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lunedì 26 dicembre 2016

Brunetto Salvarani La Bibbia di Franco Battiato


LA BIBBIA DI FRANCO BATTIATO

“La Bibbia è uno dei libri chiave della mia vita”
(Franco Battiato)

“La Bibbia l’ho letta da cima a fondo almeno tre volte. E ogni volta mi è  sembrato un libro tutto nuovo”. (1) Un’affermazione, quella di Franco  Battiato, che non rappresenta davvero una boutade: del resto, basterebbe ricordare la sua coraggiosa rilettura in chiave di opera lirica del primo libro biblico, la Genesi, del 1987, che andò in scena al Teatro Regio di Parma.
Personaggio eclettico e difficile da incasellare, che verrebbe da inserire, se la sua carriera cominciasse ora, in una sorta di voga spiritualeggiante che attraversa ambiguamente i nostri giorni, fino a renderla stucchevole. Il fatto è che, però, di spiritualità, religioni (orientali ma non solo) e testi sacri Battiato si occupa invece da molto tempo, e con esiti mai banali. Non appare forzato, pertanto, il fatto che uno specialista di musica leggera come Paolo Jachia, docente all’Università di Pavia e al DAMS di Genova, vi abbia dedicato un apposito studio, dal suggestivo titolo E ti vengo a cercare, tratto da una sua fortunata canzone. (2)
La tesi di Jachia, che ripercorre con sottigliezza i periodi che ne scandiscono l’esistenza, è che il Dio di Battiato non può dirsi un Dio rivelato, ma invece un Deus absconditus, dal volto indefinito, sempre oltre, misterioso e distante. Alla domanda “Ma chi è il tuo Dio? Che rapporto hai con Dio?”, egli in effetti ha risposto: “E’ troppo lontano dalla mia portata. Il nome è sempre quello, cambia l’immagine che tu hai di lui: questa forza creatrice non creata, il motore immobile…”; e ancora: “Io ho una relazione mistica con il creato, la mia idea del divino è la mia ricerca. Non mi sono mai immaginato nulla se non quello che sperimentavo. Quindi non sono né musulmano, né induista, né cattolico… ritengo che la religiosità, il rapporto con il sacro, sia possibile soltanto come vicenda privata, intima. Diffido della religione ridotta a istituzione, di chi ti vuole convertire… credo invece nella meditazione, nel raccoglimento, nel silenzio”. (3)
Nato nel 1945 a Jonia, provincia di Catania, dopo le scuole superiori si trasferì a Milano per inserirsi, dapprima con scarsa fortuna, negli ambienti musicali. Dopo un fulmineo passaggio in manifestazioni tradizionali come il Disco per l’Estate, visto l’insuccesso scelse di dedicarsi anima e corpo allo studio della musica classica e d’ avanguardia, riprendendo a incidere con album complessi quali Fetus, Pollution e Sulle corde di Aries. Il favore popolare l’otterrà alla fine degli anni Settanta, col terzetto de L’era del cinghiale bianco, Patriots e La voce del padrone. Vale la pena di ricordare che, nel mito celtico, il cinghiale bianco è il simbolo dell’autorità spirituale: nel disco della svolta artistica, costante è l’atmosfera esoterica, mentre i testi percorrono libere associazioni, tra paradossi ironici e toni poetici. Ne La voce del padrone compare, fra l’altro, uno dei suoi pezzi chiave, mille volte rifatti anche per l’estrema orecchiabilità del refrain, Centro di gravità permanente: che si muove fra il concetto base della scuola mistica di Gurdjieff, autore cui Battiato si rifà costantemente (in cui tale centro rappresenta il grado di coscienza di sé), e le allusioni ad un Matteo Ricci (lui il capofila dei “gesuiti euclidei/ vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/ della dinastia dei Ming” di cui canta)…
Accanto alla passione per la musica a trecentosessanta gradi, ciò che caratterizza da oltre quattro decenni il suo lavoro è la continua volontà di sperimentare nuovi approcci e di scoprire nuovi territori. Il tema del viaggio, infatti, e dell’inesausta ricerca di sé, appare in lui un tratto costante: e il suo mito umano, per sua stessa ammissione, è quello dei padri del deserto… In un’altra intervista, a una domanda incuriosita sulle numerose sentenze gnomiche che infarciscono i suoi brani, risponde senza mezzi termini: “Beh, per quanto riguarda alcune sentenze non c’è verso, io sono un pronipote dei padri del deserto e dunque certe clausole è da lì che vengono…” . Uno dei suoi pezzi più conosciuti resta del resto, su tale linea, l’evocativa E ti vengo a cercare (l’album è Fisiognomica, 1988), che segna l’abbandono dei giochi linguistici un po’ criptici precedenti per abbracciare definitivamente la strada della ricerca mistica. Nanni Moretti la canterà nella scena madre di Palombella rossa, mentre anni dopo Battiato l’eseguirà, visibilmente emozionato, in Sala Nervi davanti a Giovanni Paolo II.
Non è un caso, allora, che, per sua ammissione, la vetta della sua produzione sia costituita da un’altra canzone, L’ombra della luce (tratta dal disco Come un cammello in una grondaia, uscito nel ’91 e miglior disco dell’anno secondo la critica specializzata), che trasuda di atmosfere da vero e proprio salmo biblico: “Ricordami, come sono infelice/ lontano dalle tue leggi”, ad esempio. Ma eccone l’incipit: “Difendimi dalle forze contrarie,/ la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,/ quando il mio percorso si fa incerto,/ e non abbandonarmi mai…/ Non mi abbandonare mai!/ Riportami nelle zone più alte/ in uno dei tuoi regni di quiete:/ è tempo di lasciare questo ciclo di vite…”. Nel testo, emerge uno dei Leitmotiv di Battiato, vale a dire il fatto che - qualunque connotazione positiva esso abbia - l’effimero resta, al massimo, ombra della luce, rimando evanescente all’eterno: questo il senso del ritornello dove si ribadisce, fra l’altro, che esperienze assai elevate quali “le gioie del più profondo affetto o più lievi aneliti del cuore” oppure “la pace che ho sentito in certi monasteri” o ancora “la vibrante intesa di tutti i sensi in festa” rimangono comunque e sempre “solo l’ombra della luce”.

1. In Corriere della Sera (19/7/1999).
2. P. JACHIA, E ti vengo a cercare. Franco Battiato sulle tracce di Dio, Ancora, Milano 2005.
3. F. BATTIATO – F. PULCINI, Franco Battiato. Tecnica mista su tappeto, EDT, Torino 1992, p.36.