un convegno romano nel 2010, organizzato sempre da Biblia e dedicato al tema Bibbia, cultura e scuola, dove intervenne con una dotta relazione su La Bibbia e le lingue (il testo è reperibile oggi in La Bibbia e le lingue, in Gian Gabriele Vertova, a cura di, Bibbia, cultura, scuola, Carocci, Roma 2011, pp. 13-16).
Sulla scorta di tali intuizioni, da parte mia, provo a dirlo senza infingimenti: il luogo in cui viviamo, le nostre personali storie (la location di molti di noi), il contesto in cui siamo cresciuti, la cultura che abbiamo respirato e dalla quale non possiamo prescindere se non al costo di una lacerante rimozione... tutto ciò non risulta comprensibile se non facendo i conti con la Bibbia. Il libro di libri che per più millenni ed in diversi contesti storici ha in-formato di sé linguaggi, culture, istituzioni, storie personali. Ri-portarlo a scuola (o meglio, portarlo) non appare un’operazione facile, ma un percorso complesso che richiede una buona dose di pazienza e di coraggio. Il corpus della letteratura biblica rappresenta la base della civiltà europea non meno della cultura classica. Siamo, dunque, di fronte a una clamorosa e non facilmente spiegabile assenza. Da qui la sfida: la Bibbia a scuola. Laicamente. Lungo il sentiero interculturale che si nutre della densità della storia piuttosto che della rimozione della storia, degli intrecci tra culture, sistemi culturali, linguaggi e fedi piuttosto che di spazi neutri e vuoti caratterizzati da assenze piuttosto che da dense presenze. Un percorso che, ritengo, ha anche direttamente a che fare con il senso stesso del fare cultura e del fare scuola.
In altri termini, la Bibbia è un libro con il quale dobbiamo tutti fare i conti, credenti o non credenti, laici o religiosi. Non è concesso occultarla; prima o poi la cultura, la storia e, per chi crede, la fede la riportano nei nostri cuori e sulle nostre bocche per leggerla, proclamarla, amarla, viverla. Ognuno con l’intensità e con la prospettiva che gli è propria. Anche questo, oggi che Tullio De Mauro ci ha lasciato (5/1/2017), mentre molti ricorderanno giustamente le sue straordinarie doti di studioso della lingua italiana e di divulgatore intelligente, è uno dei suoi lasciti. Un lascito profondamente e autenticamente laico. Non l’ultimo, né il meno importante.