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mercoledì 11 gennaio 2017

Brunetto Salvarani La Bibbia di De Andrè


LA BIBBIA DI FABRIZIO DE ANDRE’


A diciott’anni dalla sua scomparsa, avvenuta a sessant’anni scarsi d’età l’11 gennaio 1999, la figura di Fabrizio De André sta registrando un’ampia fioritura di iniziative (mostre, concerti, trasmissioni TV, pubblicazioni). Si direbbe che il cantautore genovese abbia intercettato, soprattutto post-mortem, quel bisogno di poesia e di legami sociali mai interamente sopito eppure oggi particolarmente carente.
A conti fatti, il motivo va colto nella sua capacità di spaziare con estremo lirismo su temi universali, eterni: fra i quali, non ultimo, appare senz’altro quello religioso. Il che non equivarrà a ingabbiarlo nell’alveo di una confessione religiosa ufficiale, e tanto meno a eleggerlo ad ateo devoto ante litteram.
"Ricorda Signore questi servi disobbedienti/ alle leggi del branco/ non dimenticare il loro volto/ che dopo tanto sbandare/ è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista/ come un’anomalia/ come una distrazione/ come un dovere": si chiudeva così, con questi versi rubati allo scrittore colombiano Alvaro Mutis, il vasto canzoniere di Faber. Il brano, Smisurata preghiera, conclude l’ultimo disco, da tanti considerato il vertice della sua produzione, Anime salve. E’ curioso ripensare al fatto che il suo album d’esordio, trent’anni prima, dal titolo Volume primo, si apriva con Preghiera in gennaio, dedicata all’amico e collega Luigi Tenco: come se l’intero suo repertorio sia da leggere come suggestiva inclusione tra due commosse orazioni, entrambe incentrate sul Dio dei perdenti, degli sconfitti, degli ultimi. Sul Dio di Gesù…
De André, certo, non si disse mai ateo, ma non credeva nel Dio delle chiese. Peraltro, nessun altro autore di canzoni del Novecento italiano ha toccato così profondamente il problema di Dio, del Dio di Gesù Cristo. Una contraddizione solo apparente, agli occhi di chi l’abbia seguito dagli esordi, cogliendone il non comune approccio etico e la passione estrema per i reietti dalla società.
Il fatto è che, al di là delle sue stesse intenzioni, De André ha rivestito una diretta influenza teologica sulla cultura italiana dell’ultimo quarantennio. Il riferimento va oltre a quell’autentico capolavoro che resta La Buona Novella, emblema di un'inquietudine generazionale alla ricerca delle ragioni di una ribellione interiore poetica e radicale, per allargarsi a tante canzoni disseminate di orme evangeliche, che ci consegnano una galleria inedita e memorabile di variopinti santi peccatori. Prostitute e assassini, pescatori e musicisti, bevitori e bombaroli, nativi americani e zingari, tutte anime salve - appunto - in quanto perdute e rifiutate dal potere, esistenze riscattate dall’unica religione da lui coerentemente praticata, quella dell’umana compagnia e della solidarietà con gli esclusi.
Sì, Fabrizio riteneva Gesù il più grande rivoluzionario della storia: "Gesù rimane un esempio da imitare - confessava in una delle ultime interviste, al Secolo XIX, nel ’97 - e ama il prossimo tuo come te stesso è un principio bellissimo". Già nel primo album c’è un brano dedicato al figlio di Dio dei cristiani, Si chiamava Gesù; mentre quello d’avvio, dicevamo, è una preghiera rivolta al Dio di misericordia affinché accolga in cielo l’amico suicida (Preghiera in gennaio), e c'è pure uno Spiritual. In Si chiamava Gesù il Nostro esprime le proprie convinzioni al riguardo: l’hanno chiamato Dio, ma era solo un uomo. Eccezionale, ma pur sempre uno come noi: "Non intendo cantare la gloria/ né invocare la grazia e il perdono/ di chi penso non fu altri che un uomo/ come Dio passato alla storia/ ma inumano è pur sempre l’amore/ di chi rantola senza rancore/ perdonando con l’ultima voce/ chi lo uccide fra le braccia d’una croce". Qui sta il punto, e il collegamento implicito con la cristologia di parecchia filosofia contemporanea: se De André non giunge a professare la divinità del Cristo, nei gesti e nelle parole dell’uomo narrato dagli evangelisti è portato a vedere l’impronta di qualcosa che oltrepassa una logica meramente umana (inumano chiama infatti il perdono pronunciato da Gesù nei confronti di chi l’ha crocifisso, e qualcuno avrebbe potuto dire divino, o soprannaturale). L’ultima strofa torna a negare la divinità del Nazareno, ne critica con una formula abbastanza goffa ("Ebbe forse un po’ troppe virtù") la figura oleografica imposta come modello di certa pietà devozionale, e avanza l’obiezione di fondo che gli atei rinfacciano al Dio della tradizione ebraico-cristiana: il male è rimasto nel mondo, nonostante l’estremo sacrificio di Gesù, il che negherebbe alla radice la bontà e l’onnipotenza divine. E' la stessa obiezione di Ivan dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, il dolore innocente che diventa scandalo di Dio.
Ma è con La Buona Novella, del 1970, che l’esplorazione dell’uomo chiamato Dio e il processo a Gesù intentato da De André si fanno oggetto di un intero disco, ispirato ai vangeli apocrifi, in contrapposizione a quelli canonici (così motivò tale opzione: "Scelsi i Vangeli scritti da autori armeni, bizantini, greci perché erano una versione laica della storia di quell’eroe rivoluzionario che era Cristo, che predicava la fratellanza universale. Solo che Marco e gli altri erano un po’ l’ufficio stampa, gli Apocrifi invece vanno a ruota libera... c’è più umanità"). La cui traiettoria prende avvio da un Laudate Dominum recuperato dalla tradizione medievale per approdare a un provocatorio quanto illuminante Laudate hominem nella cantata finale. In realtà i testi della Buona Novella sono più profondi, poetici e problematici di quanto le spiegazioni approssimative dello stesso autore abbiano mai evidenziato, quasi egli malcelasse il pudore di dover confessare la commozione e il coinvolgimento (emotivo e spirituale) che si respira ancor oggi ascoltando Via della croce, Ave Maria o Il testamento di Tito: "Non avrai altro Dio all’infuori di me/ spesso mi ha fatto pensare:/ genti diverse venute dall’est/ dicevan che in fondo era uguale./ Credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male". Da parte sua ammise che, composta La buona novella in pieno Sessantotto, molti amici ritennero il disco anacronistico perché parlava di Gesù nel cuore della rivolta studentesca. Eppure, replicò, ciò che gli studenti volevano non era poi lontano dagli insegnamenti di Cristo, abolizione delle classi sociali e dell'autoritarismo, e creazione di un sistema egualitario: “Gesù ha combattuto per la libertà integrale, piena di perdono”.


Brunetto Salvarani

Teologo, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico. Dirige la rivista QOL. Docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e presso gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Forlì e Rimini, fa parte della redazione della trasmissione RAI 2 Protestantesimo ed è presidente dell’Associazione degli Amici di Nevè Shalom – Waahat as-Salaam.
Fra i suoi libri più recenti: La Bibbia di De André (Claudiana 2015), I ponti di Babele (EDB 2015, con P. Naso), L’Imitazione di Cristo (Garzanti 2015), De Judaeis (Gabrielli 2015), Papa Francesco. Il dialogo come stile (EDB 2016), “Molte volte e in diversi modi” (Cittadella 2016, con M. Dal Corso) e Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Città Nuova 2016).